Due o tre cose che so di Koltès

In Teatro

Continua all’ Out Off la linea di ricerca atta ad indagare la parola e le sue verità. Dopo Pinter, Beckett, Bernhard, Pirandello, Adamov e Dostoevskij, il regista Roberto Trifirò ha scelto di confrontarsi con il linguaggio e il mondo di Koltès, da poco “sbarcato” sul palco di Sanremo con Pierfrancesco Favino

Un “deal” è una transazione commerciale che si basa su valori proibiti o severamente controllati, e che si conclude, in spazi neutri, indefiniti, e non previsti per questo uso, tra fornitori e postulanti, per tacita intesa, segni convenzionali o conversazioni a doppio senso – allo scopo di limitare i rischi di tradimento e di imbroglio che una simile operazione implica – non importa a che ora del giorno e della notte, indipendentemente dagli orari regolamentari di apertura dei luoghi di commercio omologati, ma di preferenza negli orari di chiusura di questi .

Si apre così, con questa definizione di “affare” il testo di Bernard-Marie Koltès, Nella solitudine dei campi di cotone. Roberto Trifirò, nell’allestimento da lui diretto e in scena al teatro Out Off, sceglie la traduzione di Anna Barbera e proietta le parole dell’incipit del testo su un fondale. Il pubblico entra in sala e subito è circondato da un’atmosfera blu, soffusa e rituale.

Esagoni, luci di lampadine contenute in sfere di vetro collocate a terra e in corrispondenza dei vertici della figura geometrica prescelta, sottili barre di neon quasi impercettibili sospese sul palco, musica minimalista elettronica, steli e fiori di cotone stilizzati accompagnano gli spettatori mentre si accomodano sulle poltrone.

Quando si percepisce che in sala cala il brusio, gli interpreti arrivano, in tempi diversi, entro il perimetro a loro designato. C’è un uomo, un possibile venditore che occupa il solito posto in una sorta di landa del limine che incontra un altro uomo. Un cliente. Sembra esserci una trattativa in corso. Ma non c’è scambio di merce, né circolazione di denaro. È un incontro – scontro. C’è un presentimento, un presagio.

Un tango di corpi che lungo le diagonali dell’esagono, si sfiorano, si toccano, si attaccano, si provocano. Un tango di anime, compresa quella di Koltès. Non si può non ipotizzare che l’autore stesso si sia sentito nell’arco della sua vita dealer e cliente. Il drammaturgo nasce nel 1948 a Metz, in una famiglia medio-borghese. Sullo sfondo i postumi della seconda Guerra Mondiale e i germi della Guerra Fredda.

Negli occhi e nella mente di Koltès l’esperienza del padre militare e le foto di un campo di sterminio. La difficoltà nel dover confessare ai genitori la propria omosessualità e la convinzione quasi di matrice hobbesiana del fatto che l’essere umano è portato per natura umana a sopraffare un altro essere umano.

Tutta la drammaturgia è permeata dalle similitudini dell’uomo con gli animali, dalla ricerca di un senso e di un significato per un termine come illegale, da una riflessione che non offre risposte sulla condizione umana e sulle sue diversità. Quelle imposte dal mondo stesso e quelle che per natura accadono. E che ci si ritrova a dover vivere. Per necessità. Koltès studia, viaggia molto, esplora mondi, sperimenta un po’ di tutto.

Tra le città predilette New York. L’amore per il teatro sboccia quando ha modo di assistere ad una rappresentazione della Medea di Seneca, interpretata dall’attrice Maria Casares. Da quel momento il teatro diviene la ragione della vita di Koltès. Anima inquieta e dannata, viene valorizzata e salvata, per quel che è possibile, dal regista francese Patrice Chéreau. Il sodalizio artistico dura per tutti gli anni Ottanta.

Nel frattempo, in quel periodo continua a dilagare la sindrome da immunodeficienza acquisita di fronte alla quale la medicina sembra essere impreparata e di cui il drammaturgo muore nel 1989. I ricercatori francesi guidati da Luc Montagnier e quelli americani diretti da Robert Gallo conducono studi paralleli. Grazie a loro, bando alle dispute sul primato dei meriti, la scienza medica inizia a progredire.

Impossibile restare indifferenti. Impossibile per intellettuali del calibro di Leonardo Sciascia. O di Koltès. Autore attento al mondo e a quel che accade in esso. Nelle sue opere entrano brandelli autobiografici e brandelli di quel che osserva nella società. Nella solitudine dei campi di cotone è datato 1987. Forse un caso, forse no. I suoi testi restano sfuggenti, metafisici. Chéreau ne ha accresciuto l’aspetto più filosofico. E nelle sue regie ha messo in rilievo l’indagine sul senso del desiderio. La critica ne ha accresciuto il paragone con Pier Paolo Pasolini.

L’unica chiave di lettura e quel che davvero è contenuto in quelle parole la possiede l’autore. Traduttore, peraltro, di Wiliam Shakespeare. Trifirò non pone l’accento su nulla. Rispetta il testo e la sua traduzione. Fedele all’ambiguità del testo, giocato su detti e non detti. Su dissertazioni filosofiche e logiche. Fedele all’idea di teatro di parola. Il Dealer (Stefano Cordella) e il Cliente (Michele di Giacomo) sembrano due personaggi brechtiani e straniati.

A tradirli gli sguardi e gli occhi. Il Dealer è alto e provocatorio, gioca il ruolo di un possibile pusher, affascinante Caronte. Il Cliente è più basso, più impaurito, in apparenza meno arrogante, ma carnefice, almeno quanto il primo. Nell’aria predomina il senso di una calma apparente. Tutto è immobile, tutto è sospeso. È una di quelle notti, care anche a Shakespeare, in cui tutto potrebbe accadere.

Le atmosfere e le luci (progettate da Alessandro Tinelli) per tonalità e bellezza sembrano ricordare quelle delle regie di Bob Wilson da cui Trifirò è stato diretto. Non riescono ad essere fredde, nonostante le tonalità. Semmai, in questo allestimento, attutiscono gli impeti violenti con cui si sfidano, si fiutano e si studiano i protagonisti. Chi offre che cosa? Chi cerca di sottrarsi a che cosa. Resta un corpo sopra ad un altro corpo. E il presagio di una fine ineluttabile.

FOTO DI FRANCESCA MARTA 

Nella solitudine dei campi di cotone di Koltès, al Teatro Out Off fino al 4 marzo