Uno, nessuno e centomila Amleto. Anche brianzolo e dark

In Teatro

Amleto si declina in tre. Il principe di Elsinore su tre palchi diversi a Milano, solo in una stagione e in maniera ravvicinata…

Che il testo immortale di Shakespeare sia una specie di colabrodo impreziosito per drammaturghi e riletture di ogni tipo, è un dato di fatto. Che Milano lo ami molto, pure: basti solo pensare, in tempi recenti, al la rievocazione in salsa reality di Collettivo Cinetico, in scena al Parenti, ha per certi versi inciso in maniera significativa durante la passata stagione. Per non parlare, ancora nei saloni di via Pier Lombardo, della rassegna Tfaddal organizzata nel 2013, e dedicata a variazioni amletiane realizzate da giovani compagnie – ebbe origine, in quell’occasione e tra gli altri, anche l’ottimo Hamlet Travestie di Punta Corsara.

In questo periodo dell’anno, ancora a Milano, il principe danese è presente sui cartelloni di tre teatri diversi. È vero, su Amleto si è pensato, detto, scritto e messo in scena di tutto, ma a quanto pare non basta a saziare l’appetito di drammaturghi e registi, cui basta anche solo un elemento incidentale per lasciarsi ispirare e sperimentare.

Sperimenta poco – nel senso che si mantiene fedele a una linea più tradizionale rispetto all’opera di partenza – il sempre bravo Ninni Bruschetta, caratterista ormai di lusso ma anche raffinato regista, da poco in scena al Teatro Menotti con un Amleto che vuole essere moderno, un uomo dei suoi (e dei nostri?) tempi, in grado tuttavia di mantenere un legame forte con il canone. I suoi dubbi e le sue scelte sono filtrati dall’umanissima causalità dell’errore, che nella visione di Bruschetta rafforzano – o per meglio dire, definiscono – la natura di un personaggio incapace di decidere tra solipsismo e contagi emotivi derivanti dalle esperienze, dai giudizi e dalle nature altrui.

Del tutto differente il discorso relativo ad Amleto avvisato mezzo salvato (commedia con fantasma), esperimento in forma parodica diretto da Renato Sarti, su drammaturgia di Sarti stesso, Giampiero Pizzol e Filarmonica Clown: in un elaborato carosello, prende vita un Amleto intrecciato profondamente alle componenti sceniche che lo attraversano lasciando tracce importanti. Ecco che i clown arrivano anche nei cimiteri di Elsinore, testimonianza importante di un fatto: la componente istrionica, performativa dell’essere umano ricopre – nel testo del Bardo – un ruolo fondamentale (la pantomima meta-teatrale per eccellenza davanti all’infedele Claudio vi ricorda qualcosa?). Nella rilettura di Sarti la verità si mescola alla finzione, come in ogni intreccio che si rispetti, premendo l’acceleratore sulla seconda, intimamente vincolata alla designazione dei personaggi dell’opera, e ai coni d’ombra che ora li proteggono, ora li rendono vulnerabili.

AMLETO 1

Interessante, seppur non perfettissima nella resa scenica, la riduzione Amletiana dislocata in terra brianzola, e diretta con piglio scoppiettante da Aldo Cassano su impegnativa drammaturgia di Magdalena Barile: a metà tra la parodia e la riflessione, Un altro Amleto – di scena al Teatro dell’ CRT – si compone di numerosi elementi riusciti. Una regia potente, un ottimo quartetto di attori (con un asterisco speciale per la Gertrude arricchita di Debora Zuin), una drammaturgia che rintraccia Amleto in alcune intuizioni felici, che trovano compiutezza nell’ottimo lavoro di luci di Beppe Sordi. Tutti questi elementi, positivi a livello individuale, non si integrano sempre in maniera armonica: capita dunque che questo Amleto darkettone e più solitario del consueto rallenti la sua morsa, annaspando nelle verbosità del rinnovato testo, perdendo d’incisività e, in minima parte, anche di identità. Lo spettacolo tuttavia funziona, soprattutto nell’amaro, cattivissimo finale: la vita, in una Brianza che fa dell’incomunicabilità un fattore ineluttabile, non può continuare. E cede il passo alla finzione, che fa rima con la morte. O forse sono entrambe la stessa cosa? Nel testo di Barile Amleto non ha più spazio per esistere: rinchiuso nel perimetro di una bella villa, ha cessato di avere una funzione vitale nel momento in cui si è deciso a tornare a casa. È nella casa, nel nucleo di famiglia più stretto e variabilmente trasformato dopo il matrimonio della madre con lo zio, che Amleto trova il finale più dissacrante e letale che possa indurre a se stesso. È la Brianza, bellezza. O Elsinore?

Amleto per tutte le stagioni; o meglio, per una sola stagione. Tendenza o meno che sia, la passione per il principino sembra non affievolirsi mai. E purché ci sia la qualità…

(foro di Lorenza Daverio, FranCEScaCCIA, per il video si ringrazia Centro Teatrale Bresciano)

Un altro Amleto, di Magdalena Barile, in scena al Teatro dell’Arte CRT fino al 28 febbraio 

 

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