La casa dei fantasmi vivi. Pasolini e Moro attraverso Gifuni

In Teatro

Con “Il male dei ricci” e “Con il vostro irridente silenzio” in un ciclo pensato per il Teatro Franco Parenti l’attore accosta due figure capitali della storia italiana, e le fa vivere con straordinaria efficacia

Che cos’è un fantasma, se non la rappresentazione corporea di una mancata assunzione di responsabilità? Qualcuno – diventato qualcosa – del quale non è possibile liberarsi, neppure quando si finge di ignorarlo o di non crederci, fino a che non ci sia assunti la responsabilità di assolvere al dovere non espletato che lo costringe a vagare in bilico tra i mondi.

Potrebbe bastare questo a sintetizzare il corpo a corpo coi fantasmi di Fabrizio Gifuni, in scena questa settimana al Teatro Franco Parenti con due suoi lavori ne accompagnano da tempo il percorso artistico, riuniti sotto il titolo I fantasmi della nostra storia.

Un ciclo, per teatri scelti, che si apre, programmaticamente, a lungo a luci accese – non è più il tempo di nascondere. E non c’è luogo – quella di Gifuni è una premessa di senso, oltre che di metodo, più adatta di un teatro, per far vivere i fantasmi, e iniziare un cammino per dar loro quiete. Dall’ingiunzione di vendetta di Amleto re di Danimarca in avanti, il teatro raccoglie e sintetizza quella porzione simbolica di società civile, di coscienza comune, chiamata a non voltarsi più dall’altra parte.

Ciò è vero soprattutto – l’attore originario di Lucera lo sintetizza nel prezioso volumetto a corredo del secondo lavoro, quello sullo statista democristiano suo corregionale, e a cui lo accosta un’indiretta memoria familiare scoperta tardivamente. Ai funerali di Aldo Moro, ha scoperto pochi anni fa, suo padre c’era, in un angolo dell’immagine, seminascosto. Come una sorta di passaggio di testimone. Ma anche come, marginale e parziale, è non solo la verità, ma la coscienza stessa, vien da dire, di un Paese che ha voluto dimenticare Moro e Pasolini per ciò che realmente sono stati, fuori dalla retorica e dall’esercizio di astrazione di mitologie e contromitologie.

Un funerale celebrato in assenza, il funerale di un fantasma, appunto. In cui non si sono levate voci. Al contrario di quelle, invece, levatesi forti al funerale di Pasolini “abbiamo perso soprattutto un poeta”, disse Moravia, utili a molto ma non a impedirne, anche qui, la rimozione, O a squarciare il buio su una morte in cui, invece, non c’era nessuno. Con Il male dei ricci e Il vostro irridente silenzio, in scena senza soluzione di continuità nella stessa settimana, Fabrizio Gifuni unisce due uomini (più  che due figure) per certi versi antitetiche, per altri quasi sovrapponibili.

A unirle, non soltanto due morti oscene e che ancora oggi, a mezzo secolo di distanza, urlano un inappagato bisogno di giustizia e lo svelamento di trame per cui non bastano i fiumi di carte e inchiostri che vi sono state riversate sopra.


Ci sono, però, anche fili più sottili: un’evocazione cristologica che li sovrasta entrambi, l’uno in senso trascendente – nelle prime pagine del Memoriale, (scovato nel 1990 dietro un tramezzo di un covo delle BR in via Monte Nevoso a Milano, di fronte alla casa della famiglia di Lorenzo Iannucci, Iaio, ucciso dai fascisti nei giorni del sequestro Moro) è lo stesso Moro a notare l’occorrenza, in quei giorni, dei 33 anni sia dal proprio matrimonio sia dell’ingresso nella DC. L’afflato religioso in Pasolini è senz’altro laico e contadino, eppure evocativo. Quanto è suggestivo, col senno del poi, aver ritratto nel Vangelo secondo Matteo, la propria madre ai piedi della croce?


Li unisce però soprattutto quel che emerge dalla messa in scena di straordinaria forza di Gifuni.
Un’urgenza di verità e autenticità assoluta: Moro la chiede dalla “prigione del popolo”, per aver salva la vita ma – molto di più, fuori da una bieca rilettura di tornaconto personale – perché la passione civile a cui rivendica di aver votato la propria vita non perda se stesso.

Pasolini invece la cerca nei ragazzi di vita, in una umanità che non ha niente della frivola ricerca di un passatismo antistorico ma piuttosto del bisogno di liberare l’intelligenza e la verità che porta con sé chi è ancora incorrotto. O a chi deve la propria corruzione a fattori esterni in modo tanto evidente che non si può non leggerne, con chiarezza, in filigrana, tutta l’autenticità.

Quelli portati nel “sacro recinto” che Gifuni è abituato a costruire sul palcoscenico sono, però, anche qualcos’altro, oltre che caposaldi del Novecento e delle sue propaggini di cui oggi vediamo con violenta chiarezza tutte le derive, neofasciste, capitalistiche, “perdute”, che ciascuno a loro modo preconizzavano. Sono innanzitutto due esseri umani. Che non nascondono la propria rabbia, urlano senza più nulla da perdere, come fanno i fantasmi, e lanciano anatemi, e sono capaci insieme di un’ironia tagliente e salace che li avvicina – il piccolo colpo di genio della drammaturgia di Gifuni che interpola scritti politici o militanti e privati, aiuta a renderlo evidente – ma soprattutto di straordinaria tenerezza.

L’uno alla famiglia, l’altro nelle note dolci di una poesia che nella musica insolita del suo friulano restituisce un Pasolini quasi tenero, senz’altro sincero come si può essere soltanto nella propria lingua autentica.

È la lingua, l’altro aspetto straordinario che emerge sulla scena: una lingua in entrambi i casi altissima ed elegante, anche quando è più pratica e concreta, carnale e spietata. E anzi, forse proprio quando lo diventa.

Una lingua che in scena ritrova tutta la sua forza anche espressiva e che in scena Fabrizio Gifuni fa risuonare, modulandola con sapienza, e facendone il veicolo privilegiato di una interpretazione (chi ha visto Esterno notte lo sa, ma vale anche per Pasolini) che dà davvero l’impressione di averli lì, entrambi, sulla scena.


Nessuna furbizia d’attore o sciocco ricerca della mimesi che sconfini nell’imitazione o nella parodia, piuttosto un’arte che rievoca le radici del teatro antico, della possessione che faceva davvero “essere” in scena, la persona rappresentata. Si sente la cadenza di Moro, così come attraverso “Il male dei ricci” si sentono tutte le note morbide della voce di PPP, e quelle più corpose del romanesco parlato dai ragazzi di vita, che evocano le avventure del “Riccetto”.

Voci che si tengono insieme con una naturalezza che fa pensare che non siano state scritte per essere scisse. Così come non lo sono, quelle voci, da due corpi che l’attore porta in scena quasi giocando con il proprio corpo, dinoccolato e mobile, quasi sfuggente dalle parole. Un esercizio di plasticità che cattura lo sguardo. Tramite il suo le “carte si avvicinano ai nostri corpi, ai recettori sensoriali”, come se li contagiassero, tarantolandoli.


Soprattutto, però, attraverso l’attore Pasolini e Moro sono due intellettuali di caratura assoluta, capaci forse tra gli ultimi di illuminare il loro futuro e il nostro presente con una sincerità impossibile da evitarsi. E la cui assenza ci costringe oggi ad essere grati “inginocchiandosi davanti a un vuoto”, come ai loro corpi, delle idee. Ma soprattutto a non illuderci di esserci potuti liberare, dei fantasmi, dell’assunzione di responsabilità di fronte alle nostre coscienze. Lo dice Moro ai suoi compagni di partito, ma sembra di sentire Pasolini, al mondo: Non si creda di aver risolto il problema, liquidandomi. Io ci sarò, come un punto irriducibile di contestazione e alternativa.