Nooteboom: lezioni di spiritualità in 33 templi. Mai sentito parlare di Saigoku?

In Letteratura

Nascosti in luoghi impervi o assediati dal rumore delle metropoli: i trentatré templi che costituiscono uno dei più antichi pellegrinaggi del buddismo giapponese rimarcano la loro funzione di luoghi ancorati ad un respiro diverso. Cees Nooteboom ne percorre il cammino in compagnia della fotografa Simone Sassen: ne nasce un reportage sulla spiritualità del nostro tempo, sul senso della distanza e del concetto di Estremo Oriente. È “Saigoku”, pubblicato da Iperborea.

Percorrere un cammino sacro, come da noi quello di Santiago di Compostela, è una fantasia, un desiderio, un obiettivo che può prendere un po’ tutti. Per ciascuno ha un significato diverso: ricerca di spiritualità, richiesta di un miracolo, tornare indietro nel tempo, conoscere persone come te o diverse da te, farsi una lunga passeggiata con uno scopo riconosciuto, dignitoso (e alla moda da ben più di qualche secolo).
Cees Nooteboom, grande scrittore olandese, in compagnia della fotografa Simone Sassen, si mette in cammino per il Saigoku, uno dei più antichi, faticosi e famosi pellegrinaggi del Giappone: da qui nasce il reportage, spirituale e curioso, pubblicato da Iperborea (che incrementa così il parterre dei titoli firmati dall’autore nel suo catalogo: avevamo già parlato, per esempio, di Venezia qui).

Nooteboom segue le orme di Kobo-Daishi, il mitico eterno viandante fondatore del buddismo Shingon. Una sua scultura è posta infatti vicino all’ingresso di ciascuno dei 33 templi che costituiscono il pellegrinaggio, dove è sempre raffigurato in atteggiamenti diversi: mentre sale un’erta montagna, mentre medita seduto nella posizione del loto, mentre riposa, mentre predica ai discepoli. Kobo-Daishi rappresenta insomma tutti gli atteggiamenti, gli scopi, le personalità di tutti i pellegrini come lui, come noi.

La stessa varietà appartiene anche alla dea Kannon, il bodhisattva della misericordia, cui è dedicato ciascun tempio. Kannon viene rappresentata in tutte le sue multiformi manifestazioni: può assumere sembianze di cavallo, il suo animale sacro, oppure ha solo testa o zampe equine e un magnifico viso umano, può avere undici teste, mille braccia…

Anche i templi sono quanto mai differenti tra loro: per raggiungere alcuni è necessario superare torrenti impetuosi, inerpicarsi su montagne scoscese, imbarcarsi su una fragile canoa per un’isoletta remota; altri invece sono proprio al centro di una grande città, e, sepolti tra immensi grattacieli, conservano il loro antico mistero. C’è n’è altri ancora che sono la dependance di giganteschi centri commerciali, ci si arriva in torpedone, frastornati da bancarelle di souvenir in plastica fluorescente Made in China, e si sale al tempio su scale mobili. Eppure tutta quella orribile mercificazione, quel rumore assordante svanisce davanti alla sincera devozione dei fedeli, alle loro offerte, al profumo penetrante degli incensi, e al gong delle campane tibetane.

L’altra guida nel pellegrinaggio di Nooteboom è Murasaki Shikibu, autrice della Storia di Genji, il principe splendente, che fa rivivere insieme la raffinatezza e la delicatezza della corte imperiale del periodo Heian ( 794-1185). È sopratutto attraverso le pagine di Murasaki che riusciamo a intuire il mistero dell’antico Giappone. L’imperatore, i principi, le dame di corte si recavano nei templi, in corteo o solitari, per espiare o nascondersi e trovare pace, conforto e forza in questi templi ancora vivi, non solo sopravvissuti alle rovine del tempo.

Nooteboom riesce a coinvolgerci nel suo pellegrinaggio perché non si pone come un maestro, un iniziato.

“Sono un pellegrino? Sì e no. Non ho motivi religiosi,proprio come non ne avevo sul cammino di Santiago. Non ho favori da chiedere, né gesti sacri da compiere. Non so neanche, come a volte fanno gli altri pellegrini, intonare una canzone”.


Nooteboom non fa le sacre abluzioni coi mestoli di rame, non suona le campanelle, al massimo butta una monetina per aiutare a mantenere tanta bellezza o accende un bastoncino d’incenso, proprio come si fa nelle nostre chiese con le offerte e con le candele.


“Eppure è come un sutra. In quel continuo peregrinare, in tutti quei treni e autobus, nei cammini lungo i sentieri di montagna, attraverso passaggi magnifici e squallidi quartieri cittadini, nei vuoti di attese a volte lunghe, c’è un elemento di meditazione scandito dal ritmo del viaggio (…) Più a lungo dura e più ci si sente armati contro quella che sembra l’assurdità del mondo”.


L’immersione nel cammino è accompagnata dalle belle foto di Simone Sassen di statue, templi, giardini e dei sigilli che vengono impressi dai monaci sul libretto del pellegrino in ciascuna stazione.

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