Questa Parigi non l’avete mai vista. Parola di The Passenger.

In Letteratura

Una lettera d’amore al Centre Pompidou, la nuova rivoluzione dei bistrot, il dandysmo congolese, il rapporto tra identità e migrazione. Il nuovo numero di The Passenger, la collana di Iperborea per esploratori del mondo, propone uno sguardo poliedrico e dinamico su Parigi. Per farlo mette insieme una raccolta di articoli di caratura estremamente originali: che raccontano una città ancora oltre l’immaginario.

Nella Collana THE PASSENGER – Per esploratori del mondo della casa editrice Iperborea esce il volume dedicato a PARIGI.

Fedele a un modello che ha rivoluzionato lo sguardo dei suoi lettori, a un anno esatto dall’uscita del volume dedicato a Berlino, ecco dunque una nuova raccolta di articoli che mappano con occhio personalissimo la città. Alcuni esempi?
Gli effetti del Beaubourg, una lettera d’amore al Centre Pompidou;
L’avenue della rivolta, sui gilet geaune;
Fuori dall’ombra: essere francesi e cinesi;
Conto le stelle, sui bistrot;
La parigina, sugli stereotipi di sofisticata bellezza della Marianna nazionale,
La paura di lasciarsi andare, sulla crisi di identità degli immigrati arabi;
Uomini che odiano gli ebrei, su una presunta forma di antisemitismo islamico strumentalizzato da politici e intellettuali conservatori;
Sapologia, sul culto di un’eleganza sontuosa, eccentrica di un gruppo di dandy congolesi;
La sindrome di Parigi, sulla diffidenza nei confronti dei provinciali, cioè di quelli che vivono fuori dall’Ile-de-France;
Una stagione con il Red star, su una storica squadra nel famigerato 93, il dipartimento di Seine- Saint-Denis, dalle radici partigiane, animata da uno spirito antirazzista e antifascista.

Già i temi proposti mostrano un oltre lo specchio della ville Lumiere e smontano stereotipi, mettono sotto i riflettori timori e delizie nascosti, ipocrisie e misteri, che noi, disinformati nel mare magnum del bombardamento mediatico, non conosciamo o di cui ci eravamo dimenticati.

Questo di Passenger è un modo diverso di essere una guida e naturalmente di viaggiare in senso figurato: si tratta di aprire uno spiraglio più dentro le cose e gli uomini, la loro storia, il senso, l’immaginario che si è imbalsamato o si è trasformato.
Un esempio: nell’articolo Gli effetti del Beaubourg, firmato da Thibaut de Ruyter, si affronta il legame diretto tra pietra e potere.
Non certo una novità nella storia del mondo: da dove vogliamo cominciare? Dalle piramidi d’Egitto, dalle cattedrali della chiesa cattolica, da palazzi e castelli dei re?
Ma tornando in Francia, scopriamo che negli anni Settanta il presidente Georges Pompidou, appassionato d’avanguardia, decide di ‘immortalarsi’ attraverso i musei; però la sua idea non è quella di museo già visto: Pompidou pensa a un Centro polifunzionale che raduni discipline come la danza, il design industriale, la grafica, l’architettura, il cinema, la biblioteca, proprio nel centro di Parigi, e sceglie il progetto rivoluzionario di due giovani architetti sconosciuti, Renzo Piano e Richard Rogers.
L’edificio, amato e odiato, si apre su una grande spazio la ‘piazza’ Beaubourg (i parigini la chiamano proprio col nome in italiano), che diventa luogo iconico e di incontri, come la Tour Eiffel, Notre Dame.

Appassionante e divertente è il capitolo dedicato a una specie di storia sociale dei bistrot di Tommaso Melilli (per chi vuole saperne di più, qui il libro appena pubblicato da Einaudi), non a caso intitolato Contro le stelle. Il riferimento è alle famose stelle Michelin.
Il 17 marzo 1791 a Parigi, l’Assemblea costituente rivoluzionaria approva un decreto che abolisce i privilegi arcaici delle corporazioni e – con essi – le pesanti restrizioni che impedivano ai commercianti di vendere quello che volevano dove volevano. Non si poteva per esempio consumare un bicchiere di vino o una tazza di caffè nello stesso locale.
I ristoranti esistevano già, ma quel giorno nasce il Sancho Panza della storia della cucina fancese: il bistrot; accogliente, poco impegnativo, economico, diventa il centro della vita sociale, politica, culturale.
Due secoli dopo, alla fine degli anni Novanta, l’egemonia della cucina francese è in crisi.
Gli unici a non accorgersene sembrano essere i grandi chef, che continuano a servire nei loro ristoranti stellati le stesse complicatissime, costosissime, pesantissime pietanze: aragosta, fois-gras, cacciagione, tartufo in ogni stagione, il tutto affogato in salse e burri compositi. E il menù è sempre lo stesso.
L’insofferenza cresce e qualcosa si muove dal basso: giovani chef , insofferenti della prigione della vecchia scuola, aprono locali nei quartieri piccolo borghesi o marginali dove vivono, insieme a colleghi cosmopoliti.
Vogliono cambiare registro senza abbassare ambizioni e qualità, i prezzi invece sì, scendono per allargare il pubblico.
Non ci sarà il menù alla carta, le cucine sono troppo piccole e non ci si può permettere di ordinare troppe materie prime costose col rischio che restino invendute.
I cuochi vanno a fare la spesa nei mercati di quartiere e nelle épicerie arabe o cinesi.
Arriva il trionfo e insieme la consacrazione, ma a poco a poco si cede,  arriva il tradimento dei valori, della semplicità iniziali e infine la resa alle salse composite, i vecchi menù vengono reintrodotti, si spiana la strada per la Controriforma e l’accesso  alle stelle della guida Michelin.   

Insomma: il nuovo Passenger di Iperborea è ancora una volta un luogo che permette di allargare i propri confini mentali. Nell’attesa di poter tornare a viaggiare, e con la magnifica ambizione di spalancare, perfino su una città icona come Parigi, occhi decisamente diversi.