Colasanti versus Mozart, due requiem a confronto

In Musica

Li abbiamo sentiti all’Auditorium, eseguiti dall’orchestra e dal coro della Verdi diretti dal giovane direttore francese Maxime Pascal. Un programma molto interessante

Due Requiem a confronto. L’allegra proposta della Verdi della scorsa settimana, tra le più interessanti sentite a Milano da un po’ di tempo, prevedeva un faccia a faccia tra la messa in re minore di Mozart, pagina incompiuta con annesse leggende di diabolici committenti e impuniti avvelenamenti, e l’oratorio per soli, coro e orchestra di Silvia Colasanti, presentato a Spoleto nel 2017 e dedicato alle vittime del terremoto che ha devastato le Marche nel 2016.

A dispetto del tono lugubre che ci si poteva aspettare da un programma Requiem-più-Requiem, il pubblico a fine concerto sembrava più fresco e pimpante di prima. Merito in gran parte della musica della Colasanti, che emana fiducia e speranza da ogni pagina, ma anche dei versi di Mariangela Gualtieri, persino audaci nel loro ottimismo: “Siate bellissimi, morti nostri” dice a un certo punto l’attrice-poetessa distillando le parole, e non c’è motivo per non crederle. La Gualtieri è “La dubitante”, personaggio in dialettico confronto con il “Coro di chi non dubita”, che appare di spalle all’inizio dell’Introitus, per poi voltarsi lentamente verso gli spettatori, un corista per volta, come nel finale della Götterdämmerung di Chéreau.

Il teatro non manca, certo, ma sarebbe riduttivo fermarsi qui. L’interesse di questo nuovo Requiem sta soprattutto nella sapiente scrittura della compositrice, negli impasti timbrici, nel suo procedere austero ma non ieratico né retorico. Semmai elegante, talvolta persino radioso. Un linguaggio che non teme di recuperare le atmosfere del passato per rinnovarle, riadattandole al nuovo contesto senza alcun timore reverenziale. La Colasanti dimostra che più di qualsiasi altro testo, il Requiem ha assunto un’esistenza al di fuori della liturgia in senso stretto, tanto che la scrittura polifonica della compositrice sembra riemergere da un passato sepolto che ha ancora molto da dirci. 

Maxime Pascal e i solisti @ Giovanni Hanninen

Da segnalare alcuni coups de théâtre: le “pietre di fiume” che il coro fa risuonare all’inizio, con colpi secchi e sfregamenti; il virtuosismo sobrio e rarefatto di Monica Bacelli, commovente in questa messinscena in cui compare nella parte di “Cuore ridotto in cenere”; infine la fisarmonica di Davide Vendramin, un Bandoneon che rappresenta il “Respiro della terra” e che dà al finale del Requiem un tono malinconico, tra il gitano e il melò. La direzione di Maxime Pascal ha dato a tutti questi elementi eterogenei una precisa continuità espressiva, quasi un passo drammatico molto appropriato e disinvolto.

Nella prima parte del concerto, Pascal ha diretto l’ultimo capolavoro di Mozart, scegliendo la sequenza di Eybler, il primo ad aver tentato di completare il lavoro del maestro, ma che avrebbe rinunciato dopo poco per timore reverenziale. Questa sorta di pudore si ritrova nell’orchestrazione scarna, meno avvolgente della versione assai più nota di Süssmayr, ma più pulita ed essenziale, oltre che più propulsiva, risolta con equilibrio dal giovane direttore francese. Discreti i quattro solisti: il contralto Solderg Isalv, il tenore Massimo Lombardi, il soprano Minji Kim e il basso Daniele Caputo.


Immagine di copertina: Maxime Pascal © Giovanni Hanninen

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