Arbasino, prima e dopo: noi, “La vita bassa”

In Letteratura

Passato, futuro e presente compaiono insieme in quella che, di Arbasino, è la pagina più graffiante e precorritrice del tempo che oggi viviamo. A 78 anni, nel 2008, lo scrittore recentemente scomparso traccia i confini dell’esagerata natura di una società allo sbando. Libero, visionario, pirotecnico e sagace: un omaggio allo scrittore attraverso “La vita bassa”.

A settantotto anni, Alberto Arbasino scrive La vita bassa, un libriccino di poco più di cento pagine.

“E se ‘la vita bassa’, per i prossimi Lévi-Strauss e Mauss e Bataille e Leiris e Caillois (in un aggiornato Musée de l’Homme con foto in bianco e nero di ‘indigeni’ autentici con addomi e glutei ridondanti odierni esibiti di fronte e profilo), diventasse un Segno antropolo- ed etnometodologico strutturale e culturale di tutto un Inconscio o Conscio tribale ed elettorale non solo giovanile e sgargiante, come i totem e i tabù e le penne e gonnelle e facce dipinte dei più rinomati aborigeni?”

È curioso che Arbasino abbia scelto di andarsene proprio in questo 2020. Nelle ultime settimane è stato facile cadere nella tentazione di mettere a paragone l’attuale e disarmante crisi con quella del 2008.
E Arbasino nel suo La vita bassa (pubblicato lo stesso anno da Adelphi) è proprio il 2008 che decide di raccontare, quella follia, quel senso di smarrimento che si percepiva dietro ogni angolo.


È la densità delle parole, dei significati e dei significanti, che in queste pagine fa da padrona e che si concretizza in un flusso di coscienza continuo, nell’articolazione e negli inseguimenti tra monologhi e dialoghi. I termini che si fanno spazio gli uni sugli altri si richiamano a vicenda per assonanze e consonanze, una ridondanza che fa della scrittura un mezzo ambivalente, comico e tragico allo stesso tempo, che dice qualcosa che non riesce a dire ma che contemporaneamente lo confuta, lo annulla e lo rielabora.

L’interlocutore di Arbasino è contemporaneamente un tu e un voi, un’entità del passato, del futuro e del presente. Arbasino non condanna, sebbene sia evidente la vena ironica con cui dipinge l’esagerata natura di una società allo sbando. Arbasino non condanna, non uccide, non distrugge, ma dissacra e mostra, nell’architettura dei neologismi e degli anglismi, nelle pietre degli edifici che lui conosce così bene, un mondo profondamente mutato, omologato, privo di punti di riferimento.

E quei punti di riferimento che per la sua generazione hanno costituito un porto saldo vengono reinterpretati, distrutti e ricostruiti senza sosta, per l’affermazione di una ciclicità che si conferma e si contraddice.

“‘Per non dimenticare’ o ‘Per non ricordare’, al momento della scheda nell’urna ‘glocal’ e della successiva lunga siesta di riflessione e rimeditazione romana?…Non risulta più tanto facile, invero, distinguere le fisionomie e i comportamenti neo- o vetero-fascisti o comunisti, qui dove le facce tipicamente e storicamente ‘littorie’ appaiono bimillenarie e archetipiche, così come l’ormai biasimato ‘body language’ col palmo levato o pugno chiuso o avambraccio flesso, evidentemente ancestrale dalle comunità megalitiche ai motoscafini di San Felice. E così, sulla piazza di Sabaudia, ‘tutti fascistoni’ o ‘tutti fighetti’, così come ‘tutti vecchi franchisti’ o ‘tutti froci’ (secondo le ore) in giro per Ibiza? ‘Sulla piazza, si schiamazza’, secondo la Carmen (‘Hola, hola, tutte troie, è stato wonderful’). Ma intanto, in una movida locale, quale aggettivo sarebbe più fascista o più ermetico, fra ‘glabro’ e ‘scabro’?”

Con Arbasino se ne va una generazione di scrittori che hanno segnato il nostro Novecento.
Nel suo romanzo L’Anonimo Lombardo proprio lui sosteneva l’esistenza di quella che chiamava “una famigliona di paese”. Sotto questa unica definizione lui riusciva a raggruppare delle personalità troppo poco affini tra di loro, collegandole addirittura con un grado di parentela: Moravia, Palazzeschi, Comisso, Gadda, Bassani…è cos’è che li accomunava? Questo non dire. O meglio, questo dire a modo proprio ciò che forse era meglio tacere, ma che non si poteva tacere, o almeno non del tutto.

“Ivi, all’epoca – ‘68/’69, appunto – si ravvisano ben più articolate e sviluppate ‘in grande’ (benché raramente ‘in agile sintesi’) tante pulsioni e motivazioni generazionali che anche da noi mescolano le ataviche spinte faziose e rissose a quelle cicliche tensioni muscolari che nei lunghi periodi incoraggiavano i sovrani alle guerre periodiche per falciare il surplus di esuberanza giovanili man mano emergenti e sbilancianti. L’attualità di un ‘presente intollerabile’ combattivo prevale sulla storiografia del ‘passato indigeribile’, rimosso…”

Un passato rimosso, dunque, una storia ciclica che non trova pace. È l’Italia che non trova pace, che è in un tumulto continuo con gli anni che si susseguono e che la restituiscono ad un’esistenza ossimorica e contraddittoriamente equilibrata, che la rendono sia sé stessa che altra, sia folle che razionale, sia nazionalista che europea. A distanza di quasi cento anni ritorna una violenza pseudo-futurista che scuote l’Italia e che Arbasino trova nella contraddizione degli opposti che la compongono, non solo nel suo così tanto discusso 2008 ma anche in questo poco promettente 2020.

“Così, anche questo nuovo libretto ‘sui fatti del 2008’ si proporrà (ancora una volta) come una obiettiva ‘deposizione’ testimoniale a caldo su un altro snodo o svincolo o scivolo di eventi italiani probabilmente epocali, nel mesto corso del loro svolgersi”.