“Train to Busan”, esordio del regista sud-coreano Yeon Sang-ho realizzato 10 anni fa, esce sui nostri schermi. E come nella tradizione dei migliori horror a base zombie, da “La notte dei morti viventi” in poi, abbina il realismo dello spavento alla forza della metafora. Su un treno si diffonde un’epidemia: un morso in stile vampiresco trasforma tutti in mostri che mangiano carne umana. Tutto ciò rimanda al mondo d’oggi sempre più cieco e massificato, interessato solo al guadagno individuale, Dominato da un Grande Fratello che tutto vede e manipola (presente, passato, futuro) e odia ogni individualità
Train to Busan, esordio di Yeon Sang-ho nel mondo del live action, arriva finalmente nelle sale italiane, sull’onda lunghissima del successo ormai planetario di film e serie Made in South Corea. È un film di dieci anni fa, ma sembra realizzato oggi, sia dal punto di vista spettacolare, sia per la capacità di parlare del nostro complicato presente. Già solo per questo meriterebbe la visione.
Una bambina quietamente infelice e un padre manager amorevolmente distratto, una giovane donna incinta e l’impavido e proletario marito, due anziane sorelle un po’ stordite, un gruppo di studenti al seguito di una squadra di baseball, un passeggero ricco e arrogante, un capotreno pavido: una quantità di uomini e donne di cui sappiamo poco, forse niente. Sappiamo solo che sono tutti riuniti in una stazione di Seul e stanno salendo su un treno in partenza per Busan, con il suo carico di varia umanità, buona e cattiva, generosa ed egoista, a seconda dei momenti e delle situazioni. In mezzo a loro qualcuno che sanguina, una ragazza infetta, qualcun altro che ha solo paura, e vorrebbe semplicemente nascondersi in un angolo buio.
Quale sia stato l’inizio di tutto non è chiaro, ma probabilmente non si è trattato di una fatalità del tutto naturale. Sul treno insieme ai passeggeri è salita l’infezione. Un virus subdolo e letale: basta un morso per determinare un’orrenda e irreversibile mutazione, da essere umano senziente, e a volte compassionevole persino, a mostro ottuso, cieco e sanguinario, mosso unicamente dal bisogno irrefrenabile di nutrirsi di carne umana, mordere, assalire, moltiplicare il contagio. E così l’epidemia si diffonde, inarrestabile e feroce.
Dal 1968, da La notte dei morti viventi di George Romero, gli zombi sono tornati infinite volte sugli schermi, in modo sempre diverso e sempre uguale. La versione coreana firmata da Yeon Sang-ho non brilla per assoluta originalità di intenti, ma si lascia apprezzare per la sua cruda capacità di sintesi. E soprattutto per l’abilità nel tenere insieme – come solo i migliori horror sanno fare – il livello del puro intrattenimento, per chi ama il genere, all’insegna dell’adrenalina pura, e quello della riflessione sociologica e politica su una società sempre più governata dal cinismo e dalla brutalità, sempre più priva di reali anticorpi contro il dilagare della violenza, privata e istituzionale.
Train to Busan diventa così un’atroce metafora della società consumistica, indifferente a qualunque valore che non sia la sopraffazione, il vantaggio personale, il guadagno. Ma anche della società normalizzata, unidimensionale, dominata dal Grande Fratello che tutto vede e tutto manipola, il presente, il passato e di conseguenza il futuro. Le coscienze e i destini. E in una società regolata da un conformismo sempre più assoluto, dove soffre terribilmente chiunque cerchi di preservare la propria individualità, chiunque pretenda di continuare a pensare con la propria testa, la pace la si finisce per trovare solo nel momento in cui si entra a far parte del gregge. Un gregge fatto di pecore feroci, pronte a sbranare chiunque sia anche solo in odore di diversità. Un conformismo letale (proprio come un virus!), che sembra ormai abitare il mondo intero e davanti al quale pare difficile anche solo immaginare una soluzione. Anche solo la piccola, effimera consolazione di un happy end.
Train to Busan di Yeon Sang-ho, con Gong Yoo, Dong-seok Ma, Jung Yu-mi, Choi Woo-Sik, Sohee