L’anima del mondo per strada: Cascavilla, Il dio degli incroci.

In Letteratura

Dall’India all’antica Roma, dal Giappone al Brasile: un viaggio nei crocevia, lì dove il sacro persiste. Stefano Cascavilla compila una mappa di luoghi densi di spiritualità, ripercorrendo culti e rituali che risuonano simili anche se appartengono a tempi e continenti distanti. Un saggio antropologico, che parla al “noi” più antico: “Il dio degli incroci”, pubblicato da Exòrma.

Nessun luogo è senza Genio, scriveva Servio nel IV secolo nel suo commento all’Eneide.
Per millenni, in tutte le civiltà, le persone hanno portato offerte, costruito altari, celebrato cerimonie per rendere onore alle divinità della natura, racchiuse in una grotta, in una sorgente, entro una quercia secolare, oppure individuando gli dei nei luoghi stessi.


Dal Settecento in poi, invece, ovvero dal secolo dei Lumi e della Scienza, il tema è scomparso dalla nostra coscienza, dalle nostre tradizioni.
I Luoghi sono diventati semplicemente luoghi, quanto a Dio, è morto tragicamente, ma nella maggior parte dei casi è banalmente svanito, come diceva Nietzsche.
In un mondo desacralizzato l’invisibile non ha dimora, è relegato nell’ambito imbarazzante delle fantasticherie, considerato il retaggio di un passato superstizioso e irrazionale.
Eppure, eppure anche il più duro e puro positivista resta stordito di fronte ai colori di un tramonto, allo svettare di una montagna, a un prato fiorito. Un po’ distruggiamo il paesaggio con urbanizzazioni selvagge, un po’ lo consumiamo anche col turismo, ma questo, come un’Araba Fenice, come una divinità immortale, come il sole e la luna, risorge, ci soggioga ancora col suo fascino e affiora – inconscio – un senso di fusione, di affinità profonda con la natura, quella natura naturans che ispira Sandro Botticelli nella sua Primavera.
Stefano Cascavilla ci guida in un pellegrinaggio attraverso il tempo, lo spazio, le culture, le religioni, per ritrovare tracce di credenze scomparse, per riconoscere i segni di quelle che abbiamo ogni giorno davanti agli occhi, ed è una scoperta, una gioia: lo fa in un libro pubblicato da Exòrma, e intitolato Il dio degli incroci (sottotitolo, non casuale, Nessun luogo è senza genio).
Viaggia a piedi, Cascavilla, e visita i posti più belli e più famosi del mondo: dal vulcano di Antigua in Guatemala, al Fuji, alla valle dell’Indo, ma ci fa anche riscoprire il piacere delle gite fuori porta, di vecchi passi abbandonati, addirittura di discariche pullulanti di erbacce che ne riprendono possesso con sontuoso rigoglio.
Un segno degli antichi culti è rimasto un po’ dappertutto, anche se un po’ sbrindellato, ed è il crocevia. Si trova a lato di terreni incolti, nel folto dei boschi, in luoghi che paiono perfetti per perdersi; sono i punti di attrazione privilegiata per gli spiriti del mondo selvatico, delle streghe e dei demoni, oggi di santi e madonne, sempre con qualche mazzetto di fiori di campo un po’ appassiti è un lumino spento.
Ecate (Trivia, a Roma), la dea regnante sui demoni, sulla luna e sui morti, sorge lì con le sue tre teste.
In questi luoghi c’è bisogno di essere protetti.
Altari, crocifissi, piccole edicole, stupa, semplici sassi ammonticchiati a piramide per invocare gli Invisibili benevoli a contrastare le forze del Caos. Le icone di padre Pio sulle strade del Sud dell’Italia, i Chimata-no-kami, che proteggono gli incroci in Giappone dagli spiriti maligni, i Lares compitales degli incroci di campagna romani.
Hermes è il messaggero di Zeus, che gli donò le ali ai piedi e lo rese protettore dei commerci, dei mercati, dei ladri, degli inganni, delle strade, dei confini. I Greci segnavano i confini con una colonna con la sua testa (chiamata erma) per invocarne la protezione. Un dio simile si incontra in Brasile, Eshu, che è poi l’antenato del potente dio Legba di Benin, Togo, Nigeria. Se poi consideriamo l’incrocio nel senso delle sue direzioni cardinali, incontriamo gli otto Asta-Dikpala, dei-guardiani delle direzioni e degli angoli della tradizione vedica e buddista.
La permanenza e la diffusione, nonostante il materialismo dominante, di credenze tanto simili, è il segno di un’energia universale che promana dal Cosmo.
Un’energia che permea le culture tradizionali, dal Q’i cinese, al Prana indù, al Sami dei popoli andini, al Numen dei Romani.
È l’Anima del Mondo che affiora da ogni luogo, che ci soggioga con la sua potenza, che ci placa con la sua dolcezza, che ci commuove coi suoi ricordi.
È una sorgente sotterranea: a noi ritrovarla, riconoscerla e dissetarci della sua-nostra vita.

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