Per disperazione ma in prima persona

In Interviste, Letteratura

Paolo Nori ci racconta, in un’intervista, come e perché scrive. Con qualche divagazione: nella letteratura e nella vita

«Paolo Nori, che è nato a Parma nel 1963, e abita a Casalecchio di Reno, scrive dei libri, l’ultimo si intitola Siamo buoni se siamo buoni (Marcos y Marcos 2014)». Questa è la nota biografica scelta da Paolo Nori, e nella sua sintesi spiega molto bene, a chi non lo conoscesse, che tipo di scrittore è: uno, appunto, a cui non piace tanto definirsi tale. Di libri ne ha scritti molti, romanzi per lo più, ma anche saggi, favole per bambini, e un manuale di scrittura.

Nori usa definire i suoi romanzi “pseudo-autobiografici”, e questa intervista è partita proprio da qui, da un genere che sembra sempre più diffuso nella letteratura italiana contemporanea, per provare a capire cosa significa per lui la narrazione in prima persona, se ha un senso parlare di autobiografia in narrativa, o se invece questa è sempre, in qualche modo, opera di finzione.

C’è una sezione del tuo sito, e anche un tuo libro, che si chiama Pubblici discorsi, un luogo dove stanno tutte le cose che vuoi dire e hai detto ad alta voce. Una volta, parafrasando Buffon, hai detto che la vita privata è privata, sennò sarebbe pubblica. Su questo confine fra il privato e il pubblico sembra si muova tanto di quello che scrivi, qualcosa che affonda da una parte e si slancia dall’altra. Scrivere un romanzo “pseudo-autobiografico” può significare questo? O meglio, cosa significa per te?
Credo che tutti i romanzi che ho scritto siano così, pseudo-autobiografici, cioè romanzi nei quali il lettore può confondere l’io narrante che c’è nel romanzo con l’autore. Questa è una cosa che a me, come lettore, è successa per esempio con Fante, con Bukowski, con Bernhard, con Hasmun, con Vonnegut, con Dovlatov, con Erofeev e con Svevo, per dire.

Questo non vuol dire che io creda di conoscere la vita privata di Fante, di Bukowski, di Bernhard e degli altri, e non vuol dire nemmeno che, se fossero ancora vivi, cercherei di conoscerli personalmente, vuol dire che quando ho finito di leggere Il soccombente, di Bernhard, per esempio, alla fine mi sono chiesto se Bernhard Glenn Gould l’aveva conosciuto davvero, e questo dubbio era un dubbio che mi piaceva e è stato bello, chiudere il libro cullato da questo dubbio che è un dubbio che, sono passati quindici anni, non ho mai cercato di soddisfare.

 Dici spesso che non ti convincono i personaggi che hanno successo o i grandi accadimenti, ma che piuttosto ti piace la normalità, i momenti in cui non succede nulla, i personaggi a cui non succede nulla, stando ai margini e delle volte anche “più in basso”. Perché è bello raccontare questo niente e questo basso?
Credo che se dovessi andare a cena con un self-made man o con un fallito, con uno che è stato proprio sul bollettino dei protesti, che non ha più un nome, se così si può dire, credo che le storie che mi racconterebbe il fallito sarebbero molto più interessanti, di quelle che mi racconterebbe il self-made man che vorrebbe probabilmente insegnarmi a stare al mondo.

Per i personaggi, mi viene in mente quel che sembra dicesse Turgenev, che sembra dicesse che l’uomo russo è buono soprattutto per il fatto di aver di se stesso una pessima opinione; per le storie, quel che dice Peter Bichsel quando dice che le storie d’avventura, rapide e appassionati, hanno un doppio svantaggio, fanno pensare che si possono raccontare solo storie appassionanti e insinuano nel lettore l’idea che la vita, senza qualcosa di straordinario, sia priva di senso. Sono però d’accordo con Bicshel quando dice che questo non significa che non si possano raccontare storie d’avventura con protagonisti straordinari (sto leggendo Il Morgante di Pulci, il cui protagonista è un gigante con una forza eccezionale, e mi sembra un libro bellissimo).

Nei “non accadimenti” raccontati nei tuoi libri si crea spesso lo spazio per guardare le cose con maggiore attenzione, come fosse la prima volta. Questo modo di guardare le cose sembra privato, personale, quanto lo sono le cose guardate. Raccontarlo è forse il gesto più sincero, e il contenuto più autobiografico cui si possa arrivare?
Non so tanto, del mio modo di guardare, e quel che so preferisco fare finta di non saperlo: cerco di scrivere senza sapere come faccio.

Viktor Šklovksij ha raccontato una variante della storia del millepiedi, che dice che c’era un millepiedi e aveva esattamente mille piedi o giù di lì; correva svelto, e la tartaruga l’invidiava, e gli aveva detto: «Come sei saggio! Come fai a indovinarle tutte, e come fa a avere tanta cognizione da sapere la posizione che deve occupare il tuo novecentosettantottesimo piede quando porti avanti il quinto?».

Il millepiedi subito era contento ma poi aveva cominciato davvero a chiedersi dove si trovasse ogni suo piede, aveva messo su un ufficio per risolvere la questione, una cancelleria, la burocrazia, e era finita che dei piedi non poteva più muoverne neanche uno.

Dire “io”, in un libro, è più facile di dire “lui, lei, loro”?
A me piacciono molto i romanzi ottocenteschi in terza persona, scritti quando si credeva si potesse descrivere la realtà oggettivamente e si provava a farlo e son saltate fuori delle storie straordinarie che si leggono con piacere anche oggi quando realtà e oggettività sono parole così complicate, da usare, oggi che siamo convinti che lo sguardo dell’osservatore modifichi il fenomeno osservato.

Dopo, io credo che in letteratura, a esser capaci, si possa far tutto, ci sono stratagemmi che permettono di usare, anche oggi, la terza persona senza suonare ingenui o anacronistici, io sono più a mio agio con la prima perché mi piacciono i tic verbali, gli errori, gli anacoluti, le sviste, le amnesie, e farei più fatica a attribuirli a un io narrante onnisciente, se ci provassi (le volte che ci ho provato è durata pochissimo).

Il fatto che di fronte a un racconto in prima persona, a un romanzo pseudo-autobiografico, il lettore abbia a volte la tentazione di assegnare la responsabilità di quel che il narratore dice o fa a chi lo ha creato, di pensare, e in modo un po’ morboso sperare, che quello scrittore si sia messo a nudo, è qualcosa di cui ti importa, che ti dà fastidio o ti pare tutto sommato ininfluente?
L’altro giorno sono stato a Santa Croce sull’Arno a leggere un discorso che ho scritto sul campo di concentramento di Birkenau. Durava 50 minuti e ho letto per 50 minuti e alla fine ho chiesto ai presenti se volevano dire qualcosa, e il primo che ha parlato ha detto «Mi scusi, sa, ma io, glielo dico non ho capito niente. Cosa mi porto a casa? Qual è il messaggio?» mi ha chiesto.

Ecco io, questa è stata una cosa, per me, bella, e memorabile, e son stato contento che lui abbia avuto il coraggio di dire questa cosa in pubblico anche se poi gli ho detto che, quando penso al messaggio, penso sempre a Nabokov che, quando gli han chiesto qual era il messaggio di una cosa che aveva scritto lui sembra abbia risposto «Il messaggio? Non son mica un postino, per portar dei messaggi».

Per spiegarmi: pubblicare un libro significa renderlo pubblico, e nel momento in cui il libro esce non è più tuo, è di tutti, e è normale che ci siano reazioni di tutti i tipi, la maggior parte delle quali, se le conoscessi, mi sembrerebbero strampalate, credo, e va bene così.

 La tua lingua, la tua scrittura, è riconoscibile, unica, eppure rafforzata dall’essere quasi una lingua di tutti, dialettale, domestica, “cantata”. Scrivere in questo modo è faticoso, è immediato? il percorso che ti ci ha portato è stato complicato?
Non è immediato, c’è voluto un po’, un paio d’anni di lavoro per capire che si poteva fare e poi adesso da allora, son passati sedici anni, continuo a lavorarci tutti i giorni e non è che sia arrivato da nessuna parte, sono ancora lì che provo.

Oltre a scrivere traduci molto, dal russo. Per un autore come te, che ha lavorato appunto così tanto sulla propria lingua, cosa significa lavorare su quella di un altro, avere a che fare con le sue scelte? Significa litigare, quindi imporsi o arrendersi, o invece trovare un accordo, una sintesi?
Quando traduco io non sono in gioco, non c’entro, non sono in lotta con l’autore che traduco ma al suo servizio, mi viene da dire. Il paragone che mi sembra più sensato è quello di un musicista che esegue una sonata e cerca, con gli strumenti che ha, di tirare fuori dallo spartito esattamente quello che c’è scritto.

Più che un consiglio a un giovane scrittore, cosa ti verrebbe da consigliare a uno “vecchio” e navigato?
Se dovessi consigliare qualcosa a qualcuno consiglierei a me stesso di seguire il primo dei dodici punti che compongono il Decalogo dello scrittore di Augusto Monterroso: «Primo. Quando hai qualcosa da dire, dillo; quando non ce l’hai, anche. Scrivi sempre».

Qual è la cosa che più ti piacerebbe sentire da un perfetto estraneo su un tuo libro?
Se fosse un mio romanzo mi piacerebbe che dicesse che non sembra un romanzo. Se fosse un mio saggio mi piacerebbe che dicesse che non sembra un saggio. Se fosse una mia traduzione mi piacerebbe che dicesse che non sembra una traduzione.

Perché scrivi?
Per disperazione.

 

Foto di Alfredo Anceschi