Il fiero capitano e la farfalla ribelle: uno struggente melò

In Cinema

“Storia di mia moglie” è una nuova, ottima prova della regista ungherese Ildikò Enyedi che nel 2017 vinse l’Orso d’Oro a Berlino con “Corpo e anima”. Al centro del film l’incontro tra la seducente Léa Seydoux, creatura inafferabile e restia a rispettare le regole sociali, e l’austero marinaio Jakob (Gijs Naber). Più del facile ritratto di una dark lady che sconvolge la vita di un uomo perbene, qui va in scena lo scontro tra due opposte visioni del mondo. Lei lo sposa con gioia, ma non lo farà felice

Dopo l’Orso d’Oro alla Berlinale 2017 conquistato con il bizzarro e pregevole Corpo e anima, la regista ungherese Ildikò Enyedi ritorna con Storia di mia moglie, protagonista Jakob Storr (Gijs Naber), capitano di lungo corso più abituato a trattare con mare, vento e pioggia che con gli altri esseri umani. Chiuso nella sua corazza di distaccata cortesia, sembra capace di parlare davvero solo con la sua nave, un mercantile che, instancabile, fa la spola tra una sponda e l’altra dell’oceano. Quando si ritrova sulla terraferma – siamo a Parigi, negli anni Venti del Novecento – Jakob si rivela incapace di trovare un equilibrio, ondeggia e beccheggia come in mezzo a una tempesta che non c’è. Forse perché non ha una donna ad aspettarlo, al ritorno, a casa, gli suggerisce un giorno il cuoco di bordo. E Jakob, di punto in bianco, decide di dargli retta. Seduto al tavolino di un caffè con un sedicente amico (Sergio Rubini), sempre un po’ troppo impegnato in intrallazzi vari per poter essere anche leale, Jakob lancia la più bizzarra delle sfide: sposerà la prima donna che entrerà da quella porta. E sulla soglia del locale subito si affaccia Lizzy (Léa Seydoux), creatura seducente e inafferrabile, pronta a dire di sì al matrimonio, ma irriducibilmente ribelle a qualunque forma di ubbidienza alle regole e alle convenzioni sociali.

L’imperturbabile fierezza del capitano, convinto di avere il pieno controllo di sé stesso e del mondo, del proprio destino e della donna che è diventata sua moglie, si sgretola in men che non si dica, lasciando il posto a una folta schiera di timori e tremori, angosce e smarrimenti.  Sì, perché Jakob non è soltanto geloso, non si sente semplicemente insultato nei suoi presunti diritti di marito, è proprio smarrito, in balia delle onde, incapace di comprendere. Lui, così razionale, solido, sicuro di sé e delle proprie rigide convinzioni, proprio non capisce la sfrenata voglia di vita, di passione e di allegria che anima Lizzy: e la spinge a uscire tutte le sere, a intrattenere amicizie forse sconvenienti (come quella con l’ambiguo personaggio interpretato da Louis Garrel), a ridere e a ballare, a volteggiare sulla superficie del mondo come una farfalla diafana e meravigliosa, pronta a tutto, anche a bruciarsi le ali pur di difendere il proprio diritto a dire no.


Una grande storia d’amore, un melodramma sontuoso e struggente, ma soprattutto un duello incandescente fra opposte visioni del mondo: questo ha messo in scena la regista e sceneggiatrice ungherese Enyedi, adattando con asciutta eleganza e mirabile precisione il romanzo omonimo del connazionale Milàn Fust, pubblicato in Italia da Adelphi. Il tema di fondo non è l’uomo tutto d’un pezzo travolto da insana passione per una poco di buono che lo condurrà sull’inevitabile sentiero della perdizione, cliché visto e rivisto mille volte, fin dai tempi di Lola Lola/Marlene Dietrich nell’Angelo azzurro, e frequentato da tutto il cinema noir passato e presente. Lizzy non è una dark lady, nè una seducente incarnazione del peccato, non è in alcun modo un’anima nera, ma piuttosto un’ardita funambola che passeggia su un filo sottile, una creatura che si nutre di gioia, irrazionalità, e si ribella per gioco, che non arretra di un passo, neanche sotto minaccia, per puro e caparbio senso della propria infinita libertà. Volubile e fragile come una bambina, forte e irresistibile come una creatura mitologica, incarna alla perfezione quello che il suo autore, Milàn Fust, sostiene: “La vita non è fatta altro che di giocose metamorfosi e non ha senso cercare qualcosa di rassicurante, un piano sensato, un obiettivo più alto, perché non c’è”.

Storia di mia moglie di Ildikò Enyedi, con Léa Seydoux, Gijs Naber, Louis Garrel, Sergio Rubini, Jasmine Trinca