Capolavori su carta: un altro Novecento italiano

In Arte

Un’eccezionale selezione di opere su carta dell’arte italiana del Novecento è in mostra al Museo del Novecento: un’occasione per avvicinarsi al mondo dei disegni, grazie alla generosità di Pino Raibolini

È un buon momento a Milano per gli amanti del disegno. Dopo la bella mostra al Castello Sforzesco, Novecento di Carta, che si è svolta dal marzo al luglio del 2018, è ora la volta della collezione Ramo di cui sono esposti al museo del Novecento un centinaio di pezzi.

La collezione è stata raccolta da Pino Rabolini, scomparso poco tempo prima dell’apertura della mostra. Il collezionista è stato il fondatore negli anni Sessanta del marchio Pomellato, uno di quei piccoli miracoli che hanno fatto grande il miracolo italiano di quel decennio. “Sono stato ispirato da un’intervista del 1963 di Vogue France a Pierre Cardin. All’intervistatrice che, con un po’ di sussiego, faceva notare che dopo avere vestito dive e principesse, con il pret-a-porter avrebbe dato accesso ai suoi abiti anche a un ceto più modesto, Cardin senza scomporsi rispose: “Ecco lei ha capito tutto”. Mi domandai cosa fosse mai questo pret-a-porter e quando lo scoprii, pensai che avrei potuto applicare lo stesso principio all’oreficeria, l’attività della mia famiglia” (da un’intervista di Ada Masoero comparsa sul Sole24Ore nel giugno 2016).

Cagnaccio di San Pietro, Bozzetto per Primo denaro, 1928 circa

In realtà la sua passione per il disegno risale a molto prima, ai suoi primi passi nell’attività di famiglia. Ma si rende conto ben presto – con l’onestà rigorosa che ha contraddistinto tutta la sua vita – di non avere il talento necessario. Così continua a disegnare gioielli per la sua azienda e si dedica alla passione dell’acquisto: comincia a comprare opere su carta di artisti italiani. Rigoroso in maniera maniacale si affida a una critica d’arte per dare coerenza e sostanza alla sua passione: è Irina Zucca Alessandrelli, la curatrice della mostra in corso.

Il suo primo acquisto è un Fontana. E la collezione segue una linea molto coerente: artisti italiani del Novecento. Anzi per essere precisi “fino agli anni Ottanta del Novecento”, una scelta quindi storica che esclude le ultime avanguardie e tendenze.

Nel 2013 Rabolini vende la sua azienda e può dedicarsi anima e corpo alla sua passione.

La collezione, alla sua morte, consta di più di 600 disegni dai quali è stata fatta una selezione di cento pezzi. La scelta di una scelta quindi. E il risultato è eccezionale: da Medardo Rosso ad Alighiero Boetti, da Boccioni a Savinio, Vincenzo Agnetti, Salvo.

Salvo, 20 siciliani, 1976

Non è la prima volta che questi disegni vengono esposti. Rabolini era un uomo molto schivo ma estremamente generoso. Ogni anno organizzava nella sua fondazione una cerimonia in cui un selezionato gruppo di amici veniva accolto per potere godere dei suoi ultimi acquisti.

Nel 2015 poi, in occasione di Expo, raccolse una sessantina di disegni che espose nel nuovo studio di City Life dell’archistar Daniel Lebeskind.

Ma che cosa è un disegno? La collezione considera “disegno” qualsiasi opera originale su carta (e quindi grafiti e carboncini, ma anche tempere, collage, montaggi…).  Come Rabolini stesso ha dichiarato : “Il disegno rappresenta la prima esternalizzazione dell’idea. È il primo passaggio della mente di un artista all’opera che verrà, in questo senso è più interessante della tela o della scultura che, invece, contengono mille ripensamenti. È la mano che traduce l’idea. Quando scegliamo un’opera è molto importante che non ci dia la sensazione di essere un quadro, ma che dia importanza al disegno nella sua specificità”.

Il disegno quindi come struttura originaria del lavoro creativo dell’artista. Come momento assoluto e decisivo. Come sottolinea la curatrice nel catalogo “Il disegno ci consegna l’artista ‘nudo’, quindi invitiamo a guardarlo spogli da preconcetti e nozioni, per coglierne allo stesso tempo la potenza e la fragilità”.

Tancredi, Facezie, 1960

E la mostra mantiene fino in fondo le sue premesse. Il bell’allestimento consente di concentrarsi sulle opere divise in quattro piccole sezioni che hanno titoli con il punto interrogativo, quasi a volere comunicare la possibilità di un  percorso che ne prevede altri e personali: “Astrattismi?”, “Figurazioni?”, “Parole+immagini?”, “E gli scultori?”.

E veramente la visita consente di fare un percorso personale dialogando con le opere nella più personale autonomia. E se da un lato rimane sorprendente vedere come alcuni artisti abbiano saputo declinare su carta opere concepite per supporti affatto diversi (penso a Castellani, a Grazia Varisco), si rimane stupefatti dalla compiutezza espressiva di altri lavori – quasi che la carta possa sostituirsi impunemente alla tela e a qualsiasi materiale (mi riferisco a Fabio Mauri, Lucio Fontana, Adolfo Wildt, Cagnaccio di San Pietro, nello stupefacente studio per Primo Denaro, Alberto Burri).

Il resto va fruito nella bellezza della scelta delle opere e seguendo inevitabilmente le proprie storie e inclinazioni. Le mie sono andate a un delicato Boat IV di Domenico Gnoli, all’emozionante Senza Titolo di Carol Rama e all’inarrivabile Nous, mon coeur, que… di Gianfranco Baruchello.

Ma ciascuno troverà il suo.

 

 

Chi ha paura del disegno? Opere su carta del XX secolo italiano, a cura di Irina Zucca Alessandrelli, Milano, Museo del Novecento, fino 24 febbraio 2019

Immagine di copertina: Umberto Boccioni, Controluce, 1910

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