Tempo di Festival, tempo di Colline (Torinesi)

In Teatro

Ritorna una delle rassegne di teatro contemporaneo più interessanti, che si muove tra drammi generazionali e punk

Era probabilmente Commedia con schianto (foto in copertina) di Liv Ferracchiati il debutto più atteso quest’anno al Festival delle Colline Torinesi, una confessione artistica e generazionale che prova e soprattutto riesce a scombinare qualcosa di soliti canoni e solite regole. Ferracchiati rimescola con abilità tragedia e commedia classica, scambiandole continuamente di ruolo in una virtuosa messa in dubbio della scena (ma vale anche messa in scena del dubbio). Il mezzo è la solita, abusata, logora pratica del teatro nel teatro che qui ricomincia improvvisamente a funzionare, persino a interessare. Perché serve a dire qualcosa di nuovo.

Lo spettacolo ha un’atmosfera alleniana tra Io e Annie e La dea dell’amore passando per Harry a pezzi, con un protagonista nevrotico con una surreale passione per le pere e in pieno blocco artistico da quando non riesce più a usare la sua vita come fonte di ispirazione. Così prova e riprova a trascrivere un dialogo come tanti avuto con una ragazza, per poi dirigere gli attori senza sapere dove arriverà, con finzione e realtà che si confondono tanto bene da far dimenticare in quale dimensione ci si trova. Nel finale la parabasi polemica si trasforma in catabasi con discesa agli inferi per quattro chiacchiere con Aristofane, con sottofondo di gracidii d’autore: “Brekekekex koax koax”.

Tra episodi e stasimi, Ferracchiati ne approfitta per prendersi gioco delle convenienze e in-convenienze teatrali di oggi: dal problema di un gesto didascalico, all’attore che deve stare accanto al personaggio, dai meeting di drammaturgia, alla categoria ontologica dell’Under35, prodotta in serie per i bandi con obbligo di quote giovani. E poi ancora i critici, il pubblico, il Fus, tutti i rumori di scena e fuori scena che spingono la generazione-Chernobyl alla più completa disillusione, fino a mettersi volontariamente su uno scaffale con prezzo assegnato. Dunque cartellini a vista per tutti i bravi attori in scena: Caroline Baglioni, Michele Balducci, Elisa Gabrielli, Silvio Impegnoso, Ludovico Röhl, Alice Torriani, ingranaggi perfetti per la tesa regia di Ferracchiati, anche autore del testo in cui non fa che ripetere attraverso il suo protagonista (alter-ego?) che il primo piano a teatro non esiste. Salvo poi regalarne in continuazione.

Un’altra prima nazionale è Something about you, spettacolo diretto da Alba Maria Porto e testo di Francesca Garolla sull’infelicità senza desiderio di una donna dal punto di vista dei due figli, che non sanno più cosa fare per comprendere l’impenetrabile “linguaggio della tristezza” della madre. Buona prova di Matilde Vigna, depressa in vestaglia qui sempre in penombra, illuminata solo dai pochi raggi di luce che filtrano dalle tapparelle della stanza; più acerbi i figli di Mauro Bernardi e Roberta Lanave. Quanto al testo, conta senz’altro diverse suggestioni (la famiglia come insieme di puntini che formano un disegno, le ossa da contare e raccogliere per rimettersi insieme), ma tende a perdersi alla ricerca di immagini sempre più sofisticate, senza trattenersi come vorrebbe l’impostazione crepuscolare della regia che, pur con qualche ingenuità (le pose di famiglia iniziali che alludono a un passato sereno), tiene insieme tutto il materiale.

Imperdibile invece l’esperienza di Medea per strada, idea e regia di Gianpiero Borgia con la straordinaria Elenca Cotugno, autrice della drammaturgia insieme a Fabrizio Sinisi. Sette spettatori su un furgoncino scalcagnato girano per le periferie più dure e dimenticate ascoltando la storia di una Medea rumena, scaraventata in strada da sogni infranti di felicità, amore, famiglia e dignità. Non serve spiegare l’ovvio parallelo tra mito e attualità, per come si coglie immediatamente dall’asciutta confessione di questa donna invisibile che, come tante altre, sopravvive oltre la schiavitù, oltre la violenza del racket della prostituzione, persino oltre la tragedia. Alla fine del suo monodramma itinerante, la Cotugno esce di scena, struccata e senza più parrucca, spezzando l’incantesimo di una finzione che, a ben vedere, non c’è mai stata.

Il 21 e il 22 giugno, per le ultime due date del Festival, sono attesi i Motus con il nuovo Rip it up and start again, già visto alla Triennale di Milano in chiusura del festival Fog. Lo spettacolo è l’esame finale degli allievi-performer della Manufacture di Losanna, che le due anime dei Motus, Enrico Casagrande e Daniela Nicolò, hanno seguito attentamente per montare una specie di storia del punk inglese post Sex Pistols, con tutte le illusioni perdute che negli anni ottanta avvicinarono diversi gruppi all’elettronica, alla sperimentazione, a quel “suono del presente” più colto che polemico, più depresso che arrabbiato, simbolicamente rappresentato da Johnny Rotten che abbandona pseudonimi e “Anarchy in the U.K.” e fonda i Public Image Ltd. riprendendo il cognome ufficiale Lydon.

Come sempre accade dopo uno spettacolo dei Motus, si vorrebbe a tutti i costi la playlist da ascoltare e riascoltare nei giorni successivi. Questa volta il groove oscuro di Joy Division, The Fall, Gang of Four, Slits, tutti i protagonisti delle minuziose e colte analisi del critico Simon Reynolds, ispiratore di questo progetto che sembra il ritorno a un futuro che forse non è mai arrivato e le cui motivazioni potrebbero essere ormai un po’ inattuali. Ma per quanto vintage, lo spettacolo ha un gran ritmo e può contare su giovani attori abbastanza maturi da incorporare tutte le madeleine altrui del caso, musicali e non, portando avanti una drammaturgia formato playlist che, per quanto frammentata, è sempre avvincente.

 

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