Kore-eda e la sua favola tragica del figlio rinato

In Cinema

In “Pecore nella scatola” il regista giapponese ci mostra due fratture scomposte negli affetti di una famiglia. La prima è la perdita di un bambino di sette anni, la seconda è la decisione di fidarsi dell’intelligenza artificiale per “crearne” un nuovo. Il suo ingresso nella vita dei coniugi Komoto lancia domande importanti sul potere della memoria e i rapporti figli-genitori. Perché il finto ragazzino non è che una replica meccanica di quell’umano, e le diversità non potranno annullarsi. Un film importante che non segue strade prefissate, ottimiste o pessimiste, trasmettendoci momenti di poesia sul vissuto

Kore-eda, il 64enne regista giapponese noto anche al pubblico seriale per Asura, molto apprezzato su Netflix, è un esperto di infelicità coniugali di vario tipo, come dimostra il suo curriculum (Un affare di famiglia, Little sister, Still walking) e il suo nuovo film (quest’anno ne ha diretti due), anche sceneggiato e montato, presentato a Cannes, Sheep in the box (Pecore nella scatola). Ambientato in un futuro non troppo lontano, prende di petto la grande domanda filosofica contemporanea in un’epoca in cui la posta sarà consegnata da un drone.

Inizia mostrandoci due fratture scomposte negli affetti di una famiglia. La prima è la perdita del figlio, di circa sette anni, e la seconda, più grave e condivisa evidentemente dall’autore, è la decisione di fidarsi dell’intelligenza artificiale, da cui possono venire sorprese. I coniugi Komoto, l’architetta e il presidente di un’impresa edile, accolgono così in casa, due anni dopo aver tentato la rimozione del lutto filiale, un robot bambino, un umanoide artificiale, un androide il più possibile somigliante a quello di cui l’assenza è ogni giorno più profonda. Il nuovo figlio artificiale, che ha un interruttore luminoso dietro la testa, prodotto dall’azienda Rebirth, si comporta come gli hanno comandato di fare, e nello stesso modo il film tenta di essere quello che ci aspettiamo sia, anche se viene invaso da un elemento estraneo e fa nascere domande importanti sul potere della memoria e sui rapporti tra figli e genitori.

Anche se il tema di Kore-eda insegue sempre le stesse traiettorie, il che gli provoca qualche malumore nei festival internazionali annoiati, il film in questione non è la semplice accettazione dell’AI ma anzi la verifica di una partita che sembra truccata e tale rimane perché il finto ragazzino non riesce ad essere se non una replica meccanica di quell’umano che noi non vediamo mai (per fortuna non ci sono flash back). Se all’inizio l’espediente, che sconvolge gli equilibri della coppia, sembra poter funzionare, poco alla volta e soprattutto nel finale un po’ spielberghiano (il mondo salvato dai ragazzini?), ci accorgiamo che “quella” frattura è però insanabile, che il senso del passato è un elemento essenziale per poter reggere un’esistenza, nella sicurezza che le diversità non potranno mai annullarsi.

L’unicità, suggerisce il regista, è se mai il concetto da temere: ma scordiamoci di lenire il dolore del lutto con un rimpiazzo cibernetico. Un morto non è mai sostituibile con un vivo anche se artificiale, perché gli manca la memoria degli affetti, la consapevolezza dell’amore, il vissuto della famiglia. Anche quando rischia la retorica, sempre in agguato parlando di “al di là”, il film è di grande interesse perché non segue una strada prefissata, né di ottimismo né di pessimismo, ma è come l’applicazione pratica di un tema che sta in questo momento consumando la dialettica di tutto il mondo (e che Kore-eda aveva già affrontato in Air doll), anche perchè potrebbe incidere assai sul lavoro culturale, iniziando dal cinema e dalla sua scrittura.

Infatti, cosa accadrebbe se i morti davvero fossero pedine sostituibili? Il film non può rispondere, si accontenta di trasmetterci alcuni momenti di poesia sul vissuto. Non sempre riesce a mescolare la fantascienza al quotidiano, i due mondi presenti di cui quello artificiale è forse pronto a organizzarsi da solo, ma  resta aperta e difficilmente risolvibile la domanda sul trascendente. Il titolo misterioso viene dal Piccolo Principe: la pecora disegnata dal pilota non lo soddisfa ed allora crea una scatola in cui porre la pecora desiderata. La metafora è fin troppo chiara; anche il piccolo androide è solo un contenitore, una scatola dove gli infelici genitori cercano la rimozione del loro lutto, dei loro sensi di colpa.

Pecore nella scatola, di Kore-eda, con Haruka Ayase, Daigo Yamamoto (II), Kuwaki Rimu, Nana Seino, Kan’ichirò Satò