Venezia: scandali in mostra da Boston a Tel Aviv

In Cinema

Il festival di Venezia fa colpo con la prima trans della storia, i preti pedofili americani, l’omicidio del premier Rabin. Ma lo stile dei film è tradizionale

Scandali segreti. Scandali palesi. Scandali bostoniani. Scandali cinematografici da red carpet e scarpette rosse, tra ragazzine ululanti e accovacciate al Lido da ore, in attesa di vedere il pirata for ever Johnny Depp. Venezia 72 (brutto il suo poster con l’irriconoscibile Nastassja Kinski), nella prima settimana della quarta edizione della Mostra directed by Alberto Barbera rinuncia un po’ alla centralità del concorso ufficiale rispetto alle varie e sempre più autonome sezioni, sfoderando alcuni titoli di sicura presa mediatica, che sollevano coperchi scomodi su realtà a lungo nascoste o riparate in segreti meandri di fede e di potere, o in uffici legali.

Ma la cosa strana è che alla provocazione del tema (scegliamone quattro: l’arte, la politica e la guerra; i preti pedofili bostoniani; la prima transgender della storia; l’assassinio di Rabin, un capo di stato, in un agguato “organizzato” ideologicamente dal nemico; senza parlare della ricca industria privata dei desaparercidos nell’Argentina post dittatura ancora collusa alla base) corrispondono quattro film che sono molto tradizionali nella fattura. Come dire che fra forma e sostanza, la prima protegge e rassicura ciò che la seconda dovrebbe far esplodere: meglio una storia esplosiva ma raccontata in modi molto stereotipati, che probabilmente la fanno giungere a più ampia destinazione, un po’ come accadde con Philadelphia che ha fatto piangere famiglie intere ad ogni latitudine per l’Aids e le coppie gay di fatto.

Danish girl dell’inglese del Discorso del re Tom Hooper è l’esempio lampante: tratto dal romanzo di David Ebershoff edito in Italia da Guanda, racconta la storia d’una coppia di pittori negli eleganti, artistici anni 20 di Copenhagen, in cui la moglie (Alicia Vikander), un poco alla volta, prima inconsapevolmente poi spinta da un volontariato morale, aiuta il marito a liberarsi delle sue fattezze maschili per raggiungere il travestimento (lo fa passare per la cugina, in realtà il bravo Eddie Redmayne diventa identico a Julie Andrews, a metà tra Mary Poppins e Millie). Racconta una storia vera, edulcorandola un poco dal punto di vista chirurgico, perché non furono solo due, ma molto più numerose le operazioni cui si sottopose il poverino, primo trans ufficiale (ma qui a Venezia c’è anche una strepitosa Arianna ermafrodita), dopo essere stato vittima di minacciose diagnosi psicanalitiche e di elettrochock.

I cinefili hanno storto il naso, come Owen Wilson e anche di più, perché il film è una bella storia romantica, attenta a non ferire più di tanto. Il primo transgender movie per tutta la famiglia fa molto leva sul ricatto sentimentale, e Redmayne ci sta. Del resto, dopo aver recitato Stephen Hawking è abituato ai doppi salti mortali di trucco e le manine e gli occhioni qui sono graziosamente pronte a farci intuire il segreto. Nel racconto, il terzo lato del triangolo è l’irriconoscibile, lanciatissimo macho belga Matthias Schoenaerts (visto anche ai bordi della piscina di Guadagnino, meno esibizionista di Ralph Fiennes), nel ruolo di un mercante d’arte parigino che poi invaderà la Francia come soldatino tedesco in Suite francese.

Il film Spotlight di Thomas McCarthy (che ha scritto il soggetto del cartoon Up!), dovrebbe allarmare il Vaticano per la denuncia degli abusi sui minori nelle parrocchie americane non costudite, ma in verità sta un gradino sotto a quello che ha già detto papa Francesco sul tema: ma ciò che interessa al business è un thriller giornalistico alla Tutti gli uomini del presidente, coi parroci pedofili al posto del Watergate, in cui la somma dei fattori non cambia. Racconto svelto, che segue i comandamenti del genere (non si può non citare «É la stampa, bellezza» di L’ultima minaccia di Brooks con Bogart) muovendosi fra redazioni e uffici nel puzzle della scoperta di una verità più scandalosa del previsto, per qualità morbosa di reato e quantità di connivenze e protezioni, fra adulte e vergognose confessioni di abusi. Il giornalista torna a essere un bravo ragazzo (accade anche in The program: sarà tendenza?) e i migliori attori di Hollywood corrono per lo scoop come in Prima pagina: un concertino espressivo coi fiocchi merito a Mark Ruffalo, Michael Keaton, Liev Schriber (il direttore) e Stanley Tucci, avvocato redento. Anche qui tutti contenti alla fine, e magari si proietterà anche negli oratori.

Alexander Sokurov in Francofonia ribalta il piano sequenza dell’Ermitage: entrando al Louvre sceglie un montaggio scatenato e la via del mockumentary sulla situazione del “tempio” culturale parigino quando la città fu occupata dai nazisti, raccontandoci la strana alleanza di Jacques Jaujard, conservatore del museo, e del conte Metternich, che collaborò con lui per salvare il patrimonio d’arte. Nel film ragionate follie e momenti fatali, con Napoleone che rivendica con orgoglio i suoi furti artistici, e momenti bellissimi in cui il regista scruta l’eternità (e la fa vedere…) di alcune opere mettendole a confronto con la miseria umana della guerra (e non può non venire in mente lo scandalo dell’Isis).

Se l’autore russo dei giochi dei potenti e del Faust Leone d’Oro si aggiudicherà di sicuro un premio, accenniamo infine a Rabin the last day, documentario di 153’ di Amos Gitai realizzato a 20 anni dall’assassinio del primo ministro israeliano che aveva teso una mano al “nemico” palestinese negli incontri di Oslo, avvenuto il 4 novembre 1995: in quel giorno il film del progressista Gitai uscirà nelle sale di Gerusalemme e Tel Aviv, penso con qualche reazione. Il regista è oggettivo, fa come Stone con JFK, e la memoria di Kennedy, anche nei particolari, è molto presente in questo agguato premeditato da un colono estremista di destra la cui mano è stata armata idealmente dall’intransigente fazione ortodossa. É uno di quei documentari rigorosi che ti fanno scoprire molte cose e ti fanno arrabbiare: ma Gitai, al contrario di Stone, non grida al complotto, perché, spiega, questa è la tesi proprio della destra, che pensa così di allontanare le proprie responsabilità. E spiega che l’assassino, ancora per poco in carcere, è stato trattato coi guanti, e gli è stato anche permesso di concepire un figlio. Finale unhappy con i poster di Nethanyau, profezia di una vittoria che si è verificata quando Gitai aveva chiuso il set.