Jeffrey Gibson. Essere come un martello, per amore degli antenati

In Arte

Per la prima volta nella storia della Biennale di Venezia, a rappresentare gli Stati Uniti sarà un artista nativo americano. Jeffrey Gibson, Indiano Choctaw discendente dei Cherokee, attivista dell’identità culturale del suo popolo e delle istanze Queer che parimenti lo contraddistinguono, restituisce tutta la complessità di una concezione trasversale di vertenze individuali e (dunque) comunitarie. Sotto lo sguardo (si spera) amorevole degli Antenati.

“Per me, una persona che è come un martello,
è capace di costruire e demolire,
di immaginare qualcosa di diverso e di realizzarlo”
.
(Jeffrey Gibson, statement della mostra “Like a hammer”, 2018)


La capacità di immaginare qualcosa di diverso ma soprattutto di realizzarlo, scardinando lo stato di fatto delle cose e graffiare la superficie della storia, è forse ciò che più manca alle comunità marginalizzate che vedono togliersi prospettive politiche ed esistenziali da chi decide per loro in nome di una non troppo ben definita ragione comune. Eppure non è un caso che queste parole vengano pronunciate dall’artista Jeffrey Gibson che incarna le istanze della propria cultura nativa e al contempo dell’identità Queer restituendoci tutta la complessità di una concezione trasversale di vertenze individuali e (dunque) comunitarie.

Jeffrey Gibson, DREAMING OF HOW IT’S MEANT TO BE, Stephen Friedman Gallery, London (2024). Courtesy Stephen Friedman Gallery, London and New York. Photo by Lucy Dawkins.


Il Padiglione Stati Uniti d’America in occasione della prossima Biennale di Venezia ha scelto per la prima volta nella sua storia di farsi rappresentare da un artista Indiano Choctaw discendente dei Cherokee e nessuno di noi può credere che si tratti di un caso: tra i più maliziosi ci sarà chi pensa ad un ottimo tentativo di un washing di qualche genere, altri poseranno più a lungo lo sguardo su quanto di positivo c’è nel vedere finalmente rappresentato il Padiglione degli States proprio da chi si fa portatore di un’identità culturale specifica, legata a una storia fatta di sottrazione di territori, occupazioni di suolo, massacri di uomini, donne, bambini, animali, demonizzazioni e delegittimazioni. Jeffrey Gibson, in una rilettura contaminata e non purista delle proprie origini, sa offrirci un lavoro complesso e maturo che sposa la sua biografia e il suo essere senza collocazione. Dalle istallazioni multimediali all’uso di colori accesi, alle geometrie arcaiche e ai sacchi da boxe intrisi di elementi decorativi, i riferimenti alla “subcultural aesthetic” sono molteplici e non si limitano alla cultura nativa americana, anzi, Jeffrey definisce il suo lavoro come una sorta di resa della complessità della sua biografia di “uomo queer nato alla fine del xx secolo” che ha goduto del supporto e del riconoscimento della comunità dei nativi americani.

Jeffrey Gibson, Butterfly Effect, 2023. Courtesy Sikkema Jenkins & Co


È dalle suggestioni legate a quest’ultima che derivano, ad esempio, l’uso della pelle come supporto vivo per avvicinarsi, con la pratica pittorica, alla complessità della vita organica in cui “non sappiamo davvero come le cose operano”; o l’utilizzo di texture, perline e pendenti decorativi che richiamano i powwow dei nativi americani. E sebbene questi siano alcuni dei tratti distintivi agli occhi del grande pubblico dell’estetica di Gibson dopo la sua mostra “Like a hammer” – la prima grande mostra museale del suo lavoro, con oltre 65 pezzi prodotti dal 2011 al 2018 al Denver Art Museum – il suo lavoro resta pieno di rimandi all’estetica queer, alla “gender aesthetic”, al fashion, alla pop music e all’uso della parola nel mondo contemporaneo.

Jeffrey Gibson, DREAMING OF HOW IT’S MEANT TO BE, Stephen Friedman Gallery, London (2024). Courtesy Stephen Friedman Gallery, London and New York. Photo by Lucy Dawkins.


Opera di Jeffrey Gibson e Kathleen Ash-Milby, membro della Nazione Navajo, co-curatrice del padiglione USA, è anche “An Indigenous Present” (un presente indigeno), una pubblicazione del 2023 che apre uno spaccato inedito sulle direzioni possibili di un’arte nativa e indigena, in cui vari artisti, tra cui musicisti, poeti, artisti visivi offrono un contro-esempio rispetto alle narrazioni precedenti costituite da saggi accademici illustrati con opere di autori indigeni e con riferimenti che lo stesso Gibson definisce obsoleti. “Ho voluto realizzare un libro “sexy”che invitasse il pubblico a considerare gli spazi creativi e concettuali di cui gli artisti hanno bisogno per pensare liberamente, interrompere il flusso, correre rischi, commettere errori e persino fallire nel processo di creazione di qualcosa di nuovo”. Con “An indegenous Present”, Gibson ci rende partecipi della visione pedagogica che ha della sua pratica e del ruolo che sente di avere in qualità di educatore nel suo modo di metabolizzare “il razzismo gentile” presente nel mondo dell’arte e delle istituzioni.


Un vero e proprio ponte tra pratiche, vertenze e condizioni differenti che fanno dell’espressione di Jeffrey, un prefetto mix di tematiche care alla nostra contemporaneità: dalla riappropriazione culturale, all’identità di genere, al post-colonialismo. Probabile che sia questa complessità, unitamente al suo eclettismo, a non far scivolare il lavoro di Gibson nel calderone della retorica.
Il titolo del progetto espositivo per la 60esima edizione della Biennale che aprirà al pubblico il lavoro di questo artista il prossimo 20 Aprile è The space in which to place me (lo spazio in cui mettermi); si tratta di un riferimento diretto alla poesia “Three” della poetessa Layli Long Soldier, nativa americana della tribù Oglala dei Lakota.

Layli Long Soldier, The space in which to place me


Forse è proprio lo spazio bianco tra le parole che fungono da recinzione nella poesia visiva di Layli che costituiscono la pienezza di un vuoto che richiama la piazza, il luogo pubblico dove “costruire e demolire”, in un allenamento continuo con sacchi decorati di perline in vetro, identità collettive e coscienza politica. Il posto dove lasciarsi ispirare dai cosiddetti outsider che “si sono rifiutati di essere marginali”, con tutto l’orgoglio degli antenati.
Che sia esattamente questo, tenendo bene a mente rapporti di potere e collocazione nel mondo sociale del dominio dell’arte, uno dei luoghi di cui riappropriarsi per essere finalmente martelli distruttori e al contempo creatori di nuove visioni?

Jeffrey Gibson, The place in which to place me, Giardini della Biennale di Venezia, Padiglione degli Stati Uniti d’America

In copertina: Jeffrey Gibson, House of Spirits, Kew Gardens, London, 2023. Courtesy of Kew Gardens. Photo by Jeff Eden

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