Nei luoghi di Ferdinando Scianna

In Arte

Una recensione (e un paio di domande) dalla mostra di Ferdinando Scianna “Istanti di luoghi” alla Galleria Forma Meravigli.

 

Per ognuno di noi, non solo i fotografi, ci sono luoghi più importanti di altri. A cui siamo legati in modo affettivo. Ce ne sono altri che, secondo Ferdinando Scianna (Bagheria, 4 luglio 1943), «ci chiedono di essere fotografati».

Questa volta, uno dei maestri della fotografia italiana, praticata per oltre mezzo secolo «per campare, ma soprattutto per vivere», mette in mostra alla Galleria Forma Meravigli di Milano una serie di luoghi, non dei semplici paesaggi. Da Los Angeles alla Calabria, dalla sua Bagheria, la cittadina vicina a Palermo in cui è nato e cresciuto, allo Yemen, Istanti di luoghi è un piccolo giro del mondo, nel tempo e nello spazio, in oltre 50 scatti esposti e 90 raccolti nell’omonimo libro. Erano almeno 15 anni che pensava a un progetto di questo tipo: l’ennesimo modo, per lui che si è occupato di tutto, dal fotogiornalismo alla fotografia di moda, per ribadire che non crede nella specializzazione.

Nuova Delhi, 1972. © Ferdinando Scianna/MagnumPhotos/Contrasto
Nuova Delhi, 1972.
© Ferdinando Scianna/MagnumPhotos/Contrasto

«Nella mia vita ho incrociato uomini, storie, luoghi, animali, bellezze, dolori, che mi hanno suscitato, come persona e come fotografo, emozioni, pensieri, reazioni formali che mi hanno imposto di fotografarli, di conservarne una traccia». Scianna delega in qualche modo al mondo responsabilità e merito di quelle immagini. Non ha mai fatto un viaggio per fotografare un paesaggio, spiega: spinto da fatti e avvenimenti li ha incontrati e ha come obbedito al loro richiamo.

Ma, ammonisce, le fotografie non si fanno solo nel momento in cui si scattano, bensì anche dopo. Organizzandole, scegliendole. Accompagnandole con riflessioni e testi, sempre molto presenti nei suoi libri: con la letteratura, d’altra parte, ha sempre avuto un rapporto speciale, a partire dalla lunga amicizia con Leonardo Sciascia e poi dal rapporto con altri grandi scrittori, come Borges. «Mi interessa scrivere con l’ambizione che la scrittura non aggiunga qualcosa alla fotografia – dice –. Le immagini sono piene di testo». E attribuisce poi al linguaggio la capacità di permetterci di comprendere felicità e dolore, sensazioni altrimenti oscure se non avessimo le parole per concepirle e delinearle.

Meteora, Grecia, 1984. © Ferdinando Scianna/MagnumPhotos/Contrasto
Meteora, Grecia, 1984.
© Ferdinando Scianna/MagnumPhotos/Contrasto

Istanti di Luoghi è anche, e prima di tutto, un libro. «Da me nascono libri: ho sempre fatto le mostre partendo da lì». Ci sono libri che nascono in pochi mesi e altri che aspettano anche 50 anni per vedere la luce. E allora in un’altra sala ecco un focus sulle molteplici raccolte d’immagini e testi che Scianna ha pubblicato, oppure no, creando a mano esemplari unici, realizzati per se stesso ed esposti ora in una teca, appena assaggiabili e frutto di quella che chiama una mania ossessiva.

Questa volta le sue fotografie non vengono accompagnate da testi, ma da semplici didascalie che ne segnano luogo e anno, coerenti con il titolo del libro. Alcune righe però introducono il volume e finiscono anche in copertina, chiarendo e ancora ribadendo che «ho sempre pensato che io faccio fotografie perché il mondo è lì, e non che il mondo è lì perché ne faccia fotografie. Anche questi luoghi non mi sembra di averli cercati, li ho incontrati vivendo, e poi ho scelto alcune delle tante fotografie che in questi incontri mi sono state regalate per comporre un libro nel quale riconoscermi».

Calabria, 1973. © Ferdinando Scianna/MagnumPhotos/Contrasto
Calabria, 1973.
© Ferdinando Scianna/MagnumPhotos/Contrasto

 

E così forse Scianna si riconosce in quello scoglio che a San Sebastian, in Spagna nel 2001, viene investito dall’onda che su esso si infrange, parlandoci della forza della natura, mentre il fotografo viene investito dalla bellezza del mondo ed è  chiamato a conservarla, per farne memoria, come un archivio di luoghi da tenere per sé e in futuro regalare agli altri. Il mare ritorna ancora, più dolce, nelle Cinque Terre liguri. Fa capolino quello della Calabria, dalle Cave in lontananza o dalle altalene conquistate dai bambini, sulla spiaggia. In primo piano le tracce del riposo, tra bicchieri vuoti e un giornale sfogliato dal vento.

Sono tanti e diversi gli strati di realtà che Scianna ci rende disponibili, rivelandoli a volte da dietro un vetro o un paio di persiane, quinte private sul mondo fuori. Diversi livelli di paesaggio, che diventano grafismi sulle montagne della Bolivia o dell’Andalusia e sulle colline marchigiane: vedute che ricordano lo sguardo sulla piana di Catania o su Messina. Le stratificazioni temporali emergono nei momenti che esulano dalla contemplazione e ci parlano di un passaggio, come negli scatti lungo le campagne del Friuli e dell’Emilia o tra i canali di Venezia. E poi epifanie: la lava sull’Etna o il timido sole francese, stormi di uccelli che in cieli diversi del mondo disegnano storie.

New York, 1976. © Ferdinando Scianna/MagnumPhotos/Contrasto
New York, 1976.
© Ferdinando Scianna/MagnumPhotos/Contrasto

La mia fotografia preferita di questa mostra, Scianna l’ha scattata in Yemen. Un polveroso campo da calcio, di sabbia e foschia che rivelano qualche albero in lontananza, interrotto da due porte nere, senza reti, fatte di pali e transenna, geometrie semplici e regolari che interrompono i solchi nel terreno su cui poco fa dei bambini hanno probabilmente finito di giocare. La presenza umana è invisibile e sospesa, eppure è in grado di rendere più denso questo scatto.

A presentazione finita, rivolgo a Scianna un paio di domande, che riporto di seguito, insieme alla risposta integrale.

Per ciascuno di noi alcuni luoghi sono più importanti di altri, o perché ci si è nati e cresciuti, o perché sono legati a momenti particolari. A livello fotografico come funziona per lei questo rapporto?

«Ogni tanto mi chiedono che influenza abbia avuto la Sicilia, nella mia vita e sulla mia fotografia. È come se mi chiedessero che ruolo ha avuto mia madre. Magari la si odia, ma non si può negare che abbia un’influenza sulla propria vita. Fare il fotografo essendo nato in Sicilia non è la stessa cosa di essere nato in Norvegia o in un altro Paese. Cartier-Bresson diceva: “la mia giornata ideale è molto luminosa, senza ombre”. Come avrei potuto dire io una cosa del genere, quando mia madre mi ammoniva: “Mettiti il cappellino che il sole ti ammazza”? La luce non è solo un fatto atmosferico, ma diventa esistenziale e può diventare addirittura metafora della violenza di un certo luogo, se ci si vive dentro.

Roccamena, Palermo, 1963. © Ferdinando Scianna/MagnumPhotos/Contrasto
Roccamena, Palermo, 1963.
© Ferdinando Scianna/MagnumPhotos/Contrasto

«La propria educazione visiva, sentimentale, etica e politica, la determinano i genitori, gli incontri, i libri letti, ma anche la luce che c’è nei luoghi dove si è cresciuti. Probabilmente quello è il filtro, la cassapanca dalla quale ciascuno continua a muovere. In questo libro e in questa mostra non ci sono luoghi canonici. Sono luoghi che ho incontrato e che mi hanno detto “fammi una foto”, e io l’ho fatta. Ma può succedere che di fronte a un oggetto naturale straordinario, come il Salar di Uyuni, in Bolivia, un lago salato che quando si asciuga si trasforma in un reticolato di esagoni, la prima emozione e pensiero siano stati “sembra un’immensa coperta all’uncinetto di quelle che faceva mia madre”.

«Che uno lo voglia o no, anche se fotografa un paesaggio, c’è qualche cosa dentro il suo “foro interiore” – come lo chiamano quelli che hanno letto Freud –  che probabilmente fa scattare una molla. Un bel tramonto può anche farci schifo, perché ci ricorda un luogo comune, la brutta immagine di un calendario che c’era a casa della zia. I rifiuti e le adesioni, quello che fa scattare il desiderio, in definitiva, la molla fondamentale, nasce dalla propria vicenda umana.  Questo è un libro dove ci sono solo immagini, ma io penso che le mie fotografie ci guadagnino a essere inserite in un contesto nel quale si sa da dove vengo, da che tipo di luce e di violenza. Il tipo di sogno che mi ha fatto fuggire da lì e che insieme me lo fa rimpiangere».

Puglia, 2008. © Ferdinando Scianna/MagnumPhotos/Contrasto
Puglia, 2008.
© Ferdinando Scianna/MagnumPhotos/Contrasto

Qual è l’insegnamento più importante che le sembra di aver imparato in tutti questi anni?

«Io sono un allievo di professione. Per tutta la vita sono stato in cerca di padri e di maestri e la mia fortuna è che ne ho trovati: gente infinitamente migliore di me, che mi ha preso sul serio e mi ha insegnato delle cose.

«A volte il contesto di un luogo, nella sua accezione anche storica, culturale, esistenziale, politica e così via, in certe persone produce cortocircuiti che diventano insegnamenti molto importanti. Per esempio, la Sicilia. Sino a non tanto tempo fa si pagavano delle donne per urlare e piangere ai funerali. Secondo un’idea per cui il dolore doveva essere teatralizzato, barocco, eccessivo, altrimenti non si era sofferto abbastanza. Era una sorta di rappresentazione, anche delle cose più intime. Questa cosa se la si è vissuta e se poi si sono avuti gli incontri giusti nella propria vita, aiuta a difendersene.

«Se c’è una cosa da cui ho imparato a difendermi è la retorica, l’urlo. Perché non è l’urlo che ti fa sentire più lontano, ma è il contenuto di un discorso. Diceva sempre Stendhal che bisogna scrivere con lo stesso spirito con cui è prodotto il codice civile: ogni parola deve corrispondere a un significato esatto. Deve essere qualche cosa che racconta, senza sentimentalismi. Io penso e spero di aver fatto una fotografia molto emotiva, ma non sentimentale, molto politica, ma non urlata o propagandistica. Questa è una cosa che mi hanno insegnato la Sicilia e l’anti-Sicilia che c’è nei migliori siciliani».

 

Istanti di luoghi, Milano, Galleria Forma Meravigli, fino al 30 luglio 2017

F. Scianna, Istanti di luoghi, Contrasto.

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