Ecce Costa, homo possibilis

In Arte

Fino al 2 marzo prossimo, alla Galleria della Fondazione Culturale San Fedele e Museo San Fedele di Milano, è ancora possibile visitare la retrospettiva di Claudio Costa intitolata Ecce homo. L’esposizione, a cura di Stefano Castelli e Andrea Dall’Asta, ripercorre la carriera dell’artista riunendo venti opere realizzate tra il 1968 e gli anni Novanta, offrendo al pubblico uno straordinario squarcio su questo compianto artista che ha saputo riunire in sé antropologia, alchimia e cura in opere dalla straordinaria potenza espressiva e spirituale.

Per la fisica quantistica la realtà non esiste. O meglio, non esiste come la conosciamo perché l’osservatore non è mai solo un osservatore ma, in quanto tale, è parte del sistema e ne determina la forma osservandola. In qualche modo è quindi l’osservatore stesso che, osservando, crea la realtà osservata, che non è l’unica possibile ma è solo la più probabile, in quel momento e in quel luogo.

Claudio Costa, Spine, 1968.
Ardesia e corda di canapa, 200×130 cm


Questa visione della fisica contemporanea si offre come perfetta introduzione alla vita e all’opera di Claudio Costa, artista fondamentale nello sviluppo delle ricerche dell’arte italiana e internazionale che ha aperto la strada, assieme a nomi come Beuys o Boltanski, a una visione antropologica dell’arte, del ruolo dell’artista e della sua interazione con il fruitore e il contesto. Un artista di cui si sente la mancanza più che l’assenza, essendo il suo lavoro, a quasi trent’anni dalla sua scomparsa, ancora assolutamente attuale e pieno di sviluppi potenziali ancora inespressi. Un lavoro con cui, più che osservarlo, si può interagire fino al 2 marzo nell’intensa mostra Ecce homo che Stefano Castelli e Andrea Dall’Asta hanno curato alla Galleria San Fedele di Milano, istituzione dei gesuiti nota per lo storico premio che aggiunge, con il suo retroterra, una sfumatura cristologica alla spiritualità emanata senza riserve dal lavoro del maestro.

Claudio Costa, Senza titolo (cuneo), 1969.
Poliuretano espanso, corda di canapa, cuneo di ardesia, 60x64x30 cm


Perchè la “realtà” messa in scena da Costa, inesistente come qualsiasi altra narrazione ma poderosamente solida e viva, è fatta di terra, di ruggine, di ossa e di ardesia, ma anche di circolarità con la natura, l’uomo e lo spirito del mondo. È fatta di impegno, coinvolgimento assoluto e presenza attivissima, in relazione complessa con lo spazio e il tempo vissuti come una totalità dinamica. Per Costa l’osservatore partecipante, che per Malinowski doveva mantenere neutralità e oggettività nell’osservare i fenomeni, è invece parte del sistema osservato e lo influenza con la sua visione e la sua cultura, rendendo l’osservazione di quella realtà una costruzione condivisa della stessa. Vale per la fisica quantistica come per l’antropologia, così come per l’arte e, in ultima istanza, per la vita. La prospettiva che Claudio Costa ha scardinato è proprio questa: non è possibile osservare la vita senza viverla e senza portarla ad essere altro da quel che era ed è. E così ha fatto, partendo dal paradigma duchampiano del ready made che trasforma l’oggetto in opera d’arte spostandolo di contesto, innescando però una circolarità opposta, ossia oggettivando il contesto attorno all’oggetto.

Claudio Costa, Saltafossi, 1989.
Treppiedi di legno con peso a piombo, mascella di bovino, pinza di ferro e tavola di legno trafitta da tondini di legno, 180x115x60 cm


Riuscendo a fondere in sé, attraverso un totalizzante impegno esistenziale, la visione dell’antropologo, dell’artista, del terapeuta e, per molti versi, dello sciamano, Costa crea una figura ibrida e complessissima ben diversa e nettamente superiore alla somma dei singoli ruoli. Convinto che la memoria, soprattutto quella più remota, sia fondamentale per vivere il presente e proiettarsi nel futuro, Costa ha applicato la struttura dell’antropologia, della paleontologia e perfino dell’alchimia alla sua ricerca, realizzando viaggi liguri e africani, rituali simbolici e musei antropologici in luoghi improbabili, dando il potere al manufatto di tornare, attraverso l’indagine conoscitiva, al suo uso e alla sua forma. E quindi alla sua essenza, alla sua origine che rimanda, infine, al suo rapporto con l’uomo in tutte le accezioni possibili e anche in quelle impossibili.

Claudio Costa, Terre emerse, 1993. Cera, ruggine, osso, minerali su tavola, 100×150 cm

Impossibili come la possibilissima forma del disagio psichico, che scombina la norma in una normalità anomala, piena di ricchezza e possibilità quando libera di esprimersi nell’abbraccio della vicinanza e della cura. E così Costa, che basaglianamente passa per l’arte manicomiale spostando il suo studio all’interno del manicomio stesso, fonde e confonde l’espressione sua con quella del “matto”, non con quel discutibilie distacco dell’Art Brut (per tacere dell’indefinibile Outsider Art attuale), e quindi non con l’arroganza vuota dell’osservatore che si pretende neutrale e oggettivo, ma con la condivisione del piatto e del tavolo, come Beuys con i coyote, come San Francesco con Fratello Lupo. Lo stesso piatto dei viaggi in africa, seguendo il profilo del teschio ancestrale che con quello del continente combacia. Seppellendo e disseppellendo oggetti che, una volta dissotterrati, non son più oggetti ma diventano simboli che rimandano, sempre e comunque, all’Uomo, con una centralità e una passione profondissima di cui, di questi tempi, si sente un disperato bisogno.

Claudio Costa. Ecce Homo. Galleria San Fedele, Milano, fino al 2 marzo 2024

In copertina: Claudio Costa, La pietra e il Corno, 1976-1977. Creta, pietra e corno su vetro, carta su tavole di legno grezzo con ferro, cm. 60×122

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