Ha da poco chiuso i battenti la mostra “Enfantillages et bizarreries. Vertige d’une collection”, allestita a L’Arcade del Centre d’Art Contemporain Genève, dove Giuseppe Garrera ha esposto per la prima volta al pubblico la sua straordinaria raccolta di piccoli oggetti d’artista. Più che una recensione, questa di Giacomo Agosti è una riflessione sul collezionismo come autobiografia, sul rapporto fra nome e oggetto e sulla figura del collezionista come autore invisibile
La cosa più interessante della mostra Enfantillages et bizarreries. Vertige d’une collection – mostra concepita da Andrea Bellini e Giuseppe Garrera intorno alla straordinaria raccolta di piccoli oggetti del collezionista romano, appena conclusasi al Centre d’Art Contemporain di Ginevra – è un breve video in cui Giuseppe Garrera dice poche parole sulla sua collezione. E’ talmente breve che, andando in loop, lo si sente diverse volte durante la visita, per rapida che sia. Giuseppe dice qualcosa sul rapporto tra gioco e collezione che riporta all’infanzia e lo ammette con una sfumatura della voce che lo fa sentire, in qualche modo, “interprete di se stesso”.
Mi sono chiesto spesso, vedendo le mostre di Giuseppe al circolo Ferrobedò di Milano, se il criterio guida stia nell’ordinamento di un passato ritrovato attraverso le piccole cose o invece nell’emozione di una scomposizione attraverso tanti piccoli se stessi ai quali un Giuseppe più grande “fa la lezione”.

Quali che siano le risposte, la mostra di Ginevra ci lascia a contatto col fantasma del collezionista in maniera organica e dotandolo di un fascino sempre più sottile e sincero. Se Giuseppe, per una volta, c’è solo attraverso il proprio Avatar, se rinuncia a quelle spiegazioni che sono racconti strettamente legati al gesto vocale (e quindi veri momenti creativi), i suoi “Giuseppini” sono allineati sotto le teche come tanti soldatini pulsanti.
Come guardarli ?
In sé direbbero poco, scivolerebbero via : gadgets, gingilli (già chiamarli bibelots porta leggermente fuori strada o evoca un’altra cultura).

Io direi, “nomi”.
I soldatini di Giuseppe valgono perché ognuno ha il nome proprio di un artista famoso (Salvo, Damien Hirst, Roberto Cuoghi e tanti tanti altri) e quel nome trafigge l’oggetto, come lo spillo che fissando la Butterfly la uccide e le dà una pretesa di eternità struggente.
Forse c’è il rimpianto per una mostra complementare, in cui gli istanti si diano senza nome, liberi dalle categorie, come nell’archivio di un iphone. Eppure ho ritrovato e ritrovo tanto di me nell’attitudine di Giuseppe, ritrovo – come non mai – il quaderno in cui da ragazzo segnavo i titoli dei film che vedevo, li commentavo e poi davo loro un voto.
Pagine e pagine di momenti ai quali solo la sessualità ha tolto, definitivamente, il logos o forse quel logos per sostituirlo con le categorie dell’inconscio.

Nella spinta di Giuseppe Garrera c’è, dichiarata, la circolazione del valore, le cose trovate al mercato che ripulite vanno a prendere la consistenza dello scambio. Un incremento che illumina tappe memorabili come la storia d’amore tra Pasolini e la Callas esposta solo attraverso i rotocalchi dell’epoca e la storia di Elsa Morante raccontata attraverso i risvolti di copertina dei suoi libri.
L’unica volta – fuori da Ginevra – in cui ho visto Giuseppe così a contatto con se stesso è stato nel suo libro su Pasolini e il femminile e nella mostra su Luca Maria Patella a Milano. Due artisti così diversi, universalmente famoso il primo e pressoché dimenticato il secondo. Eppure due “ventri” (nel senso usato da Emile Zola per Parigi) in cui Garrera ha saputo scavare per estrarre e per trovare una definizione di sé, delle proprie identità, con la capacità – più molteplice per Patella che per Pasolini – di definire visivamente, con le forme e i colori degli oggetti, l’istinto di un bambino che vuole mettere il dito nell’intimità della Gioconda di Leonardo.