Grande cinema Oriente tra commedia e thriller

In Cinema

Un’ottima regista sino-americana racconta in “The Farewell” la relazione fra una nonna pechinese e una nipote newiorchese, riunite nella comune terra d’origine da un sontuoso matrimonio e dalla grave malattia dell’anziana signora. In “Il terzo omicidio” di Hirokazu Kore-eda un delitto in apparenza senza segreti (dal morto al responsabile, reo confesso) nasconde tra le pieghe più di una verità indicibile

1 CINA / LA BUGIA BUONA (E SINCERA) DI LULU WANG

Billi Wang (Awkwafina, candidata al Golden Globe come miglior attrice), protagonista di The Farewell – Una bugia buona di Lulu Wang è nata a Pechino ma è cresciuta a New York, dove alle soglie dei trent’anni si muove inconcludente tra un lavoretto e un tentativo (fallito) di conquistare una borsa di studio. New York è la sua città, ci abita da quando aveva sei anni, ma le sue radici sono rimaste in Cina, dove vive ancora Nai Nai (Zhao Shuzhen), l’anziana nonna, vero e proprio pilastro della famiglia Wang. Una famiglia dispersa tra Stati Uniti e Giappone, ma pronta a ricompattarsi non appena arriva la notizia che Nai Nai è malata: le è stato diagnosticato un cancro e le restano pochi mesi da vivere.

Figli e nipoti rientrano di corsa a Pechino per riabbracciarla, ma decidono di non dirle la verità. E così, per giustificare il loro arrivo non trovano di meglio che organizzare in modo piuttosto improvvisato un sontuoso matrimonio – tra uno dei giovani nipoti e un’incauta fidanzata conosciuta solo pochi mesi prima. L’idea della pietosa bugia è condivisa da tutti o quasi i membri della famiglia Wang. L’unica che oppone una strenua resistenza è Billi, talmente angosciata dall’idea della morte dell’amatissima nonna, da non voler accettare a nessun costo di mantenere un segreto tanto gravoso. Una posizione che finirà col metterla in urto con i suoi genitori, prima di tutto, ma anche con zii e cugini. Così, mentre fervono i preparativi per il matrimonio, le tensioni all’interno della famiglia salgono alle stelle, in un intreccio di contraddizioni personali che sono però specchio fedele di contrasti ben più profondi e ampi, tra modernità e tradizione, e soprattutto tra Oriente e Occidente.

In bilico tra culture e tradizioni molto diverse, Billi è una giovane cittadina del mondo che si scopre a un certo punto della vita in una situazione di squilibrio, assai dolorosa ma anche in qualche modo feconda. Una commedia famigliare delicatissima e sorprendente, che riesce a raccontare il bisogno di libertà individuale nel momento stesso in cui mette in scena l’impossibilità di strappare via le proprie radici per diventare altro da sé. Non si tratta certo della prima commedia americana in cui viene messo in scena il confronto, sempre passibile di trasformarsi in scontro, tra universi etnici differenti. Nel film della giovane Lulu Wang, 36enne regista e sceneggiatrice cinese naturalizzata statunitense, che ha pescato dalla sua autobiografia per scrivere soggetto e copione, c’è però di peculiare la capacità di esprimere concetti importanti senza calcare la mano sul dramma, mantenendo sempre un tono sorridente e gentile che non scivola mai nella macchietta folkloristica.

In modo tutt’altro che superficiale, e con uno sguardo sempre profondamente affettuoso, la regista segue i vari personaggi disegnando conflitti e situazioni, incontri e scontri con mano lieve e grandissima empatia. E così anche il disagio, le differenze, le insoddisfazioni possono trovare una possibile ricomposizione, senza che lo spettatore si ritrovi mai complice di un cinema buonista a ogni costo. Il risultato magnifico e paradossale è un film tutto costruito su una bugia (a fin di bene, certo, ma pur sempre una bugia) che riesce a sprizzare sincerità da ogni scena. Un piccolo castello di menzogne, fin dalla prima scena (un lungo dialogo telefonico tra nonna e nipote in cui entrambe mentono senza ritegno, e senza alcun imbarazzo), che produce una magica sensazione di autenticità.

The Farewell – Una bugia buona di Lulu Wang, con Zhao Shuzhen, Awkwafina, X Mayo, Lu Hong, Kong Lin, Tzi Ma.

2 GIAPPONE / MISUMI OMICIDA PIRANDELLIANO

La vena pirandelliana del cinema giapponese, splendidamente esemplificata ormai quasi 70 anni fa da un classico di Akira Kurosawa, Rashomon, che già proponeva come fondamentale per la ricostruzione di un evento la prospettiva, quasi necessariamente soggettiva e quindi non per forza “attendibile” di chi lo guarda, torna in forma assai più moderna, e infiltrata da un esistenzialismo nevoso, nordico, quasi strindberghiano o bergmaniano, in Il terzo omicidio: Hirokazu Kore-eda lo ha diretto nel 2017, reduce dalla scoperta internazionale grazie a Father and Son e Little Sister, ma non ancora “investito” dai giusti trionfi mondiali ottenuti grazie a Un affare di famiglia. E ben prima di immergersi nell’imperfetto memoir familiare di Catherine Deneuve, La verité, che come questo suo film solo ora in uscita è transitato con ottimi echi alla Mostra del cinema di Venezia.

Il terzo omicidio è la storia di un’indagine su un assassinio in cui tutto sembra chiaro fin dall’inizio: la vittima, il luogo, il tempo e soprattutto il responsabile, il signor Misumi (Koji Yakusho), che nella prima sequenza vediamo compiere il delitto e bruciare il cadavere (ma sarà andata davvero così? Il film non lo chiarirà mai del tutto). Reo confesso prima ancora che ri-appaia sullo schermo a raccontarsi ai suoi avvocati, l’uomo cambia poi più volte versione dei fatti, e soprattutto movente, confermando però sempre, salvo nell’ultima udienza quando però sarà troppo tardi, un’unica cosa, la sua ammissione di colpa che inevitabilmente lo porterà alla condanna a morte. Per qualcuno, tra parentesi, il film è anche anche un no a questa forma estrema di sanzione, molto discussa in questi anni in Giappone.

In realtà il corso del racconto smonterà quasi tutto dello spunto iniziale, introducendo molte variabili giudiziarie, esistenziali e familiari nella storia di un uomo enigmatico che ha già alle spalle un duplice omicidio in gioventù, con condanna relativa a 30 anni di carcere, scontati senza pentimento ma con esemplare disciplina. In piena coerenza con il suo atteggiamento di fondo, che è prendere su di sé le colpe della collettività. Che non tutto, anzi quasi niente quadri nell’apparenza dei fatti e nel racconto di Misumi, è convinto soprattutto l’avvocato Shigemori (Masaharu Fukuyama), nato come l’omicida nella nordica isola giapponese di Hokkaido, e in qualche modo legato a lui da flussi sotterranei di curiosità e comprensione, al di là dell’aspetto professionale. E sebbene dichiari quasi dall’inizio che la mission dell’avvocato difensore non è trovare la verità ma difendere nel migliore dei modi (giudiziari e non per forza etici) il proprio cliente, poi farà di tutto, visitando il piccolo paese di origine e sfidando Misumi in estenuanti e continui colloqui in carcere, per far uscire uno straccio di verità da quelle labbra enigmatiche. Insegue il suo cliente come il cinema insegue la realtà, ha scritto qualcuno, ma c’è anche di più.

I suoi sforzi hanno anche successo, ma per diversi motivi le drammatiche vicende della figlia di Misumi e di quella del morto, in qualche modo legate, nell’azione dell’uomo, in un impulso distorto di amore e vendetta, mai affioreranno alla verità giudiziaria. Anzi, anche a difesa delle due ragazze, mai (o quasi) entreranno nell’aula del tribunale. Che pure trascurerà la milionaria assicurazione sulla vita a favore della moglie della vittima e una torbida storia di falsificazione dei prodotti della ditta di Misumi e del defunto, entrambi ottimi possibili moventi del delitto. La corte accoglierà nella sentenza la più banale, semplice e alla fine rassicurante (per tanti attori della vicenda) verità, la confessione di lui come unico responsabile, peraltro all’ultimo momento anche smentita, chiudendo gli occhi su una ricostruzione non poco carente.

Che Kore-Eda sia uno straordinario narratore e direttore di attori era chiarissimo già da molti suoi precedenti film, e questo non può che confermarne la straordinaria capacità di estrarre cinema, emozioni, significati, dai volti e dal linguaggio del corpo dei due protagonisti in primo luogo, ma anche dai personaggi femminili (moglie e figlia del defunto) tutt’altro che secondari. Se un appunto si può fare al film, almeno dal lato noir, è una certa ricorsività, quasi ossessiva, del meccanismo di scavo e falsificazione dei due protagonisti. Insomma 10-15 minuti in meno… e sarebbe stato davvero perfetto.

Però il tema del diritto e della titolarità nel giudizio, morale e legale, su ogni fatto umano e sulle sue motivazioni interiori, l’assenza di rigore della Legge nel ricercare la certezza degli eventi (oltre il famoso ragionevole dubbio), il comodo ricorso a una verità che accontenta tutti (o quasi) anche se ha conseguenze tragiche (una condanna a morte), esce con grande forza dalle vicende di Misumi. Che resta un eccellente protagonista inconoscibile ma comunque capace, “in coppia” con l’avvocato Shigemori (e non a caso i volti dei due in alcune sequenze finali si sovrappongono), di rappresentare al meglio l’oscurità della psiche umana e la necessità di non abbandonare mai il nobile intento di investigarne le pulsioni, non tutte negative, più nascoste.

Il terzo omicidio, di Hirokazu Kore-eda, con Masaharu Fukuyama, Kôji Yakusho, Shinnosuke Mitsushima, Mikako Ichikawa, Izumi Matsuoka