Osserva Caterina Barbieri, compositrice e direttrice uscente della sezione Musica del festival. Un’edizione questa che mette insieme tante cose: il canto sacro di Hildegard von Bingen e la contemporaneità rinnovata del leggendario Arvo Pärt. Il minimalismo estremo di Sarah Davachi e le donne recluse nel carcere della Giudecca. Tutto in nome della purezza primordiale di quel “suono bambino” che ci portiamo dentro e che rappresenta la lettura forse più suggestiva della manifestazione veneziana
La Biennale Musica ruota sempre attorno al perno di un concerto a tripla A, che non è un concerto ma un’esperienza di vita: il Canto Sacro nella moschea cristiana che si chiama San Marco, sotto cupole d’oro che suonano come un violino. Nel laboratorio in cui la vocalità italiana tra Cinque e Seicento si è alzata nel cielo dell’Occidente, quest’anno è toccato ai Tallis Scholars, gruppo simbolo della scuola anglosassone, incastonare un programma gioiello: dieci pezzi disposti tra l’anno Mille di Hildegard von Bingen, donna leggendaria del mondo antico, e la contemporaneità rinnovata di Arvo Pärt, passando attraverso la citazione del Miserere di Gregorio Allegri (1630), orgoglio centenario della Cappella musicale vaticana cui Mozart ragazzino tolse il velo della segretezza trascrivendolo a memoria al primo ascolto. In via eccezionale i Tallis Scholars hanno anche accettato di eseguire un pezzo inedito, una commissione della Biennale Musica alla giovane Kara-Lis Coverdale, classe 1988, che si è inserita con garbo tra i due giganti con un breve pezzo sacro “nello spirito di”. È impressionante come, in grazia del genio di entrambi, i cesellati microcosmi di Hildegard von Bingen e il sapere armonico di Arvo Pärt, novantunenne che ha cambiato l’anima della musica d’oggi, riescano a parlarsi annullando i mille anni che li separano. E lascia sempre a bocca aperta la somma di qualità che rendono l’ensemble fondato da Peter Phillips nel 1973 un modello di precisione in odore di perfezione. Emissione pura, linee di cristallo, intonazione immacolata rendono le loro interpretazioni un’esperienza che sconfina nel misticismo.

Tallis Scholars
Un filo segreto ma non misterioso ha legato il sacro della Basilica alle emozioni umane, umanissime dell’evento (parola giusta, per una volta) che con lunga e profonda cura ha fatto incontrare i solisti della Biennale College con le donne recluse nel carcere della Giudecca, che nella parola sciolta in Musica Libera (giusto anche il titolo) hanno riversato le loro storie e le loro riflessioni sulla vita con intensità toccante.
Molto sbiadito, invece, il concerto della sera precedente al Teatro Goldoni, nonostante l’impaginato interessante, che metteva in scala ascendente (in senso storico) il Bach semi-originale di due estratti dalla Passione secondo Matteo trascritti per oboe d’amore e corno inglese, il Bach del Ricercare a Sei dall’Offerta Musicale nell’orchestrazione “di concetto” di Anton Webern, la disarmata Musica per una fine di Ennio Morricone con la voce di Pasolini e Chanters, pezzo per orchestra, coro e organo di Sarah Davachi, Leone d’argento 2026. Il Parco della Musica Contemporanea Ensemble, emanazione di Santa Cecilia, sotto la guida di Tonino Battista non ha dispensato colori e incisività nell’eseguire Bach, Bach-Webern e Morricone, e nemmeno nel finale. Era però deludente il pezzo di Sarah Davachi. Il minimalismo estremo della giovane canadese ha nell’organo la sua voce. Il concerto in solo al Teatro delle Tese ha confermato che sullo strumento a canne e pedaliera Sarah trova la dimensione timbrica ideale per i suoi “arcobaleni in aria curva”, disegnati a immagine e somiglianza del lontanissimo e sempre presente Rainbow in Curved Air di Terry Riley (1968). Sulle dimensioni allargate dell’orchestra e del coro (Accademia Alma Vox), la sua scrittura suona ferma e vuota.

Kara-Lis Coverdale
Tra i padiglioni della Biennale Arte, negli spazi a sorpresa dell’Arsenale, dove la Serenissima sfornava un vascello ogni giorno per trecentosessantacinque giorni l’anno, la Biennale Musica di Caterina Barbieri sparge le sue proposte più eccentriche e “globali”, come i teneri palloni aerostatici di carta dipinta dei baloeiros brasiliani (tradizione di cui, prima, nemmeno sospettavo l’esistenza); le postazioni che nello spazio Arcadia offrono al pubblico gli strumenti per prendere confidenza con l’elettronica “portatile” con cui si esprimono le nuove generazioni; la impetuosa musicalità interculturale e interlinguistica di Alif Hilal, voce trans-tutto, sesso e canto, martellata dalle percussioni “super” di Mohammad Reza Mortazavi, con i colori degli evocativi strumenti di Islam El-Gazhouli, anche danzatore sufi nel finale.
Aveva un senso anche l’omaggio a un defilato protagonista della musica italiana “giovane” di qualche generazione fa, Francesco Messina, che insieme a Michele Fedrigotti (l’etereo pianista “colto” dei concerti di Battiato), alla (veramente) giovane violoncellista Chiara Trentin e al navigatissimo ingegnere del suono Pino “Pinaxa” Pischetola, ha rispolverato fogli d’album per pianoforte e sintetizzatori che nei Settanta-Ottanta suonavano all’avanguardia nella loro aforistica asciuttezza intinta di romanticismo elettronico.

Caterina Barbieri
Il sigillo di Caterina.
La seconda Biennale Musica di Caterina Barbieri, e ultima per sua volontà, ha superato il punto di mezzo e si avvia, ricca anche di dj set, verso la fine, sulla quale la direttrice del festival mette il sigillo. Suo è il pezzo che sabato 24 chiude la rassegna numero Settanta: una commissione della Philharmonie di Parigi dal titolo come sempre suggestivo, Non puoi contare l‘infinito.
Caterina, che significato ha questo finale in prima persona?
É un gesto per celebrare la chiusura del festival attraverso l’arte per cui ci riuniamo, per salutare il pubblico con una composizione che non è solo un mio show personale. Non puoi contare l’infinito è per orchestra, quattro voci ed elettronica: la mia componente performativa è molto minore rispetto al consueto, anche se nella seconda parte, nel secondo “atto”, in realtà canterò (ride).
Un po’ un rivelarsi?
Se vogliamo sì, un rivelarsi. Chiudere il percorso in Biennale restituendo di me anche la parte creativa.
L’infinito: sospetto che lei ne sia sempre stata attratta, a giudicare dalle musiche che ha presentato in queste due edizioni.
C’è una sete di infinito che sento fin dall’infanzia e che tutti gli artisti condividono. Ed è qualcosa che mette a disagio: è doloroso sentire il bisogno di infinito in un corpo finito. La musica ci offre quell’elemento di sollievo e di rapimento che ci trasporta fuori di noi. In particolare il tema dell’anno scorso, La stella dentro, rappresentava l’aprirsi a una dimensione più vasta, che trascende anche i confini dell’ego. La musica è per me il linguaggio che più di tutti riesce a ricreare quell’estasi nell’ascolto.
Il tema di quest’anno, A Child of Sound, che lei dice nato da discussioni e confronti con gli artisti del 2025, mi sembra che si possa leggere in due direzioni: è l’invito all’ascolto vergine del bambino, ma anche l’aspirazione a un “suono bambino”, originario nella sua purezza.
L’interpretazione è corretta: l’idea di un suono primordiale che ci riporta alla dimensione sorgente che precede il significato. Alla cerimonia dei Leoni, il presidente Pietrangelo Buttafuoco ha trovato parole profonde citando l’idea della cultura Indu nella quale il bambino, con il sorriso, produce il cosmo. Anche nella musica indostana c’è questa idea: l’Om, il suono che permea l’universo.
Consegnandogli il Leone d’oro, lei ha sollecitato Keiji Haino a esprimersi sull’importanza del timbro nella sua musica, ma Haino ha replicato come se l’idea gli fosse estranea.
Sono i limiti del linguaggio. L’idea del timbro, che per noi occidentali è assolutamente codificata…
Come identità del suono.
Esatto Per lui non è un concetto scontato. Era quasi provocatorio il suo non rispondere. L’ho trovato coerente e affascinante perché per lui ogni suono ha una volontà, una natura, un movimento. Il suo è un rispetto estremo nei confronti di ogni suono, della sua unicità. Haino San ha sempre una resistenza a utilizzare categorie precostituite.
L’ascolto critico lo archiviamo definitivamente?
Che cosa intende per ascolto critico?
Quello in cui ci siamo formati, che cerca di riconoscere nella musica gli elementi, la sintassi di cui è composta. Nella convinzione che senza individuarli non ci sia un ascolto consapevole.
Sicuramente la Biennale 2026 è critica nei confronti di un simile atteggiamento. Quest’anno in maniera ancora più radicale. Concordo sull’importanza di un ascolto consapevole: l’ascolto che si acquista conoscendo, ascoltando, studiando. Ma non deve diventare uno strumento che ponga limiti a recepire il nuovo. Quando si ragiona per categorie preesistenti è come porsi un diaframma che ostacola l’apertura.
Terry Riley ha 91 anni, Steve Reich li ha appena compiuti, il 31 gennaio li compirà Philip Glass. Le sue Biennali sono affollate da nipoti e pronipoti del verbo ripetitivo, vivo dopo settant’anni.
É innegabile. Molti giovani artisti che si sono esibiti alla Biennale, come Sarah Davachi, seguono la linea tracciata da quella tradizione. Profondamente innovativa perché ha integrato istanze che vengono da molto lontano: la tradizione della musica indostana, i poliritmi africani inglobati a livello strutturale della musica.
Infatti, nelle musiche proposte dalle sue Biennali mi sembra che sia la dilatazione del tempo a caratterizzarle tutte.
Che è quasi un paradosso: la musica, l’arte che vive nel presente, che contiene la magia dell’invisibile. Un’architettura del tempo che riesce a creare un’esperienza di atemporalità.
Molti giovani propongono musiche che sono sfide all’impazienza, elogi della lentezza. Un conforto nel tempo dell’accelerazione anche isterica. Ma l’intelligenza artificiale, di che cosa sarà capace?
Non ho ascoltato esempi interessanti di musiche prodotte con l’ausilio dell’intelligenza artificiale. Ma ne sono abbastanza spaventata. Offrire piattaforme pulite, efficienti, tende a semplificare il processo creativo, a cancellare gli scarti, gli inciampi, le differenze, le fughe, anche gli errori che stimolano l’immaginazione quando si incorre nella resistenza di un oggetto che non riesci a comprendere. Superfici lisce sulle quali non c’è il graffio dell’imperfezione. Temo che l’intelligenza artificiale possa arrivare a uccidere l’essenza umana.

Clarissa Connelly
E non è finita…
Negli ultimi quattro giorni fino a sabato 24 ottobre la Biennale Musica ha da offrire ancora venti appuntamenti (anche sovrapposti) di varia forma e natura. Alle installazioni in Arsenale dei baloeiros brasiliani all’Arsenale (Heaven is Ours, O Céu é Nosso) e di Arcadia, di Wyldie Bracewell a Ca’ Giustinian, si aggiungono la performance multisensoriale di KMRU (il 22, Teatro alle Tese), il set per chitarre e sintetizzatori di Grand River (il 23, Tese dei soppalchi) e il triplo Dj set notturno a Forte Marghera (sempre il 23 dalle 23 in avanti).
Da non perdere i due appuntamenti conclusivi del 24: l’emozionante Musica Libera delle 16 alla Casa di reclusione femminile della Giudecca, e il concerto serale con tre pezzi di Clarissa Connelly, Ellen Arkbro e Caterina Barbieri al Teatro delle Tese
In copertina: Alif Hilal, Mohammad Reza Mortazavi, Islam El-Gazhouli (foto @ Andrea Avezzù)