Nella musica come in tutte le arti non esistono solo i numeri uno: ma anche i due, i tre, i quattro. E dunque anche degnissimi compositori come Alessandro Marcello, Adolf Hasse e Philipp Telemann meritano il loro spazio. A rispolverarne le sorti ci ha pensato l’Accademia di Musica Antica di Milano che ha aperto la sua stagione di concerti invitando a interpretarne i motivi i migliori ensemble e solisti d’Europa. Dai Barokkanerne, che ieri sera hanno inaugurato la stagione 2026 al Museo della Scienza e della Tecnologia, per proseguire con i Biscantores a maggio e il grande cembalista Jean Rondeau che in questa sede si esibirà a settembre. Ma il programma ha in serbo altre sorprese. Barocche
A Milano lavora una realtà “riservata” nel pur piccolo spazio dedicato alla musica a noi più lontana nel tempo ma più vicina nello spirito, come dimostrano il pubblico giovane quando la incontra e la folla di venti-trentenni che la pratica con passione. Da dieci anni l’Accademia di Musica Antica di Milano tiene una stagione, breve ma di qualità (sei concerti tra aprile e dicembre), che fa rivivere un po’ di quello sterminato corpus di musiche che il vecchio mondo ha creato per settecento anni fino alla nascita di Bach, Handel, Domenico Scarlatti (1685), tanto per usare un confine reale ma simbolico.
Le stagioni di A.M.A.MI. (acronimo felice di suo) ambientano i concerti (gratuiti) in spazi storici che li trasformano in esperienze d’ascolto sospese nel tempo (la Sala delle Colonne del Museo della Scienza e della Tecnologia “Leonardo da Vinci” e la Sala Barozzi dell’Istituto dei Ciechi), anche in questo raccogliendo l’eredità di una stagione gloriosa e perduta, quella di Musica a San Maurizio, che pure aveva casa nello stesso quartiere “vinciano” di Milano.
La Stagione 2026 è iniziata ieri con il debutto milanese di un gruppo sorprendente che scende da una civiltà del Nord, i Barokkanerne, Ensemble norvegese che nel 2018 si è fuso con la Norwegian Baroque Orchestra formando un polo di riferimento di notevoli dimensioni in un paese che alla musica si tiene stretto.
Impreziositi da un quartetto di solisti realmente virtuosi – soprano, flauto
dolce, viola da gamba, liuto – i musicisti norvegesi hanno mostrato scuola
ed estro nel rendere quattro brani straordinari del Sei-Settecento italo-
tedesco con la vivacità, la freschezza, l’elasticità che lo stile richiede, nel
rispetto di quel che Nikolaus Harnoncourt, maestro delle pratiche
storicamente informate, definiva l’”ortografia” della musica. Con
l’aggiunta di un piacere di suonare che li rende caldi e contagiosi.
Johanna Falkinger ha una voce limpida, intensa, non a caso svezzata a
Monteverdi, che entra agilmente in due arie diversissime: la lirica “Lascia
che nel suo viso” di Antonio Lotti (1667-1740) e la virtuostica “L’Angeletto in lacci stretto” di Adolf Hasse (1669-1783) che contiene un duetto sfavillante col flauto dolce che Ingeborg Christophersen lancia alle stelle e poi, insieme alla viola da gamba di Andre Lislevand (veronese di nascita, fuoriclasse riconosciuto) condivide un Concerto in la minore di Georg Philipp Telemann (1681-1767) che lascia di stucco. Per parte sua, Jadran Duncomb (ch’è anche direttore artistico, effervescente) svela di quale fantasia di linee e colori sia capace il liuto barocco in un Concerto in re minore di Johann Friedrich Fasch (1699-1758). Programma pieno di intrecci e interscambi “contro il tempo”, come dice Duncomb, giocato su tre strumenti solisti che nel secondo Settecento erano già considerati reperti archeologici.

Jean Rondeau
Il programma a sorpresa del primo concerto era anche un esempio del primo concerto era di per sé un esempio del tema che A.M.A.MI. s’è scelta per il 2026: “I Grandi Minori”. Ovvero? Il nostro ascolto si è adagiato nella contemplazione dei Numeri Uno. La storia racconta invece di uno stuolo di numeri due, ma anche tre, quattro, cinque senza i quali l’immenso iceberg della musica non emergerebbe nel vertice che coltiviamo come fosse il tutto. Anche i geni, in fondo, si sono confrontati con i “colleghi” meno dotati (o fortunati) per trovare la loro strada, raffinare le scelte, diventare quello per cui sono passati alla storia.
Quest’anno A.M.A.MI. ha scelto di dare voce ai “Grandi Minori” che danno vita al tutto in maniera defilata e con visibilità ridotta, non sempre meritata. Telemann, per rimanere sul primo concerto, non è propriamente un minore, e i due pezzi per orchestra eseguiti dai Barokkanerne lo dimostrano. Fama e qualità non mancano nemmeno a Johann Adolf Hasse. Mentre su Antonio Lotti e Johann Friedrich Fasch possiamo disegnare un profilo da co-protagonisti, come molti autori che si ascolteranno nei cinque concerti seguenti.
Il 19 maggio i Biscantores – gruppo vocale italiano straordinario, diretto da Luca Colombo, ammirato in tutta Europa –, si dedicano a un autore che il grande pubblico non ha certo sulla punta della lingua, ma che nella storia della coralità italiana ha un peso straordinario: Giovanni Legrenzi.
Il 19 ottobre, Estrovagante – ensemble invece strumentale, eccellente –, mette sul piatto un mazzo di autori che, “trainati” da Nicola Porpora (l’italiano scelto dai londinesi come anti-Handel), rappresentano la bellezza nascosta della scuola napoletana: Michele Mascitti, Angelo Ragazzi, Pietro Marchitelli, Nicola Fiorenza.
Il 10 novembre anche I Contrappuntisti mescolano nomi noti come Telemann e Alessandro Marcello ad altri due, Ernst Thedor Hoffmann e Johann Theodor Roemhildt, dei qualile stagioni pur specializzate si curano poco.
Anche l’Agostino Steffani che I Barocchisti propongono l’1 dicembre nell’ultimo appuntamento (Sala Barozzi dell’Istituto dei Ciechi di Via Vivaio), non è un musicista di scarso rilievo, è solo tenuto a margine nei cartelloni pur specializzati, senza un vero motivo.
Manca una data, che ho lasciato per ultima perché è la perla della stagione. Il 16 settembre arriva a Milano – in unica data italiana, come sembra – una leggenda della musica cosiddetta antica: il francese Jean Rondeau, che due anni fa ha deliziato il pubblico con le Variazioni Goldberg di Bach, che nella sua formidabile rilettura (anche in disco) sono celebrate nel mondo. Rondeau, cembalista di tecnica e di pensiero altissimi, ha da poco pubblicato su Erato l’integrale cembalistica di Louis Couperin, e in settembre suonerà francese: Suite en La di Jean-Philippe Rameau, due estratti da L’Art de toucher le clavecin di François Couperin, Suite in Re di Louis Couperin, e, concessione ai “Minori”, un pezzo brillante di Pancrace Royer, “La marche des Scytes”
Sarà curioso toccare con mano se e quanto i numeri uno e i numeri due meritino il posto che le graduatorie hanno loro assegnato.
In copertina l’Ensemble Barokkanerne