I tanti volti di Palmira: diario di un’archeologa

In Arte, Weekend

Il racconto della studiosa che ha partecipato agli scavi italiani a Palmira: ad accoglierla, la prima volta, Khaled Al-As‘ad, a chiudere il lavoro la guerra civile siriana

Milano, 18 novembre 2015. Rientro a casa dopo aver partecipato alla cerimonia di commemorazione di Khaled Al-As‘ad, l’archeologo «trucidato dall’Isis nel 2015 per aver difeso in Siria il patrimonio archeologico di Palmira, memoria della civiltà umana», come recita la lapide che accompagna l’albero dedicatogli nel Giardino dei Giusti di tutto il mondo al Monte Stella di Milano, per iniziativa di Gariwo.

Mi accoglie, sulla scrivania, una catasta di quotidiani degli ultimi mesi che riportano le scelleratezze cui Palmira e i suoi abitanti sono stati sottoposti a partire dallo scorso maggio, dall’avvento del califfato.

So bene che l’anima di Palmira non si trova allineando una serie di articoli di cronaca per lo più privi di acribia e densi invece di spettacolarizzazioni, così vado in cerca di qualcosa che possa ridare voce e vita alle testimonianze che sono state cancellate.

Dalla libreria un’ormai obsoleta guida turistica della Siria edita nel 2009, che ho curato insieme ad altri tre autori, mi invita a ripercorrere la mia esperienza in un paese che, sin dal primo impatto, si è rivelato aperto a tutte le culture e sorprendentemente ospitale.

Quando misi piede per la prima volta a Palmira come semplice viaggiatrice, fu proprio Khaled, in una tenda beduina, ad accogliermi nella sua città e a raccontarmene la storia millenaria: «Benvenuti a Tadmor, la ‘città delle palme’, come la chiamarono in lingua semitica i suoi primi abitanti. Noi la definiamo anche ‘la sposa del deserto’: è a esso che deve la sua fortuna. O meglio, alla florida oasi che l’ha resa un fondamentale punto di sosta per le carovane commerciali in transito lungo la via della Seta, dal Mediterraneo alla Cina attraverso l’India e la penisola arabica. Così, all’apice della sua prosperità nell’età imperiale romana, ai tempi della regina Zenobia, la città era un crocevia di persone, prodotti e tradizioni da ogni dove.»

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A Khaled piaceva incontrare i turisti e renderli partecipi delle indagini in corso, perché la conoscenza della storia, in continua evoluzione, deve andare oltre le guide e i manuali.

I molteplici approcci della ricerca archeologica permettono di cogliere le diverse sfaccettature di un sito nel suo sviluppo diacronico e, soprattutto, i valori sottesi ai suoi monumenti. Andare in profondità anche nella divulgazione è il solo modo per sottrarre il patrimonio, proprio come le persone, alla fragilità dell’esistenza materiale.

Con questo pensiero in testa raggiungo il comodino e afferro il mio diario, che raccoglie le memorie di quando, a partire dal 2007, ho partecipato alle ricerche sul campo della missione archeologica italo-siriana (Pal.M.A.I.S.), diretta dalla prof. Maria Teresa Grassi dell’Università degli Studi di Milano e da Walid Al-As‘ad, figlio di Khaled e direttore del Museo di Palmira.

Era il 21 novembre 2010, quando lasciavo attrezzatura, taccuini, disegni nel magazzino del museo di Palmira, certa di riprenderli in mano nella campagna primaverile. I colleghi ed io non avremmo mai immaginato che di lì a tre mesi potesse prendere forma una guerra civile. Non ne avevamo percepito gli indizi pur essendo abituati, per lavoro, a fare i detective.

La missione congiunta stava indagando le trasformazioni urbane che hanno interessato il quartiere sud-occidentale della città, concentrandosi in particolare sull’edilizia residenziale: è proprio nella quotidianità degli abitanti, infatti, che si possono rintracciare gli elementi più significativi per la comprensione di questo straordinario melting pot dell’antichità.

La nostra è stata la prima équipe italiana attiva sul sito, accanto a una missione siriana, francese, polacca, danese, svizzera, tedesca, austriaca, giapponese, americana. Anche il mondo della ricerca riflette la vocazione internazionale che da sempre connota Palmira!

Così, dopo una campagna di survey intensivo nel quartiere, si è avviato lo scavo di una struttura ritenuta cruciale per lo studio dell’intera area, l’Edificio con Peristilio, di cui emergevano solo alcune colonne. Piantate due tende, una adibita a ufficio-magazzino e l’altra abitata dalla famiglia del custode del nostro scavo (un beduino che ha temporaneamente interrotto la sua vita da nomade), con un’équipe multidisciplinare di archeologi, restauratori, epigrafisti, architetti siriani e italiani e con una ventina di operai, in una babele di lingue che comprendeva arabo classico, arabo palmireno, italiano, francese e inglese e in uno spirito di scambio reciproco di competenze, abbiamo iniziato a riportare alla luce un edificio di notevole estensione e complessità planimetrica, mantenuto in vita per molti secoli.

Nella fase più antica, risalente alla fine del II – inizio del III secolo d.C., esso doveva fungere da residenza per un ricco palmireno. In quel periodo la città era al massimo dello splendore: enorme doveva essere l’impatto emotivo dei grandiosi monumenti, costruiti con molta fatica e grande perizia e ora distrutti dalla scempiaggine umana, sul viaggiatore che giungeva a Palmira dopo giorni di traversata del deserto roccioso. Chi proveniva da Damasco era accolto dalla sagoma altera dalle tombe a torre che costellavano la vallata d’accesso alla città: veri e propri ‘condomini funerari’ che ospitavano su più piani le sepolture di diverse famiglie, dei cui membri ci sono giunti i celebri ritratti scolpiti sulle lastre di chiusura dei loculi.

L’itinerario che è esattamente quello sul quale si è accanita la distruzione dell’Isis proseguiva lungo la Grande Via Colonnata, che mascherava case ed edifici pubblici inseriti in un tessuto urbano irregolare e che si sviluppava per oltre un chilometro, scandita ai lati da statue dedicate alle personalità più influenti delle tribù locali e interrotta da un arco a tre fornici riccamente adornato, fino a raggiungere l’enorme recinto del santuario di Bel, una delle massime divinità del pantheon palmireno che includeva dei d’origine mesopotamica, fenicia, araba ed ellenistico-romana. Qui si poteva contemplare un esemplare connubio fra esigenze di culto orientali e architettura d’ispirazione occidentale; questo tempio, come quello di un altro ‘signore dei cieli’, Baalshamin, apparteneva a una molteplicità di luoghi sacri delle tribù palmirene, ognuna delle quali aveva una divinità tutelare e un tempio dedicato nel proprio quartiere.

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La pacifica convivenza religiosa e il compenetrarsi di tradizioni differenti sono solo due aspetti del carattere cosmopolita della città di età classica. Gli scavi nell’Edificio con Peristilio testimoniano come essi si siano mantenuti ancora per molti secoli, anche con l’avvento di nuove civiltà. La lungimiranza con cui la prof. Grassi ha condotto uno scavo accurato dei livelli superficiali, documentando i resti successivi all’epoca romana altrove smantellati con rapidità per arrivare ai livelli generalmente ritenuti ‘buoni’, ha permesso infatti di aggiungere qualche tassello alla conoscenza di un altro volto di Palmira, decisamente meno noto ma non di certo meno importante, soprattutto oggi. È il volto di un centro strategico in età bizantina, nel VI secolo, che mantiene questo ruolo anche all’epoca della conquista islamica del territorio siriano, con l’impiantarsi dei primi califfati, nei decenni successivi alla morte di Maometto nel 632.

Sotto la dinastia degli Omayyadi, fra la metà del VII e la metà dell’VIII secolo, la regione desertica di Palmira è punteggiata di castelli che definiscono un nuovo assetto territoriale, mentre in città le tracce più evidenti della nuova dominazione, quali la fondazione di una moschea e la costruzione di un suq nella carreggiata della Grande Via Colonnata, coesistono con quelle della manutenzione di chiese e di una sede vescovile e con una serie d’interventi di ristrutturazione inseriti nel solco della tradizione locale, suggerendo che il processo di trasformazione sia avvenuto senza troppi traumi per la popolazione locale. Rientrano fra questi interventi quelli riconosciuti nell’Edificio con Peristilio, abitato con un’apparente continuità fino all’VIII secolo.

Il volto di Palmira (per saperne di più qui) non è solo dunque quello di un’opulenta signora che combina vezzosamente un’acconciatura orientale e gioielli alla moda ispirati a quelli delle matrone romane, ma è anche il volto di un eremita che in un monastero bizantino nei pressi di Palmira scriveva codici in siriaco, il volto di un commerciante che contrattava il prezzo delle sue merci non più nei pressi dell’agorà ma nel suq, per poi ritirarsi nella penombra dell’iwan a godere la brezza che si alza nell’oasi al calar della sera.

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Le loro storie sono sopravvissute al tempo e parlano al cuore dei siriani di oggi, custodi di una tradizione di convivenza lunga millenni: un popolo talvolta trascurato, che è esso stesso monumento vivente e patrimonio dell’umanità intera.

 

 

 

Immagine di copertina: Alba sul santuario di Bel a Palmira (foto Gioia Zenoni, Archivio Pal..M.A.I.S.)

Le altre immagini

1)L’oasi di Palmira. Sullo sfondo il castello islamico Qalaat Ibn Maan (foto Federica Crespi, Archivio Pal.M.A.I.S.)

2) Il cantiere di scavo della missione italo-siriana presso l’Edificio con Peristilio nel quartiere sud-occidentale di Palmira. Sullo sfondo la valle delle tombe, 15 novembre 2010 (foto Federica Crespi, Archivio Pal.M.A.I.S.) 3)L’équipe PAL.M.A.I.S. in pausa presso la tenda durante lo scavo dell’Edificio con Peristilio nel quartiere sud-occidentale di Palmira, 15 novembre 2010 (foto Federica Crespi, Archivio Pal.M.A.I.S.)  4)L’Edificio con Peristilio prima dell’avvio dello scavo nel 2008. Sullo sfondo le tombe a torre (foto Andrea Baudini, Archivio Pal.M.A.I.S.).

5) Rilievo topografico nei pressi della Grande Via Colonnata. Sullo sfondo il castello islamico Qalaat Ibn Maan (foto Lilia Palmieri, Archivio Pal.M.A.I.S.).

6) Gli abitanti di Palmira nell’età imperiale romana: ritratto funerario femminile conservato al Museo Nazionale d’Arte Orientale di Roma (da Zenobia. Il sogno di una regina d’Oriente, Milano 2002).

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