Le lettere di mia madre

In Letteratura

Cosa si prova a scavare nel passato dei propri genitori? A scoprire i loro pensieri e le loro emozioni? Ce lo racconta Schneider ne “Gli amori di mia madre”

Scavare nel passato dei propri genitori è qualcosa che inquieta e spaventa. Peter Schneider l’ha fatto. Ha infranto il tabù e l’ha trasformato in un romanzo, Gli amori di mia madre.

Per tutta la vita si era trascinato dietro una scatola da scarpe piena di lettere. Di sua madre. Gliele aveva consegnate il padre ma ha avuto bisogno di tempo, e coraggio, per iniziare a leggerle. Anno dopo anno una buona scusa per evitarle: erano difficili da decifrare, scritte con caratteri Sütterlin, antico alfabeto ormai desueto, E poi la mamma, sempre così triste e distrutta dalla fatica e dalla solitudine, sempre sola a mantenere e proteggere i quattro figli durante la guerra, mentre il marito musicista dirigeva opere in città lontane. Cosa poteva svelare di speciale in quelle lettere?

Negli anni Schneider ha seguito il motto del suo idolo Bob Dylan: Don’t look back!  Poi, finalmente, quando anche i suoi figli se ne sono andati da casa, ha trovato il coraggio che gli era mancato e ha di chiesto a un’amica di aiutarlo a decifrare le lettere. E il mistero si svelò.

‘Sono lettere il cui fuoco brucia le mani del figlio ancora a decenni di distanza dal momento in cui furono scritte. Qui parla una donna che stende ai piedi dell’amato tutto ciò che può donare, che si consacra a lui, che lo investe, lo travolge col suo amore incondizionato. Nessun uomo al mondo, grida il figlio alla madre, dovrebbe ricevere lettere del genere; perché nessun uomo è maturo per una tale dedizione. Non saprà come gestire il potere che gli è stato affidato’.

L’amato è Andreas, il miglior amico di Heinric, il marito. S’erano conosciuti a Köningsberg in piena guerra. I due uomini lavoravano insieme al teatro dell’opera: Andreas era un regista, Heinric un direttore d’orchestra.
Colpisce che mentre milioni di tedeschi erano costretti a rischiare la vita al fronte per la guerra di Hitler, gli uomini di teatro, e soprattutto quelli impegnati nella lirica, continuavano indisturbati a mettere in scena grandi opere. Il ministro della Propaganda e drammaturgo del Reich – come Joseph Goebbels si autodefiniva – tenne aperti i teatri fino all’autunno del ’43. Le città tedesche erano già ridotte in macerie e, solo nel novembre del 1944, Heinrich e Andreas vennero chiamati alle armi.

Ma torniamo alle lettere. E’ un amour fou quello che travolge la giovane donna; è idolatria quella che prova per quell’uomo sfuggente, capriccioso e bugiardo. Vive nell’attesa di un incontro, e gli si offre senza reticenze e pudori. Per lui è disposta a lasciare tutto, figli compresi. Il suo linguaggio è esaltato da un romanticismo sturm und drang, le sue brame sessuali sono sublimate, nessuna linguaggio crudo, esplicito, quasi osceno come nella contemporanea Anaïs Nin. L’accenno più esplicito si limita a descrivere il desiderio spasmodico di essere toccata dalle mani buone di Andreas. Quel che sconcerta è che il suo miglior confidente è proprio il marito: è a lui che chiede dove e con chi è sparito l’amante, è a lui che chiede di intercedere per ritrovarlo.

La parte più bella del libro sono però i ricordi d’infanzia di Peter Schneider che si intrecciano con le lettere e le immagini di quella incredibile madre “che si faceva in quattro per i figli, e che grazie alla sua audacia e alla sua intelligenza pratica li aveva condotti, sani e salvi, in una lunga fuga dall’estremo Nordest della Germania fino alla punta più meridionale della Baviera”.

Peter Schneider, Gli amori di mia madre (L’Orma, pp. 302, € 16)