Leoni preziosi: la poetica essenziale e refrattaria di Haino e Davachi

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I premi d’Oro e d’Argento vinti rispettivamente dai due artisti alla Biennale Musica 2026 testimoniano un percorso stilistico innovativo e dalle forti tinte emozionali. L’anziano performer giapponese affronta il concetto di libertà e radicalità come una condizione naturale dell’essere. La giovane compositrice canadese – sottolinea Caterina Barbieri direttrice del festival veneziano – “esplora con attenzione e rigore le intime articolazioni del tempo e dello spazio timbrico”

Che cosa possono avere in comune un signore giapponese di settantaquattro anni e una giovane canadese di trentanove? Il poliziotto Alan Arkin del film Piccoli omicidi, che impazziva per trovare il bandolo in un’esplosione di follia collettiva, allargherebbe le braccia: “Sì, una cosa hanno in comune: non hanno assolutamente nulla in comune”. Ma non è così nel vasto mondo, universale, pulviscolare della Biennale Musica di Caterina Barbieri anno secondo, iniziata da poco mettendo sul tavolo i suoi premi 2026. 

Keiji Haino, classe 1952, Leone d’Oro, e Sarah Davachi (1987), Leone d’Argento, hanno molto da condividere, in silenzio, come i tanti diversi che affolleranno i multipli spazi di Venezia fino al 24 ottobre.  Keiji Haino, che un giorno dei lontani Settanta fu abbagliato dall’ascolto dei Doors (a giudicare dal seguito, pensiamo a un debole per la minimalista Riders on the Storm), da cinquant’anni lavora su chitarre ed elettronica espandendole in imprevedibili direzioni, e da un’infinita varietà di strumenti acustici sollecita vibrazioni originarie, ancestrali (metallofoni il 16 marzo all’OGR di Torino). 

Sarah Davachi, il cui cognome suggerisce radici mesopotamiche, quando stira le note dell’organo a canne in una fissità apparente, come nella performance del 9 giugno in quella piccola biennale che è Musica San Fedele, a Milano, lavora sugli stessi archetipi della musica: dilatazioni e risonanze interiori. 

Insieme, Haino San, con la pioggia dei suoi capelli bianchi e gli occhi nascosti da grandi occhiali da sole, e Sarah con il suo sguardo aperto, suggeriscono le suggestioni che il titolo, A Child of Sound, promette per tutta questa Biennale numero Settanta. Il tema, dice Caterina Barbieri, è emerso da confronti e convergenze con i protagonisti del 2025, per evocare un Suono Bambino, per invitare (diciamo noi) ad archiviare l’ascolto “critico” e sostituirlo con uno emozionale.

«L’universo sta piangendo – diceva Keiji Haino in un’intervista a Wired citata nella motivazione del premio –, ma c’è un piccolo suono, un frammento che vuole disperatamente bloccare quelle urla di dolore. Quel frammento sono io». (Lo diceva nel 2002, chissà oggi). «Ho iniziato a chiedermi da dove venivano questi suoni e perché riuscissi a sentirli. Ecco perché ho iniziato a suonare. L’universo ha cominciato a esistere quando qualcuno ha cominciato a metterne in discussione l’esistenza. Ricordiamo se siamo già nati”, precisa filosoficamente Haino San, facendo capire in poche enigmatiche parole la sua Weltanschauung, per usare la lingua della Tradizione. 

Sarah Davachi

Il musicista e performer giapponese è Leone d’Oro – riconoscimento un po’ sempre alla carriera – «per il suo contributo ai linguaggi del Noise e della sperimentazione radicale. Attraverso un cammino di oltre cinquant’anni e un’intensa attività concertistica internazionale, Haino si è affermato come una figura tanto misteriosa quanto influente nella musica contemporanea. La sua estetica, che affronta il concetto di libertà e radicalità come una condizione naturale dell’essere, trova profonda risonanza nel tema della Biennale di quest’anno, A Child of Sound – tiene a sottolineare Caterina Barbieri –, che evoca nell’infanzia un simbolo di potenza creativa, vergine e irriverente. Tra i fondatori della scena Noise, Haino sfugge deliberatamente alle appartenenze stilistiche con una ricerca che attraversa ambiti eterogenei, dal free jazz al blues al rock alla sperimentazione elettronica, dal folk alla musica Drone. Questa refrattarietà alle categorie, che rende la sua musica tanto indefinibile quanto inimitabile, è un tratto essenziale della sua poetica.  La natura irripetibile delle sue performance, che vivono dell’interazione sempre diversa tra suono, corpo e spazio, eleva la musica ad atto incarnato di rivoluzione». E su questa sentenza Keiji Haino mette il sigillo, da musicista che al concetto di improvvisazione sostituisce la parola giapponese nazoranai, che significa tracciare, non ripetere, e sulle ali di John Cage proclama che «il suono ha una volontà propria e l’artista deve semplicemente assecondarne l’espressione, invece che dominarla. La musica sorge e torna nel nulla, la stessa materia inorganica di cui siamo fatti». 

Durante la cerimonia di consegna dei Leoni, Haino ha ammesso che «molti qui, non hanno mai assistito a una mia performance». Perciò ha deciso di leggere una sua poesia sul destino, sul sospiro: «Il tempo scorre sempre, Il tempo di adesso viene mangiato dal tempo successivo perché è equivalente al tempo mangiato da quello precedente. Allora accettiamo il precedente e il seguente. Passaggio che rende a noi la consapevolezza di questa eternità». Di che materia sia fatta la musica di Keiji Haino, avete tutto per immaginarla nell’orecchio interno.

E Sarah Davachi? In lei Caterina Barbieri riconosce «una delle voci più coerenti della scena musicale contemporanea, incentrata sulla concentrazione innovativa di linguaggi elettronici e acustici, in chiave minimalista. Nel corso di oltre un decennio, Sarah Davachi ha costruito un corpus di opere che esplora con attenzione e rigore le intime articolazioni del tempo e dello spazio timbrico, ridefinendo l’esperienza dell’ascolto attraverso una pratica che riunisce ricerca storica, fenomenologia della percezione e sperimentazione elettroacustica… In un tempo dominato dall’accelerazione, la sua musica si impone come esperienza di ascolto di graduale trasformazione timbrica. In un tempo dominato dall’accelerazione la sua musica si impone assoluta, paziente esperienza capace di modificare la percezione del familiare». 

Nata e cresciuta in quel Canada che non facciamo fatica, né noi né loro, a sentire vicina al pensiero europeo, Sarah Davachi, che ha studiato al Mills College di Oakland, dove ha insegnato Terry Riley, uno dei padri della trinità minimalista, ha trovato in California «qualcosa di alchemico, tra i musicisti che venerano la lentezza». 

Infine, che cosa coltiva questa Biennale per essere considerata “nostra”? Il Tempo. Che cosa elogia? La lentezza.

In copertina: Keiji Haino