George in solitaria

In Teatro

Se si è entrati a Teatro I per vedere “Tristezza e Malinconia, ovvero il più solo solissimo George di tutti i tempi”, si è destinati a rimanere spiazzati.

Gli spettacoli teatrali oggi sembrano alla disperata ricerca di una funzione che giustifichi la loro esistenza.

Sia esso il delectare o il docere, che i retori classici attribuivano alle loro parole  e che oggi spesso appaiono in contraddizione, abitualmente ci si attende di essere condotti lungo un percorso, una narrazione, magari slegata ma coerente.

Se si è entrati a Teatro I per vedere “Tristezza e Malinconia, ovvero il più solo solissimo George di tutti i tempi”, si è destinati a rimanere, se non delusi, spiazzati.

Eppure sembrerebbe esserci tutto: c’è il protagonista George, un tartarugo gigante. C’è una prospettiva, drammatica: George è l’ultimo della sua specie. E c’è l’ironia di una apparente voce narrante che si accosta allo spettatore come la presentatrice di uno show televisivo dell’ora di cena, spigliata e sorridentissima.

È qui che parte il cortocircuito. Perchè dopo di ciò, c’è tutto: cioè, non c’è nulla. George non ha niente da fare, non vuole fare niente. Vuole solo morire, nella buca di sabbia dove è nato. La sola cosa che forse ci si poteva aspettare da un testo che con questo titolo.

In quella che sembra apatia, però, anche questo niente è tendere a qualcosa. A una fine che però è essa stessa punto di arrivo.

Non è altro che la stessa tensione della voce narrante, che in progressivo alzarsi di temperatura emotiva si fa demiurga, “mostro veterinario a tre teste”.

Così come lo sono tutti coloro che osservano, chiamati a essere fautori e concause (nel ruolo di esemplari femmina) di un futuro cui il nostro tempo frettoloso non è disposto a non guardare. Non è possibile che George non desideri, perché non rientra nella misura del nostro concepibile.

Noi non siamo capaci di osservare il tempo trascorrere, portare sul carapace le visioni di una vita lunga come il tempo stesso, in cui la durata di un film e quella dell’esplosione di una galassia hanno lo stesso – infinitesimale – peso specifico. Abbiamo fame delle storie di George, di tutto quello che potrebbe dire.

E non possiamo che essere spiazzati da quello che dice. Tutto, e nulla. George, tartaruga umanissima che tutto ha vissuto e contemplato, fa quello che, nella vita frenetica del mondo, già Giorgio Gaber lamentava di non aver mai visto fare a nessuno: “Buttare lì qualcosa, e andare via”.

A chi osserva, il resto. Sempre che sia pronto e disponibile a recepirlo, perché anche la forma che il giovane drammaturgo tedesco Bonn Park sceglie offre al pubblico la medesima sfida: non un percorso tracciato ma un caleidoscopio di frammenti, giustapposizioni di mezzi e linguaggi, tra riflessioni filosofiche che si avvitano su se stesse e canzoni dei cartoni animati, una staffilata di monologhi che sembrano rivolgersi a qualcuno senza mai dialogare.

E allora anche la apparente surrealtà di un umanissimo tartarugo in accappatoio e boxer ci fa da specchio, tra Raperonzolo invecchiate (chè mica si allungano per magia, i capelli!) il cui principe non è mai arrivato e storie d’amore consumate nella loro ripetizione sempre identica, nel loro consumarsi lento e inesorabile.

C’è malinconia e tristezza, in questo testo intelligente e sorprendente. C’è divertissement e c’è profondità. C’è il tempo che trascorre e i sentimenti intensi. C’è, soprattutto, l’intenzione di chiedere all’altro di riempire di senso, il proprio senso, ciò che ha vissuto.

Si è mostri che impongono a un animale che si limita a vivere una tristezza che potrebbe semplicemente essere quieta solitudine? Si è vittime, che hanno semplicemente scelto di non scendere nella battaglia?

Non importa. O meglio, importa che il tempo è trascorso  e – in un’azione scenica che ha il merito e la fantasia di esorbitare anche lo spazio stesso del teatro, aprendosi a un uso intelligente del video che inganna tutti su cosa veramente sia successo e cosa no – non è successo nulla. E in questo nulla, ovviamente, tutto il mondo.

Un lavoro indubbiamente originale, che si pregia soprattutto della capacità dei suoi interpreti di essere infinite cose tutte insieme: se Lea Barletti muta continuamente e rapidamente veste e intenzione, senza per questo smarrire la strada, Werner Waas incarna con assoluto agio il ruolo di atlante antropo-zoomorfo dell’umana specie, consapevole di sé (o del tutto inconsapevole, invece?) fino all’ascesi (o alla depressione senza salvezza di sapersi irrimediabilmente prigionieri di sé) e Simona Senzacqua, con cura e precisione li punteggia e ne fa il reciproco, tra l’ombra e la favola per bambini, con il suo corredo di sigla che ci porta in un mondo incantato per poi strapparcene inesorabilmente (ma è davvero così?).

Una molteplicità che non si risolve mai e non si deve risolvere, divertente e drammatica, paradossale e concreta. Come la vita.

 

Tristezza & Malinconia o il più solo solissimo George di tutti tutti i tempi di Bonn Park, al Teatro i fino al 12 marzo 

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