Vezzoli a Prada: gli anni Settanta della Rai e dell’Italia

In Arte

Francesco Vezzoli, uno dei più interessanti artisti in circolazione, guarda la Rai degli anni Settanta e cerca di raccontare un paese in trasformazione, tra Mario Schifano e Raffaella Carrà, il terrorismo, il femminismo e Canzonissima. Il nuovo progetto espositivo della Fondazione Prada è, al solito, ambizioso e stimolante; ma questa volta non tutto funziona.

Voglio subito circoscrivere il perimetro entro il quale il mio intervento si muoverà: nel 1971 avevo 16 anni e mi apprestavo a vivere il decennio che Francesco Vezzoli prende in esame considerandolo, giustamente, determinante nel passaggio del nostro Paese da un periodo arcaico a uno moderno. Forse il decennio in cui l’Italia entra nell’età adulta.

Le mie aspettative si concentravano poi su due precisi aspetti. Il primo, vedere come un artista di talento – che proprio delle icone dei mezzi di comunicazione di massa ha fatto un’analisi particolarmente attraente – avesse incistato nella memoria immagini e miti della televisione che fino alla fine degli anni Settanta significava, per gli italiani, esclusivamente due canali della Rai. L’artista nasce nel 1971 e quindi almeno per i primi anni del decennio lavora solo su tracce mnemoniche: affascinante.

Immagine della mostra “TV 70: Francesco Vezzoli guarda la Rai”. Foto Delfino Sisto Legnani e Marco Cappelletti.

Il secondo, vedere alla prova, in un periodo in cui molti curatori si fanno, più o meno velatamente, artisti, un artista che si fa dichiaratamente curatore. In nessuno dei due casi l’esito mi ha convinto.

 

La mostra si realizza in quattro momenti. Si parte dal legame esplicito tra Rai e arte con brevi programmi che l’emittente dedica ad artisti noti negli anni Settanta. Se non sorprende la presenza di Guttuso, De Chirico, e nemmeno di Burri e Vedova, fanno più impressione gli interventi di figure come Agnetti, Pistoletto, Boetti. Con, ad aprire, le opere di Schifano e Baruchello. È la sezione più convincente della mostra.

Immagine della mostra “TV 70: Francesco Vezzoli guarda la Rai”. Foto Delfino Sisto Legnani e Marco Cappelletti.

L’allestimento – dopo un primo approccio spaesante tra video i cui audio si accavallano e quadri approssimativamente illuminati – richiede una certa concentrazione ma alla fine rivela uno degli aspetti che più debbono avere attirato Vezzoli: l’estrema eterogeneità di quella televisione capace tra notizie e intrattenimento di ospitare artisti celebrati e rappresentanti di avanguardie che allora dovevano essere appannaggio di pochi appassionati.

La sezione prosegue con un dialogo tra autori che si ispirano alla televisione (Paolini), che usano la televisione (Fabio Mauri) e fanno arte in televisione (Bontempelli, Nora Helmer di Ibsen e il Don Chisciotte entrambi di Roberto Lerici e diretti da Carlo Quartucci, Eugenio Carmi).

Mario Schifano, Paesaggio TV, 1970. Courtesy Galleria Marconi

Il secondo frammento di mostra è dedicato alle notizie chiave date dai telegiornali nel periodo. Vezzoli premette nella guida che i Settanta “sono anni molto violenti, e non solo in Italia” ma ridurre tutto il decennio a una teoria di stragi, omicidi, rapimenti è un errore grossolano.

Erano questi episodi reazioni truci a trasformazioni politiche e sociali che stavano cambiando dolorosamente il Paese: non è più esclusivamente “di sinistra” l’analisi che interpreta piazza Fontana, piazza della Loggia, l’Italicus, il rapimento di Aldo Moro, l’attacco ai giornalisti, gli scontri di piazza, come una precisa strategia che intendeva combattere col sangue i protagonisti e le conquiste – enormi – di quegli anni: operai, studenti, donne, ma anche poliziotti, soldati, medici, magistrati e – non dimentichiamolo mai – antifascisti di tutte le età e condizioni, stavano rivoltando come un guanto una società in cui l’opulenza del boom, la rivoluzione culturale e sessuale, nuovi orizzonti di ricerca si scontravano con una realtà ancora largamente infarcita di bigottismo clericale, privilegi economici feudali, pachidermismo burocratico.

Immagine della mostra “TV 70: Francesco Vezzoli guarda la Rai”. Carla Accardi, Grande trasparente,1975. Foto Delfino Sisto Legnani e Marco Cappelletti

I sedici televisori che riproducono quei tragici momenti (ci sono anche le morti di Feltrinelli e Pasolini), di questa drammatica dialettica, di questa impressionante contrapposizione sembrano non accorgersi. In un allestimento cupo e rumoroso in cui, anche con le cuffie, i suoni sono indistinguibili.

Questa socialità rivendicata dovrebbe essere il soggetto della terza sezione. Il grande Podium della Fondazione è dedicato a filmati che riproducono manifestazioni e interviste alle donne (le odiate, all’epoca, femministe) proiettati su una tenda semovente. Ma lo spazio è dominato da una bellissima serie di opere di Carla Accardi.

Non so, mi pare che anche qui si perdano i nessi più significativi: il movimento femminista non fu solo incazzato e socialmente nuovo. Fu straordinariamente variegato, creativo, consapevole, difficile. Le donne rompevano un equilibrio millenario. Lo fecero con difficoltà, sforzo, impegno. Ma anche con una gioia, una coscienza, una consapevolezza di sé, nuova e sconcertante. Il suo precoce ridimensionamento è stato una delle catastrofi della politica italiana dei successivi decenni.

Immagine della mostra “TV 70: Francesco Vezzoli guarda la Rai”. Foto Delfino Sisto Legnani e Marco Cappelletti.

L’ultima parte è quella in cui l’artista si è probabilmente trovato meglio. Il confronto tra le sue memorie e alcuni artisti prediletti è espresso in ambienti molto suggestivi. E allora Mina, la Carrà (che mi pare essere per Vezzoli la vera Musa del decennio) con le gemelle Kessler commentate dai collage di Tomaso Binga; Amanda Lear in un confronto, un po’ greve, con le straordinarie e precocissime foto di Lisetta Carmi della serie I Travestiti; Cicciolina in dialogo con Carol Rama, Paola Mattioli, Libera Mazzoleni, Suzanne Santoro. Per finire con il programma di Adriana Asti Sotto il Divano corredato dai ritratti delle dive (soubrette, attrici ma anche registe e scrittrici) di Elisabetta Catalano.

Un’immagine da “Canzonissima” con Raffaella Carrà, 1970

Avviandomi a quella che deve essere considerata un’appendice alla mostra, due riflessioni finali. L’appendice si svolge al cinema della Fondazione: è un blob, una personal choice in cui Vezzoli proietta quanto gli è piaciuto di quel decennio, quanto gli “è rimasto” dei programmi Rai. Ma è un blob appunto. Forse questi anni avrebbero meritato un montaggio più lungo di quello che alla Rai chiamavano “spezzoni”. Ma Blob è un format nato nel 1989. Quando l’artista ne aveva diciotto.

E infine, a costo di uno stucchevole “celo/manca” di un nostalgico del mondo Panini: ma la musica? La musica degli anni Settanta, che pure deve avere accompagnato anche un ragazzo del ’71, De Gregori, Dalla, Daniele, De Andrè, ma anche i Pooh, Tozzi, Venditti, Cutugno?

Niente? Niente.

 

TV 70: Francesco Vezzoli guarda la RAI, Fondazione Prada, fino al 24 settembre.

 

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