“Dunkirk”, la guerra di Nolan tutta ritmo e atmosfera

In Cinema

Un gran film corale apre la stagione, con tutti i pregi (molti) e i difetti (qui secondari), del regista di “Inception” e “Interstellar”. Che qui fa davvero il direttore di un’orchestra di spunti tematici, trovate registiche, attori giovani e in parte (da Fionn Whitehead a Cillian Murphy), a fianco di professionisti come Mark Rilance e Kenneth Branagh, capitanati dal suo interprete-feticcio Tom Hardy. I fan della fedeltà storica non saranno contenti, ma tensione e spettacolo non mancano in alcuno dei 106 minuti

Chiariamolo subito: in Dunkirk non è Christopher Nolan che va alla guerra, al massimo è la guerra che va a Christopher Nolan. Se poi vi piace, bene. Se non vi piace, con tutto il rispetto, capite di cinema quanto io di matematica alle superiori. Ma tant’è, a ciascuno il suo.

Dunkirk e Nolan, dunque. Anzi, Dunkirk è Nolan, con i suoi intrecci di personaggi e piani temporali (non ai livelli di Memento, Inception e Interstellar, ma poco ci manca) e la capacità di gestire a piacimento, suo e dello spettatore, l’elastico del ritmo e della tensione narrativa, con tanti saluti agli ortodossi della Storia con la esse maiuscola. La differenza è che, rispetto a colleghi ben più mainstream come il Ridley Scott di Il Gladiatore, Le Crociate e Robin Hood, l’eventuale strafalcione filologico non è da imputarsi alla voglia di strafare, ma semplicemente è frutto di una scala gerarchica ben precisa: prima vengono l’atmosfera e il tema del film, uno snervante “Deserto dei Tartari” con il suo invisibile nemico alle porte (i tedeschi colpiscono eccome, ma non si vedono praticamente mai), poi c’è tutto il resto.

Tra un lembo di terraferma abbastanza grande da contenere 400mila soldati ma abbastanza piccolo da intrappolarli tutti, e un mare che è insieme vita e morte, Nolan costruisce la sua spiaggia un granello di sabbia alla volta, centellinando personaggi, informazioni, dialoghi e musiche, senza (quasi) mai cadere nella facile retorica dell’eroismo. Dopotutto, Dunkirk è la storia di una ritirata, concetto di per sé ben poco eroico, eppure decisivo, nei giorni tra il maggio e il giugno del 1940, per le sorti del mondo in guerra. Sì, perché la storia di Dunkerque, alla francese, è la storia di una battaglia che non c’è stata, combattuta da ragazzi disarmati e in fuga per aver salva la vita, prima che per la patria altrui.

dunkirk

In questo il meccanismo narrativo di Nolan (che firma anche soggetto e sceneggiatura) funziona a meraviglia, muovendosi tra terra, cielo e mare per seguire le vicende di caratteri tanto comuni da somigliarsi tutti ben al di là del ruolo, ordine o grado sul campo. Con un’unica eccezione: dopo Il Cavaliere Oscuro – Il Ritorno e Inception, il regista ricorre ancora una volta al carisma (con e senza maschera) di Tom Hardy per regalare allo spettatore quelle che a conti fatti sono praticamente le uniche scene d’azione del film.

Tanto basta, in un crescendo costante di tensione e spettacolarità enfatizzato con la consueta efficacia dalle bordate sonore del semper fidelis Hans Zimmer e dall’eccellente interpretazione del giovanissimo e quasi esordiente Fionn Whitehead, in sostanza il protagonista del film, pochissime parole e un volto che buca lo schermo. Al suo fianco, nel coro, i vari Cillian Murphy (altro “pallino” di Nolan, ma giovanissimo protagonista già con Loach), Mark Rylance (premio Oscar per Il Ponte delle Spie), Kenneth Branagh (più compassato e meno shakespeariano del solito) e persino il teen idol Harry Styles, al suo esordio davanti alla macchina da presa.

Ma, per quanto non manchino solisti e assoli d’eccezione, è il direttore d’orchestra la vera star della pellicola, capace di far tesoro delle critiche passate senza per questo rinunciare a nessuno dei tratti distintivi di uno stile che è ormai un marchio di fabbrica. Dunkirk è un film relativamente breve (106 minuti) per gli standard di Nolan, ma è un dettaglio che allo spettatore, totalmente rapito e in apnea da racconto e immagini, scivolerà addosso. Da un lato perché Nolan condensa quanto basta un concatenarsi claustrofobico di eventi senza tregue né inutili sbrodolamenti in spiegazioni scientifiche o riflessioni filosofiche.

Dall’altro perché, pur nei vincoli del realismo storico, riesce comunque a stupire con un coraggioso (soprattutto per un film bellico) gioco di prestigio narrativo che farà storcere il naso ai suoi detrattori abituali, ma che colloca con forza film e regista tra coloro che, nell’odierna desolazione del blockbuster hollywoodiano, hanno ancora parecchio da dire, e nessuna paura di dirlo.

Dunkirk di Christopher Nolan, con Tom Hardy, Fionn Whitehead, Cillian Murphy, Mark Rylance, Kenneth Branagh, Harry Styles