Faccia a faccia con Michelangelo: Mario Cresci e la Pietà Rondanini

In Arte

Come si fa a confrontarsi con un capolavoro senza uscirne schiacciati? Come ci si rapporta a un’opera d’arte del passato per restituirla alla sensibilitàcontemporanea? In poche parole: come si fa a fotografare la Pietà Rondanini?

Tre anni a girarci intorno, in un lungo periodo di osservazione, quasi meditativo, una danza contemplativa di allontanamenti, avvicinamenti, studio, attesa. «Andavo spesso di lunedì a guardarla, quando non sono aperte le visite al pubblico. Avevo il permesso di stare lì quanto volevo: portavo con me la macchina fotografia, ma spesso non la usavo. Me ne stavo a osservare quel capolavoro, tra le icone più entusiasmanti, complesse e misteriose della storia dell’arte».

Così il fotografo Mario Cresci (Chiavari, 1932) racconta il progressivo avvicinamento alla Pietà Rondanini, l’ultima opera di Michelangelo, non-finita, secondo scelta tecnica, e incompiuta, per volontà o impossibilità. «Mi ha subito affascinato la sua mancata identificazione e classificabilità, il suo essere senza età, talmente dentro se stessa da non avere tempo, insieme antica e contemporanea», racconta Cresci, autore di In Aliam Figuram Mutare, in mostra fino al 26 settembre all’Antico Ospedale Spagnolo del Castello Sforzesco, appena qualche metro più in là dalle sale in cui è stata ricollocata l’anno scorso l’opera di Buonarroti. Tre anni necessari: «Nel misurarmi con la sua complessità non mi sentivo sicuro».

Oggi «ci resta quel pezzo di marmo, assolutamente fuori da canoni e proporzioni: questo aspetto di rottura mi interessava in modo particolare». Nelle “interazioni” con la Pietà, Cresci ha lavorato su pensieri relativi allo sguardo, il punto di ripresa, la materia e la capacità della fotografia di trasformare attraverso la luce. La incontrò per la prima volta da studente, tantissimi anni fa: «Era tutta annerita e incrostata: per anni a Roma era stata lasciata alle intemperie. Quando l’ho ritrovata dopo tanti anni, pulita e bianca, ho provato a guardarla come se avesse dentro una luce particolare». E così Cresci ha utilizzato fasci luminosi e torce per illuminarne la materia, rendendo l’illusione che fosse la materia stessa a emettere un’energia proveniente dall’interno.

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Cresci ha cominciato il suo lavoro a partire dalla grandezza dell’opera di Michelangelo. La prima sezione di In Aliam Figuram Mutare l’analizza da ogni lato e angolazione attraverso scansioni tridimensionali. Le forme sono proiettate in uno spazio nero, vuoto, siderale, nella massima astrazione da tutto ciò che può essere terreno. Nel frattempo, l’anno scorso, è mutata la collocazione della scultura, portata fuori dalla nicchia della sala degli Scarlioni che prima l’avvolgeva, rendendo possibile un avvicinamento e una visione da più punti di vista. Cresci ha così sentito di voler approfondire il concetto di pietas contenuto nel marmo, operando un trasferimento di senso. Accompagnata dalle lettere della parola auxilium, nel suo senso di accoglienza, la Pietà fotografata ruota in un movimento continuo, riportando a un pensiero più terreno e attuale, al senso della pietas che dovrebbe esistere ancora oggi nei confronti dei migranti. «Accanto a un’immagine potente, volevo lasciare un messaggio forte. L’arte, come il pensiero, è rivoluzionaria». Ed ecco che si arriva all’ultima fase del lavoro, in cui la Pietà è trasfigurata in 8 nuove sculture, fotografie in scala 1:1 in cui le coperte termiche che vengono consegnate ai migranti soccorsi in mare, con le loro pieghe e riflessi, ricordano il retro della Pietà e le sue scalpellature.

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Il lavoro su Michelangelo di Cresci va oltre le fotografie di Aurelio Amendola della Pietà vaticana e quelle di Paolo Monti della Pietà del Castello, «bellissime e ai fini storici sicuramente più importanti, molto legate all’idea di scultura, in un rispetto scientifico anche dell’illuminazione, ma che non cercano di andare oltre». Nel 1984 Cresci prese parte al grande progetto di Luigi Ghirri, Viaggio in Italia, che voleva liberare il paesaggio nostrano dalla visione ottocentesca, canonica e da cartolina degli Alinari, per ritrovare un’Italia diversa attraverso la fotografia, in un nuovo piano di coscienza e di valori. «Volevamo diffondere l’idea che la fotografia non è soltanto un mezzo per salvaguardare paesaggio e memoria, secondo una logica tipicamente conservativa, ma anche per mostrare dell’altro, a seconda dello sguardo che assume l’autore: sono passati trent’anni prima che venisse capita l’importanza della nostra proposta».

Cresci ne è sicuro: rapportarsi con l’opera altrui è importantissimo e ciò che si fa nel presente porta con sé memorie antiche di altre esperienze. Ma, come autore, egli vuole superare il valore intrinseco del bene culturale e sperimentare. La Pietà michelangiolesca, cinquecentesca eppure modernissima riflessione sulla morte e la salvezza dell’anima, viene rivestita da Cresci di luce e umanità, ricollocata in una realtà contemporanea. «Ognuno appartiene all’epoca in cui vive e l’arte è sempre contemporanea rispetto al proprio tempo, altrimenti è semplice svago estetico».

 

In aliam figuram mutare, Castello Sforzesco, Antico Ospedale Spagnolo, fino al 25 settembre 2016, ingresso libero,

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