Tecnica, potenza e precisione: il ritorno imperioso dei Mastodon

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Russian Circles e Red Fang scaldano l’ambiente, i quattro di Atlanta lo infiammano: l’”encore” con Scott Kelly è la chiusura perfetta per uno dei migliori live del 2017

È un freddo lunedì sera di novembre, sono le 19.50. Fuori dal Live Club di Trezzo (MI) ci sono centinaia di persone in coda; altrettante sono all’interno del locale. Nessuno di loro vuole rinunciare anche solo a un minuto di uno dei concerti più attesi del 2017. Già, perché Mastodon, Red Fang e Russian Circles sullo stesso palco sono una combinazione che forse può permettersi solo qualche festival estivo in giro per l’Europa. Invece, questa regola non scritta trova finalmente la sua eccezione.

Si comincia presto, alle 20, con le atmosfere strumentali dei Russian Circles a oscillare tra oceani e tempeste, tra chitarre pulite e ritmi distorti. Pochi pezzi, abbastanza per auspicare un loro ritorno, magari da headliner, per la prossima stagione. È poi il momento dei Red Fang. La scaletta si allunga, entrano le voci sporche ma perfettamente complementari del chitarrista Bryan Giles e del bassista Aaron Beam, le geometrie iniziano a farsi più complicate, i riff di chitarra si sporcano e mostrano denti e artigli, soprattutto su pezzi come Wires e Prehistoric Dog.

Due band ottime, due generi diversi ma in qualche modo estremamente affini: tappeti sonori ricercati per i primi e pura potenza di fuoco per i secondi. Li senti e capisci che attingono allo stesso pozzo musicale, ma non riesci a capire se le due espressioni musicali siano conciliabili. E invece sul palco arrivano quattro ragazzi di Atlanta, Georgia. Imbracciano gli strumenti, si guardano e attaccano con The Last Baron. Un riff dopo l’altro, cambi di tempo, armonie tra le chitarre, batteria folle, tre voci ad alternarsi. Durata del pezzo: 15 minuti e 32 secondi.

Una scarica di adrenalina e di energia pura, intricata ed elaborata eppure diretta e incisiva: è questa la ricetta dei Mastodon. Affinata in oltre 20 anni di carriera, quando le alternative sono due: affidarsi a formule e stili già collaudati, o mettere l’asticella sempre più in alto, continuando a sperimentare e a spingere oltre i limiti la propria voce, la propria tecnica, la propria musica. I Mastodon hanno scelto la seconda strada: il loro percorso discografico li ha visti toccare un’infinità di modalità espressive, dall’urlo viscerale di Remission agli iconici riff di Leviathan, dalla sperimentazione pura di Blood Mountain alla psichedelia dark di Crack the Skye, dagli ammiccamenti quasi pop di The Hunter e Once more ‘round the sun fino al cantautorato metal di Emperor of Sand. Un viaggio che, nel live, trova pieno compimento armonico.

L’ora e mezza abbondante di musica che segue attinge molto dall’ultimo lavoro Emperor of Sand, ennesimo concept album del gruppo, questa volta incentrato sul tema del cancro e carico di significati personali per la band. Il tema della perdita attraversa tutta l’opera dei Mastodon, da Crack the Skye (dedicato a Skye Dailor, sorella di Brann che si tolse la vita) a The Hunter (dedicato a Brad Hinds, fratello di Brent morto nel 2010 durante un incidente di caccia). Ma il tumore che ha portato via la madre di Bill Kelliher durante il processo di scrittura del disco e il cancro diagnosticato alla moglie di Troy hanno influenzato in maniera decisiva la direzione artistica dell’album, ed è soprattutto per questo, e non soltanto per una questione temporale, che in scaletta lo spazio maggiore lo trovano i brani dell’ultimo disco.

E se i fan di sempre impazziscono di fronte a pezzi come Megalodon o Mother Puncher, l’apice emozionale del concerto è Roots Remains. Dell’ultimo disco suonano anche Sultan’s Curse, Ancient Kingdom, Andromeda, Show Yourself, Precious Stones, Steambreather (oltre che Scorpion Breath, ma ci arriviamo tra poco). Dal resto della discografia solo poche incursioni, comunque degne di nota, con pezzi come Oblivion e Ember City che davvero sono suonati con una precisione vocale e strumentale che in passato mancava dal vivo ai Mastodon.

I quattro hanno saputo crescere non solo come autori, ma prima di tutto come musicisti: Bill Kelliher e Brent Hinds alle chitarre sono forse il duo meglio assortito tra i tag team delle sei corde, e Brent ha trovato sempre più equilibrio anche di fronte al microfono; Brann Dailor… beh, Brann Dailor si conferma uno dei migliori batteristi del panorama metal, capace di cose incredibili tanto dietro piatti e tamburi quanto al microfono, come prima o seconda voce; e il basso di Troy Sanders è la spina dorsale del gruppo, il collante che unisce il turbinio di bacchette e plettri che sembra non fermarsi mai. Ma non solo: Troy si fa carico anche delle parti vocali degli altri compagni di band, se necessario (come in Divinations), e sostituisce dal vivo le voci degli ospiti che compaiono su disco (come Kevin Sharp sul finale di Andromeda). Ma, per fortuna sua e del pubblico, in questo tour europeo Troy non deve preoccuparsi di cantare parti non sue in pezzi come Aqua Dementia o Crystal Skull. Già, perché per la prima volta i Mastodon hanno portato con sé in tour Scott Kelly.

Voce dei Neurosis, quella di Scott Kelly è tra le più importanti del mondo del metal. Ma non solo, è il tatuatissimo “quinto Beatle”: grandissimo amico dei quattro di Atlanta, è una presenza fissa in tutti gli album dei Mastodon da Leviathan in poi, ed è a lui che Brann si è rivolto per avere l’approvazione del nome Mastodon. È il maestro diventato ora compagno di palco, per un encore che solo i fortunati spettatori europei del tour 2017 potranno raccontare ai nipoti. Perché poco importa se a questo giro non abbiamo ascoltato Blood and thunder: a molti basterà la splendida versione di Crack the Skye o l’urlo finale di Diamond in the Witch House che chiude uno dei migliori concerti del 2017.

We will return so deeply harmed and we will shatter you.