Le vostre macchine da scrivere

In Letteratura, Weekend

“Macchina da scrivere, mon amour” è diventato un gioco: ecco le fotografie che ci avete inviato a redazione@cultweek.com insieme a un pensiero o un aneddoto che le riguarda. Condividete e passate parola!

Al Museo della Macchina da scrivere la Lexikon 80 di Giancarlo Siani, giornalista ucciso dalla camorra – Ecco la Lexikon 80 originale con cui scriveva i suoi pezzi di cronaca Giancarlo Siani, il giovane giornalista napoletano ucciso a 26 anni dalla camorra, il 23 settembre del 1985. Da mercoledì 9 novembre è esposta al Museo della Macchina da scrivere di Milano, in via Menabrea n. 10. L’occasione per farla arrivare a Milano è stata offerta dalla “Giornata della virtù civile” promossa dall’Associazione Giorgio Ambrosoli con l’Alto Patrocinio della Presidenza della Repubblica. Quest’anno la manifestazione è stata dedicata proprio a Siani, e in concomitanza si è svolta una tavola rotonda con Paolo Siani (fratello di Giancarlo), Mario Calabresi, Salvatore Natoli, e Umberto Ambrosoli, moderata da Ferrucio de Bortoli. Proprio Paolo Siani, su richiesta del fondatore e presidente del Museo Umberto Di Donato, ha concesso che un oggetto così significativo, per la memoria del giornalista barbaramente assassinato e degli articoli che su quei tasti sono stati battuti, avesse un posto d’onore fra le altre macchine esposte. Molti di quegli articoli sono oggi raccolti nel libro, fresco di stampa, Fatti di camorra – Dagli scritti giornalistici (ed. IOD, prefazione di Roberto Saviano con una nota di Enzo Iacopino, presidente nazionale dell’Ordine dei Giornalisti). Sulle inchieste e la tragica fine del giornalista, ricordiamo il film Fortapàsc, di Marco Risi.
Il modello Lexikon 80 dell’Olivetti fu progettato definitivamente nel 1949 dall’architetto e designer Marcello Nizzoli in collaborazione con l’ingegner Giuseppe Beccio; aveva avuto una primissima versione datata 1948, distinguibile dal semplice marchio M80 (proprio quella di Giancarlo, visibile anche sulla copertina del libro sopra citato).
Prodotta dalla Olivetti in 780.000 esemplari dal 1948 al 1959, è esposta nella collezione permanente di design del MoMA di New York.

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Adolivio Capece – Con la sua Olivetti Lettera22, che ancora conserva gelosamente e l’ultimo libro pubblicato, Matto per la Regina, il primo manuale di scacchi pensato come un vero e proprio testo scolastico. ‘La usava già mio padre’, ricorda, ‘quindi me la sono trovata in casa. Ma ho sempre battuto solo con due dita…’
Su questa macchina per scrivere sono nati i primi articoli di Capece già nel 1964-65, più o meno quando ha iniziato a collaborare per la rivista L’Italia Scacchistica. Poi nell’estate 1972 i pezzi per il quotidiano La Stampa per commentare il famoso match Fischer-Spassky * e subito dopo le rubriche per il quotidiano milanese del pomeriggio ‘La Notte’. Dal 1974 gli articoli per ‘Il Giornale’ diretto da Indro Montanelli (il primo sul numero 5 del quotidiano). Iniziava a scrivere intanto i primi libri, culminati nel 1975 con la prima stesura de ‘Imparo gli scacchi’ commissionatogli dalla Mondadori per la collana Oscar. Per oltre dieci anni la Lettera22 ha visto nascere libri, testi e articoli. Poi nel 1986 la svolta con l’utilizzo dei primi computer per realizzare ‘A scuola di scacchi con il Commodore64’ commissionatogli dalla Jackson.
(*tutti gli articoli sono reperibili nell’archivio sul sito de La Stampa).

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Marinella – Questi sono gli arredi dell’ufficio di mio padre del 1950. Non so quanti anni avessero già quando li ha acquistati, ma non erano certo nuovi!

Macchina da scrivere

 

Gleri Carla, impiegata in azienda primaria di produzione vetro cavo nel settore vendite. Attualmente in fortunata pensione da 3 mesi! – La macchina è una Olivetti Sudio 45 acquistata negli anni 1969/70 per frequentare la scuola civica Manzoni e potersi esercitare a casa in dattilografia. Bisognava superare la prova di velocità e non era tanto facile almeno arrivare a 100 battute al minuto!

Alessandra Beltrame, giornalista – Remington Portable. Mi serviva un ritratto e Ulderica Da Pozzo, bravissima fotografa, ha visto la Remington portatile e me l’ha messa in braccio. A casa ho un sacco di macchine per scrivere. Ho tenuto quelle di famiglia, ne ho comprate ai mercatini. Le tengo perché mi legano al passato, mi fanno ricordare come ero, come eravamo, quel che non c’è più. Quando ho cominciato a fare la giornalista, le macchine per scrivere si usavano ancora. L’esame di Stato l’ho fatto con la Olivetti Valentine, quella disegnata da Sottsass nel 1968. L’ho comprata apposta, preferendola alla Lettera 22. In redazione – erano gli anni Novanta – già si usavano i pc ma le macchine, quelle elettriche, servivano per fare titoli. Quella della foto l’ho presa qualche anno fa in un bazar al Cairo: è uno spettacolo, la ghiera si solleva per scrivere, si abbassa per trasportarla. Credo di averla pagata 30 euro. Il peggio è stato passare i controlli all’aeroporto: la tenevo nel bagaglio a mano, i poliziotti volevano pure smontarla, poi però hanno rinunciato e mi hanno lasciata andare. Altri tempi.

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Piergiorgio Acquaviva, giornalista – Ricordo: il panico di fronte alla pagina bianca per azzeccare il lead; cercare di avere le idee chiare per evitare di appallottolare il foglio e ricominciare; quando si era a metà pagina, la cosa più faticosa era correggere utilizzando le XXXXX. E per la titolazione furono inventati i fogli con il calcolo delle battute; quando c’era il piombo, i margini di “tolleranza” erano davvero esigui. Provate voi a fare un titolo con dentro Casalpusterlengo (che infatti divenne Casàl) oppure Abbiategrasso (ribattezzato Bià). Nostalgia, certo, ma anche ricordi di tanta fatica. Nel 1983 arrivò la prima svolta e ci sembrarono fantascientifici perfino i primi pc di Olivetti M10, che non mostravano più di sei 6 righe trasmettevano con accoppiatore acustico su cornetta telefonica… di solito da un bar in cui ci si rifugiava dopo il servizio da inviato…

la Olivetti Lettera 35 di famiglia, su cui fu scritta la mia tesi di laurea (1972) e innumerevoli altri testi giornalistici, di documentazione (testi per canzonieri scout, per esempio), storielle e messaggi di tutti i generi. Portatile e resistente, negli anni ha perso qualche tasto (sostituito con altri tasti di fortuna), sempre affidabile.
la Olivetti Lettera 35 di famiglia, su cui fu scritta la mia tesi di laurea (1972) e innumerevoli altri testi giornalistici, di documentazione (testi per canzonieri scout, per esempio), storielle e messaggi di tutti i generi. Portatile e resistente, negli anni ha perso qualche tasto (sostituito con altri tasti di fortuna), sempre affidabile.
Qui siamo nell’anno 1981, sede de “Il Giorno” di piazza Cavour; redazione delle Cronache della Provincia di Milano; io in primo piano a destra (utilizzo ancora una Olivetti modello 98); dietro di me, sulla destra, Giulio Giuzzi, che sarà poi per anni capocronista; il gruppo dietro vede schierati, da sinistra: Giuseppe (Beppe) Palmieri (grafico), Gino Morrone (caposervizio), Marco Brizzi e dietro di lui Claudio Guglielmetti, al telefono Nino Leoni. Pierino Novelli, Donata Brunialti e a destra in fondo Giancarlo Grassi (redazione Lombardia).
Anno 1978, nella sede de “Il Giorno” di via Angelo Fava, a Greco; direttore Gaetano Afeltra; microredazione di 4 persone per fornire testi per il telegionale della sera a Antenna3Lombardia; nella foto, io a destra con una Olivetti 98; a sinistra, al telefono, Giangaspare (Pipino) Basile.

Alberto Molinari, consulente editoriale – L’Olivetti più antica stava in un angolo del tinello, non più usata, in bellavista e io da bambino la prendevo ogni tanto per scriverci i miei pensierini, credendo di dare loro già l’importanza di pensieri d’adulto, solo per averli battuti a macchina. Poi l’altra macchina, sempre Olivetti, grigia come gli anni settanta, la usavo per scriverci di rivoluzione e d’amore, immaginando gli indiani, quelli metropolitani e i cowboys, quelli dei film.

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Paola Rizzi, giornalista – La macchina da scrivere è una lettera 22, era di mio padre, io ci ho tra le altre cose battuto la tesi e tutti i pezzi prima di venire assunta in una redazione con una macchina più “moderna”. Ci ho fatto anche l’esame da giornalista. Aneddoto: su un treno messicano parecchi anni fa, in era predigitale, una lunga conversazione con El Remington – abito bianco e cravatta nonostante i 40 gradi – così chiamato e autopresentatosi in quanto rappresentante dell’omonima ditta di macchine da scrivere americana di cui ci ha parlato con devozione per ore, pur tessendo le lodi della concorrente Olivetti.

Su un treno messicano parecchi anni fa, in era predigitale, una lunga conversazione con El Remington, abito bianco e cravatta nonostante i 40 gradi, così chiamato e autopresentatosi in quanto rappresentante dell'omonima ditta di macchine da scrivere americana di cui ci ha parlato con devozione per ore, pur tessendo le lodi della concorrente Olivetti. (Paola Rizzi, giornalista)

 

Dario De Liberato, giornalista – È una Olivetti, anche elettrica, costruita in occasione dei Campionati mondiali di calcio del 1990. Non eravamo in tanti ad avere una macchina del genere, e per fortuna, perché era molto rumorosa ma affascinante per quei tempi. E poi elettrica da non dover pigiare i tasti in maniera forsennata. Si usava sui campi del mondiale.

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Umberto Di Donato, fondatore del museo – Lui è il mio ultimo nipotino di nome Alessandro, di 11 mesi, venuto spettatore al decennale del museo creato dal nonno. Sta cercando di allenarsi utilizzando una calcolatrice a manovella INZADI, costruita nel 1930 (fa solo tre operazioni, esclusa la divisione) perché si prepara a seguire le orme del nonno, che prima di appassionarsi alla storia della scrittura e alle macchine da scrivere (e delle calcolatrici) svolse il suo principale lavoro in qualità di ragioniere.

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Marina Martorana, giornalista – Non ho più la Olivetti lettera 22 che ho usato per anni, cambiandola credo almeno 4 volte per usura ( ho iniziato a far la giornalista nel 1980). Però da tanti anni mi fa compagnia questa storica Invicta 60, è il simbolo di Studio 21, la mia attuale attività di info-comunicazione giornalistica e anche in passato è sempre stata in mostra nel mio studio. Il modello 60 è stato costruito nel 1936 dalla torinese Società Anonima Invicta, poi controllata dal 1938 da Olivetti. Pesa 14 chili, è in metallo nero ( credo ghisa), ha l’intercambiabilità di 3 colori ( verde, bianco, rosso), non è funzionante né me ne preoccupo perché è un cimelio.

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Assunta Sarlo, giornalista – Andare a zonzo per città, il cinema, il Mediterraneo, partire, ridere, mangiare gelati, il bello, appassionarsi (ad una causa, a qualcuno, in una discussione, più io però). La stessa Underwood 315, piccola, scattosella e un po’ fighetta, comprata negli anni ’70. Lui (al secolo Gabriele Porro e anche mio marito) bianca e turchese, io bianca e verdina, regalo di mio padre. Qui quella turchese, l’altra mi sa sia rimasta impigliata in un prestito da esame di giornalismo… Se qualcuno ce l’ha e legge qui, io l’aspetto.

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Saverio Paffumi, giornalista – Everest e Olivetti Lettera 35, obbligato sotto minaccia di varie armi infantili a scrivere che la foto è stata scattata da mio figlio Silvano, anni 9, che ogni tanto con queste macchine gioca a scrivere bigliettini.
L’Everest fu comprata usata, nei primi anni Settanta. Ha lavorato alle matrici da ciclostile per i volantini da distribuire a scuola. Ha battuto qualche sogno rimasto nel cassetto e i primi scritti pubblicati. Ha caratteri con un corpo molto piccolo. In redazione all’Unità, negli anni Ottanta, avevamo Olivetti più grandi, come la Lexikon 80 e la Diaspron 82, veri e propri carri armati della scrittura. Decisamente blindata anche la Lettera 35, acquistata verso gli anni Novanta, una “portatile” che a dispetto del design avveniristico di Mario Bellini, era costruita in acciaio ed era pesante, quanto indistruttibile e per me proprio bellissima.

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Marco Brando, giornalista – Ricevuta in regalo nella prima metà degli anni Ottanta. Ricordo che Pete, il mio gatto di allora, ci fece la pipì dentro, per ritorsione, durante un’assenza da casa più lunga del previsto. Io me ne resi conto sentendo uno strano rumore “acquoso” – tipo cicik ciciak – mentre battevo sui tasti.

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Silvia Belfanti, studentessa – Questa Olivetti era di mio nonno e si trova ancora nel suo studio, ricordo di una lunga carriera iniziata scrivendo su questa bellissima macchina. Da piccola ho imparato a riconoscere le lettere su questi tasti; mi piace pensare che il mio amore per la scrittura sia nato così.

Questa Olivetti era di mio nonno e si trova ancora nel suo studio, ricordo di una lunga carriera iniziata scrivendo su questa bellissima macchina. Da piccola ho imparato a riconoscere le lettere su questi tasti; mi piace pensare che il mio amore per la scrittura sia nato così. (Silvia Belfanti, studentessa)

 

Oreste Pivetta, giornalista e scrittore – “Remington portable”, data di nascita imprecisata (probabilmente primi anni venti del secolo scorso), in una splendida custodia di legno rivestita di pelle con tanto di serratura. Olivetti Lexicon 80, progettata nel 1948 da Marcello Nizzoli, prodotta fino al 1959 (quasi ottocentomila esemplari). Olivetti Lettera 32, altro capolavoro di Marcello Nizzoli. Infine Pc M15, tastiera estraibile per facilitare la scrittura, anno di nascita 1987, tra i primi portatili: pesantissimo in spalla, ma splendido esempio di tecnologia d’avanguardia, quando l’Olivetti ancora era una grande moderna impresa (come l’avevano voluta Camillo, il fondatore, e Adriano Olivetti). Ho scritto con queste macchine, anche con la Remington, che non aveva la leva di movimento (bisognava provvedere ruotando e tirando un pomello all’estremità sinistra del carrello). La Lettera 32 l’acquistai da studente con i soldi da precario sfruttato in una agenzia di stampa. Dovrei aggiungere una stupenda Olivetti M40 del 1930, solidissima e tutta nera, ma non la trovo più e temo mi sia stata rubata. Ogni tanto mi capita di soffermarmi a guardare quegli strumenti di lavoro e, confesso, mi prende un filo di commozione, rivedendo tutti i fogli di carta infilati e scritti ed estratti e riposti e infine da me o da un tipografo appallottolati e gettati: li avessi conservati uno sull’altro mi immagino sarebbero adesso un grattacielo, quanto fragile o quanto inutile non so dire.

Aldo Maggioni, giornalista – Tippa Triumph, del 1976 (più o meno). Con questa portatile ho cominciato a scrivere. Prima, molto prima, di diventare professionista. Quando poi, entrato ai Periodici del Corriere della Sera, mi venne assegnata una lettera 32. La gloriosa ammiraglia della Olivetti era tanto ingombrante che quando non la si usava, la si teneva in verticale sul bordo della scrivania. Sembra un secolo fa… Anzi, lo è!
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Umberto Di Donato, fondatore del museo – La Williams che vi mostro è quella a cui sono più affezionato, perché racchiude più di una storia. Non ho avuto modo di adoperarla poiché su di essa i segni dell’inesorabile trascorrere del tempo sono evidenti. Infatti fu costruita nel 1887 a Brooklyn, rione di New York in cui si concentravano gli italiani emigrati negli U.S. a fine ‘800. E furono tanti, se si pensa che in tutto quel secolo ben 20 milioni i nostri connazionali emigrarono all’estero per cercare una vita migliore. Quelli diretti al Nord America, dopo una lunga ed estenuante traversata, venivano trattenuti davanti alla statua della libertà per ancora 40 giorni, la cosiddetta quarantena, perché dovevano perdere gli insetti e le malattie che si erano portati dalla lontana Patria. Quando era loro concesso di mettere piede sul suolo americano correvano a Brooklyn per abbracciare i parenti, gli amici, la fidanzata, partiti prima di loro. Una scena e un ricordo non edificante. Specialmente adesso in un periodo di emigrazione all’incontrario. Terminata la gioia dell’incontro e della famiglia riunita, cercavano un primo lavoro in quella zona e lo trovavano facilmente nella piccola fabbrica della Williams che costruiva macchine da scrivere in maniera artigianale. Ne furono costruiti solo 1647 pezzi, poi la produzione venne abbandonata perché prevalevano case e macchine molto più robuste e funzionali. Quindi questa macchina fu costruita da nostri antenati emigrati negli USA in cerca di miglior vita: e questa è la prima anima.
Per trovare  la seconda anima bisogna andare a Chicago nel 1893, dove si teneva quell’anno l’EXPO mondiale, in occasione della quale veniva accesa, per la prima volta al mondo, l’illuminazione elettrica di una grande città. Fu invitato a tenere una serie di conferenze il professore di elettrotecnica Galileo Ferraris di Torino, il quale però, non conoscendo l’inglese, si fece accompagnare da un giovane appena diplomato alla Scuola Regia dove insegnava. Presero parte all’evento  e in quella occasione il giovane si mise in luce e ottenne dall’inventore dell’illuminazione della città, Alva Thomas Edison, l’incarico di insegnante alla Stanford University. Il nostro giovane insegnante laureato a Torino rimase un anno in America e intravide le macchine da scrivere Remington  e Calligraph già in uso. Rientrando voleva portarne una in Italia, perché qui non circolavano ancora. Non riuscì presso la Remington e allora, tramite gli operai connazionali che lavoravano alla Williams di Brooklyn , si fece presentare il proprietario della fabbrichetta che ebbe fiducia di lui, gli affidò l’incarico di venditore per l’Italia e gli consegnò una macchina da portare con sé. Questa è la macchina che vedete. Ma chi era il giovane ingegnere insegnante negli Stati Uniti? Era esattamente: CAMILLO OLIVETTI!

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Giuseppina Licata – Allego il diploma di dattilografa, conseguito nel luglio 1971 presso l’Istituto Zanoni di Milano, dopo tre mesi di corso. Eravamo circa una ventina di ragazze e le macchine erano le classiche Olivetti da scrivania. A me toccò la Lexikon verdina, molto robusta e pesante, costruita nel 1958 a Ivrea (foto2). I tre mesi di corso passarono rapidamente e anche allegramente, tra persone tutte giovani, che sapevano di essere proiettate dopo quella qualificazione verso un lavoro più soddisfacente. Allora bastava saper scrivere a macchina e avere una discreta cultura per trovare un miglioramento nella posizione lavorativa. Ero da poco arrivata a Milano dalla Sicilia e desideravo avere qualcosa in più. Ho lavorato moltissimo in quel periodo, anche fuori dall’orario normale e oggi mi godo la mia pensione.

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