Sussurra il deserto e si leva la voce: “Io sono il fratello di Noura!”

In Arte

Il Padiglione dell’Arabia Saudita alla Biennale Arte 2024 colpisce con “Shifting Sands: A Battle Song” di Manal AlDowayan, un’installazione che riflette su identità e disparità di genere attraverso il lavoro di mille donne. Teresa Antignani parte dalle grandi rose del deserto per indagare la questione fondamentale e fuorviante della dicotomia tra natura e cultura, tra relazioni di potere e voci nel deserto.

“Da quando mi trovo nel Nord, è stato spesso cagione d’immenso stupore, per me, conoscere persone che parlavano del canto fra gli schiavi come di una prova della loro contentezza e felicità” (Douglass 1962)

Questo stralcio di testimonianza viene ripreso da Colette Guillaumin nel suo saggio “Sesso, razza e pratica del potere” per raccontarci non solo il germe dell’intersezionalità tra lotte, ma per rendere evidente (semmai ancora ve ne fosse il bisogno) la condizione di intima e incolmabile distanza tra chi fa parte di un gruppo sociale minoritario e chi no. 

Per minoritario non intenderemo qui riferirci a gruppi necessariamente numericamente inferiori ma di gruppi che “semplicemente” dispongono di minor potere d’azione e trasformazione in una realtà normata da gruppi più influenti, rendendo chiarissimi due concetti fondamentali: 

  1. sebbene le singole incarnazioni di ogni rapporto sociale di dominio siano specifiche, vi è una analogia strutturale che ci consente di leggerle tutte all’interno delle relazioni di potere;
  2. i gruppi sociali sono il frutto di queste stesse relazioni e non ne sono solo “elementi”.

È a partire da questo presupposto che ci appare con estrema ovvietà che sono proprio gli oppressi a contestare una visione del mondo in termini di “essenze”. 

“Da loro nasce la consapevolezza che nulla accade che non sia storia (…) e che è la pratica a fare la storia di cui parliamo” (Colette Guillaumin, 2016)

Il fatto che Manal Al Dowayan, assieme a molti altri artisti/e e attivisti/e, utilizzi l’arte come cassa di risonanza di vertenze comunitarie minoritarie deve farci riflettere su quanto questa necessità si ponga in maniera direttamente proporzionale al rischio per questi gruppi di passare alla storia come se non si fosse mai nati (paraf. Ernesto De Martino) e su quanto sia efficace l’artivismo in qualità di pratica civile finalizzata a riarticolare il classico rapporto tra istituzioni e movimenti di lotta.

Shifitng Sands: a battle song (Sussurra il deserto e si leva la voce) è l’opera ideata da Manal per il padiglione dell’Arabia Saudita alla Biennale di Venezia che si pone in armonica continuità rispetto al suo percorso artistico fatto di pratiche attivanti, spazi di apertura al femminile e profonda messa in discussione delle limitazioni previste per le donne dalle leggi saudite. 

Di queste regole Manal mette in evidenza fin da subito l’insensatezza e l’assurdità della violenza scardinandone una apparente solidità legata a una non ben definita idea di natura.

Installation view Shifting Sands: A Battle Song by Manal AlDowayan for The National Pavilion of Saudi Arabia, commissioned by the Visual Arts Commission.

Nella dimensione scenografica dei pesanti petali esposti all’arsenale, è possibile intravedere tutta la complessità della pratica di Manal, capace di unire elementi identitari sauditi, pratica collettiva e rivendicazione di genere.

Ad una visita poco attenta potrebbe sembrare che la questione centrale sia quella della rappresentazione della donna saudita nei media, che si concretizza agli occhi dell’osservatore nelle parole stereotipate e stereotipanti di giornali internazionali e locali serigrafate su seta, in cui frasi come “non possono scegliere” vengono ripetute e stampate in grassetto.

Eppure il cuore dell’opera, che non viene menzionato nel panel introduttivo, ma che viene ampiamente e dettagliatamente descritto nei testi curatoriali di Jessica Cerasi e Maya El Khalil, è contenuta nei petali centrali della monumentale rosa del deserto che realizza Manal e che hanno qualcosa di diverso rispetto ai petali laterali; 

appaiono disegni, scritte in arabo, mappe: sono la risultanza di un lavoro collettivo svolto dalle donne saudite assieme all’artista, sono i segni di uno spazio liberato dalla presenza maschile per poter avere finalmente accesso a quel luogo ancestrale, focolare millenario che ogni donna conosce, in cui poter tramandare di ventre in ventre, racconti salvifici di vita e di violenza. 

Tutta l’opera ci parla di una forza nascosta, una presenza potente che non si manifesta agli occhi, proprio come il canto delle dune del deserto.

Manal con quest’opera ci fa intendere e percepire, senza mostrarle, le danze di battaglia dell’Aldahha: un rituale di canto, poesia e movimento che le comunità beduine eseguivano per chiamare a raccolta i guerrieri.

Nel silenzio del deserto saudita, in una realtà neanche lontanamente apparentemente pacificata, le minoritarie imparano dalla pratica la necessità di non abbassare mai la guardia, di tenere a mente i loro stessi nomi. 

Ed è quello che succede tra le perline monumentali dei rosari di ESMI (2012) in cui Manal assieme alle sue donne, lancia un grido potentissimo contro l’usanza esclusivamente saudita di non pronunciare i nomi delle donne in pubblico, perché fonte di vergogna. 

Così i nomi di queste donne occupano lo spazio, legati in un monumentale oggetto di preghiera.

Intallation view di ESMI (2012) https://www.manaldowayan.com/art https://www.manaldowayan.com/artworks/12-i-am-collection/works/13-esmi-my-name/

L’artista, rifacendosi ai testi sacri, sottolinea sapientemente come alcune pratiche saudite non abbiano affatto radici religiose o tradizionali ma siano vere e proprie pratiche di annullamento della dimensione identitaria delle donne esercitata dagli oppressori.

Questa operazione di scrittura della propria identità individuale e collettiva è anche alla base di I AM (2005), una riflessione aspra di Manal che prende forma tramite un archivio di fotografie in bianco e nero dei volti delle donne saudite accostate ad elementi legati al loro ruolo nella società. “Ogni fotografia presenta inoltre un pezzo di gioielleria tradizionale posizionato in modo ostruttivo e innaturale accanto ai volti, mettendo in discussione le tradizioni culturali che impediscono alle donne saudite di espandere i propri ruoli sociali” (dal sito dell’artista).

Questo progetto prendeva vita nel pieno del dibattito pubblico scaturito dalle parole del Re Abdulla Al Saud pronunciate durante il suo discorso inaugurale in occasione della sua ascesa al trono dell’Arabia Saudita in cui per la prima volta nella storia veniva fatto riferimento alla partecipazione delle donne nel mondo lavorativo.

“Il discorso del Re è stato poi interpretato e chiarito dalla stampa e da altri opinionisti conservatori per cui le donne potranno svolgere solo lavori adatti alla loro “natura” di donne.” 

Nelle parole dei conservatori sauditi appare evidente come non si sia ancora del tutto compiuta una rivoluzione teorica atta al superamento di quella evidenza di divisione dei sessi ritenuta “naturale”.

Questa rivoluzione, la stessa che tentano di portare avanti tutte le donne e di cui il lavoro di Manal pare segnare delle tappe di prassi istituenti (par. Vincenzo Trione), apre alla vista lo scenario di una condizione liminale costante in cui la collera delle oppresse è sempre rovente sotto la cenere e plasma il suo percorso di lotta in una quotidianità fatta di coercizione, disprezzo, minaccia diffusa.

I petali centrali di Shifitng Sands: a battle song ci ricordano una caratteristica fondamentale dei processi di capovolgimento sociale e cioè che non si tratta del lavoro di una singola individualità ma di un’opera effettivamente collettiva che avviene all’interno, e contro, un rapporto di dominio. 

Un’opera collettiva che può essere realizzata solo dagli appartenenti al gruppo (le donne) e dai fratelli che ne abbracciano la causa.

La rabbia delle donne saudite ribolle in sacche di resistenza come il calore di un magma sotterraneo che non si è ancora palesato del tutto attraverso una eruzione esplosiva. Per far si che questa eruzione avvenga, bisogna continuare a pronunciare forte i nomi di ognuna con fierezza, come il re Abdul Aziz, padre fondatore dell’Arabia Saudita che, seguendo l’esempio dei Profeti, mostrava orgoglio profondo per il nome di sua sorella, la principessa Noura.

Si narra che ai tempi, il re, in situazioni di forti tensioni e difficoltà, gridasse al mondo intero: “Io sono il fratello di Noura!”

Padiglione Nazionale Arabia Saudita, 60. Esposizione Internazionale d’Arte La Biennale di Venezia, fino al 24 novembre 2024

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