Grandi speranze al bancone del Publicans

In Letteratura

Il vero bar delle grandi speranze dove si rifugiava il premio Pulitzer J.R. Moehringer è a Manhasset, Long Island: «Molto prima di avermi come cliente, il bar mi ha salvato»

«È questo il bar dove una volta?». Non si fa neanche in tempo a finire la domanda che l’uomo dietro al bancone ha già capito tutto. Non sa chi sei ma basta quel riferimento al passato, per capire cosa stai cercando. E così la risposta scivola giù dalla sua bocca immediata. «The Publicans». Una sola parola, un nome come tanti altri ma che pronunciato qui a Manhasset significa tutto. Perché prima di diventare quello che ora conosciamo, premio Pulitzer per il giornalismo ed autore “poco fantasma” di Open, libro che ha consacrato il suo talento, J.R. Moehringer è passato di qui. Sotto il cielo spoglio di questa piccola cittadina di Long Island, lontana dall’ombra dei grattacieli e dal frastuono di Manhattan. Ma soprattutto sotto la luce soffusa di questo pub che, non è esagerato dirlo, è stato per un certo tempo la sua casa.

«Molto prima di avermi come cliente, il bar mi ha salvato. Mi ha ridato fiducia quand’ero bambino, si è preso cura di me quand’ero adolescente e mi ha accolto quand’ero un giovane uomo». È l’inizio di una piccola dichiarazione d’amore, tenera e viscerale quella che si legge nel prologo del suo Bar delle grandi speranze. Una sorta di memoriale, un quasi romanzo in cui l’autore si confessa a partire dal bambino che era: smarrito e alle prese con l’assenza del padre. Di quel padre, famoso discjockey di New York, di cui gli è rimasta soltanto la voce e a cui ogni volta che ha una radio sotto mano tende disperatamente l’orecchio. Così, fino al giorno in cui quella voce calda e profonda scompare e con essa tutto il suo effetto rassicurante. E’ un silenzio che sancisce una perdita definitiva ma anche l’inizio di una vita nuova. Infatti da quel momento sarà il bar a prendersi cura di lui. Il bar con i suoi uomini e le sue voci che insolite e spassose, e quasi sempre trafitte dall’alcool lo aiuteranno a trovare un pezzo di sé. Moehringer con tutto lo stile di cui è capace ci restituisce il ritratto di una vita rocambolesca ed assolutamente fuori dall’ordinario. Tra profonde cadute ed improvvise resurrezioni, il giornalista si racconta con l’ironia unica di chi è sopravvissuto a tante insidie e soprattutto con una passione che ha l’effetto di una calamita. Chi lo legge non può fare a meno di desiderare di venire qui. Fantasia? Esagerazione? No. Pura realtà dei fatti.

«E’ pazzesco», dice l’uomo che sta dietro al bancone. «E’ pieno di gente che passa qui per la prima volta solo per il libro».Il viso gli si riempie di stupore e di una leggera euforia. Ma nel suo sguardo non c’è traccia d’orgoglio. C’è semplicemente la meraviglia un po’ contenuta di chi sa di essere il custode di una storia che è finita e che comunque non gli appartiene. Perché è così. E’ triste dirlo ma è passato parecchio tempo da quando Plandome Road era un susseguirsi di bar ed il Publicans il suo ritrovo più famoso. Ora tante cose sono cambiate. Plandome Road è una via come tante altre, ed il mitico Publicans è scomparso sotto le vesti di un altro nome. Ma varcare la soglia dell’Edison’s Ale House dopo aver letto il Bar delle Grandi Speranze rimane comunque un’esperienza di un certo effetto. Perché è la scoperta di qualcosa che si intuiva, ma di cui non si era sicuri del tutto. E cioè che quella di Moehringer e del bar è una storia che cattura e che sopravvive nella memoria di molti. Di quei molti che vengono per la prima volta a Manhasset, mossi dalla semplice curiosità per un luogo che fino a quel momento hanno immaginato soltanto, attraverso le parole e la voce affezionata di uno dei suoi figli più devoti.

 

“Il bar delle grandi speranze” di J.R. Moehringer (Piemme, 486 pp. 11,50 euro)

Foto di ju5ti

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