Robot e storie di attualissima crudeltà alla Biennale Musica. Intervista a Ivan Fedele

In Interviste, Musica

Ricerca e sperimentazione, tradizione e contemporaneità. Alla fine del suo mandato alla guida della prestigiosa istituzione veneziana, Ivan Fedele riflette sullo stato della musica contemporanea e dice: ciò che conta è la riconoscibilità dello stile, l’originalità della scrittura deve essere una cifra

L’anno scorso, lo strappo: Ivan Fedele aveva “osato” il Leone d’oro a Keith Jarrett. E molti se n’erano adombrati. Alcuni addirittura offesi, soprattutto quelli (compositori per primi) che pensano alla Biennale Musica di Venezia come cosa loro, dispensatrice di premi sovranisti. Quest’anno, l’edizione 2019 che inizia dopodomani, venerdì 27 settembre – e per Ivan Fedele sarebbe l’ultima di direzione artistica –, s’intitola Back to Europe.

Dopo l’Asia del 2017 e l’America del 2018, sembra quasi un ritorno all’ordine.
Ma non lo è proprio. Non può esserlo con il Leone d’oro a George Benjamin, inglese che non rientra in alcuna linea accademica o istituzionale, del quale proponiamo un’opera, Written on Skin, giudicata da tutti come una delle più originali degli ultimi anni. E non sono “allineate” le altre proposte del festival. Mi riferisco soprattutto al lavoro di Matteo Franceschini, il nostro Leone d’argento, che presenta un Songbook, da noi commissionato, in cui fra due ensemble tradizionali viene contestualizzata una band rock in cui lui stesso suona il basso. Franceschini è un campione esemplare di quella pratica in cui musica scritta e improvvisata si confondono perché appartengono alla storia stessa del compositore. Mi riferisco alla serata con Mohini Dey, straordinaria bassista indiana che con la sua band suona funk e fusion. E sono solo due esempi.

 

Written on Skin, soggetto crudelissimo: il marito che costringe la moglie a mangiare il cuore dell’amante, il trovatore provenzale Guillaume de Cabestan. Forse anche questa crudeltà è molto attuale… Quali valori segnalano George Benjamin per il Leone d’oro alla carriera?
Nelle edizioni della Biennale Musica che ho curato, mi sono molto preoccupato, cioè occupato, del fatto che i confini tra i vari generi e le diverse musiche in realtà, se visti dalla prospettiva della ricerca e della sperimentazione, diventano sempre più labili. Le nuove proposte non sono più un’esclusiva della musica contemporanea colta come l’abbiamo sempre intesa. Punto di vista abbastanza nuovo per il nostro paese; all’estero ci sono arrivati prima, attraverso un percorso naturale.

Benjamin è un compositore che affonda le sue radici nella tradizione occidentale, ma l’area della contemporaneità in cui agisce è assolutamente personale. Non ha scritto molto, e le cose più significative sono dedicate alla voce e al teatro. Questa sua memoria si ossida in oggetti sonori, soprattutto nel canto, del tutto originali. Un compositore che si può benissimo indagare, studiare, ma l’ascolto delle sue musiche è già rivelatore di una magia che lo rende un classico, tra virgolette, del nostro tempo, un autore che in futuro si ascolterà come sempre attuale. Ė quel che succede con alcuni autori del passato, la natura rivoluzionaria della cui scrittura ancora ci colpisce.  Credo che questo sia il destino della musica di Benjamin.

Teatro, voce, pragmatismo. Una linea che scende da Britten?
Diciamo una matrice isolana dalla quale Benjamin non si discosta. Ma è anche un compositore continentale. In lui troviamo le istanze dello spettralismo: è stato allievo di Messiaen. La sua storia è molto composita, si nutre di esperienze forti che vengono da molte parti del mondo. Benjamin non si è mai isolato in una dimensione anche confortevole del comporre.

La tua direzione alla Biennale Musica ha una storia lunga: inizia nel 2012.
Sì, è l’ottava. E devo ammettere che, rendendo servizio alla musica e ai musicisti del nostro tempo, anch’io in alcuni casi ho consolidato convinzioni, in altri le ho modulate, in altri le ho mutate. Ma credo sia stato colto, anche nella stessa Biennale, che le aperture sono sempre state operate, come dire, con cognizione di causa e hanno dato i loro frutti. I Leoni d’oro a personaggi come Pierre Boulez, Sofija Gubaidulina, Steve Reich, Salvatore Sciarrino, Keith Jarrett, Tan Dun, Georges Aperghis, mi sembra abbiano chiarito che la creatività vive ormai in dimensioni molto lontane fra loro.

Che non si può più cercare la nuova musica nella solita stanza, insomma.
Certo. E questo riflette anche la mia dimensione di compositore, sempre curiosa, attenta a quello che succede ovunque. Tutto quel che mi è risuonato dentro in maniera convincente l’ho fatto mio e mi ha guidato verso obiettivi, credo, altrettanto convincenti.

Anche tu nel 2016 hai ricevuto un premio che somiglia ai Leoni alla carriera, il Prix International Arthur Honegger. Ma un Leone d’oro, quali virtù deve avere?
Una fondamentale credo sia la riconoscibilità dello stile: l’originalità della scrittura deve essere una cifra. Tutti i grandi del passato ne erano dotati. Penso a Ligeti, che non è più, o a Lachenmann, a Rihm. Ricordo di aver riconosciuto un pezzo di Rihm ascoltandolo per radio, e non è cosa facile, perché Rihm ha diverse centinaia di pezzi in catalogo ed è a due facce: ha un filone sperimentale e un altro neoromantico. Un secondo motivo di forza è che un compositore possa essere per i giovani un riferimento. Girando per il mondo, tenendo masterclass, chiamato a esprimermi in contesti diversi, in Asia, America, Europa, mi sono accorto quanto alcune figure di musicisti siano di riferimento per le giovani generazioni. Un modello per chi inizia.

E l’anno prossimo?
Questo è il mio ultimo mandato. La Biennale troverà una personalità che tenga conto di quello che abbiamo fatto in questi anni e possa dare un seguito. La musica ha bisogno di essere considerata nella sua globalità. Guai a chiudersi in una dimensione limitata o circoscritta.

Otto anni di esperienza: la formula della Biennale è logora, è viva, potrebbe essere diversa o va bene così?
Niente va bene così. Tutto si discute e si evolve. Un festival, una rassegna che si occupa di un’arte specifica non dev’essere il luogo in cui si eleggono dei rappresentanti massimi, ma lo spazio in cui si mostrano le tendenze, sempre in movimento, sempre soggette a nuove pulsioni e nuovi stimoli. Naturalmente ci occupiamo del presente, il futuro chissà. Ma si possono intuire orientamenti per domani. Uno è la tecnologia robotica: un pezzo come Thinking Things di Aperghis, che è stato un Leone d’oro, un pezzo per quattro interpreti, video, luci elettronica ed “estensioni robotiche”, che proponiamo l’1 ottobre in prima italiana al teatro alle Tese, indaga le possibilità espressive realizzabili attraverso macchine che diventano prolungamenti dell’uomo. Si possono intuire altri orientamenti, anche di diversa natura, per esempio sociale: discorsi sull’ecologia dell’ascolto, che peraltro un altro Leone d’oro, Salvatore Sciarrino, ha portato avanti in questi anni. Una “mostra” come la Biennale Musica non dovrebbe decretare supremazie, farsi manifesto di un’estetica o di un’altra, ma semplicemente essere una realtà in ascolto del suo tempo.

     

Biennale Musica 2019. A Venezia, dal 27 settembre al 6 ottobre: 16 appuntamenti, 30 prime esecuzioni, 19 assolute, 11 italiane, 12 commissioni. Al Teatro Goldoni, al Teatro Toniolo, al Teatro alle Tese, al Teatro Piccolo Arsenale, a Ca’ Giustinian. 

 

Immagine di copertina © Quentin Chevrier

Da Thinking Things di Georges Aperghis

 

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