Maxwell Perkins. Storia di un editor

In Letteratura

A poche settimane dall’uscita del film Genius di Michael Grandage, approfondiamo la vicenda umana e professionale di Maxwell Perkins, ripercorrendo la sua vita, la sua vocazione per l’editoria e gli scrittori che grazie a lui sono passati alla storia.

Il vapore dei treni fermi alla stazione, uno sciame di uomini con cappello e giornale sotto il braccio diretti al lavoro. E poi il ritmo del jazz e delle macchine da scrivere. Era New York, il nuovo secolo era impaziente di diventare adulto e parole non ancora inventate erano impazienti di uscire dalla penna di una nuova generazione di scrittori.

È questo lo scenario che fa da sfondo alla vicenda umana e professionale di Maxwell Perkins, “L’editor dei geni” come lo ha definito Andrew Scott Berg nel libro a lui dedicato, dal quale Michael Grandage ha recentemente tratto il film Genius.
Laureato ad Harvard nel 1907, Perkins trova il suo primo lavoro come giornalista per il New York Times ed ha subito a che fare con “una di quelle professioni in cui ci si occupa della più potente delle materie prime: la parola”. Dopo un paio di anni, sentendo l’esigenza di una maggiore stabilità, anche in vista del matrimonio con Louise Sanders, lascia il giornalismo e presenta la sua domanda di assunzione presso la storica casa editrice newyorkese Charles Scribner’s Sons; verrà assunto l’anno successivo. Nonostante alla Scribner’s fosse tra i più giovani, da subito interpreta il suo nuovo mestiere con quella passione e quel talento che lo porteranno velocemente ai piani alti e che faranno di lui uno degli editor più importanti del ventesimo secolo.
Max Perkins è un uomo integro: è sempre consapevole dei limiti morali della sua professione che fissa senza mai oltrepassare. Allo stesso tempo tuttavia è anche un uomo diviso. La sua pazienza è quotidianamente spartita tra le cinque figlie e il lavoro, che impegna a pieno le sue giornate e lo porta a compiere molti sacrifici. Alla Scribner’s, invece, è la sua anima a essere scissa tra la prudenza, l’umiltà, il rispetto verso le scelte non certo avanguardistiche dell’antica casa editrice e, dall’altra parte, lo slancio, l’azzardo, l’impulso a dar spazio alle voci inedite di autori che sentivano sulla propria pelle l’urgenza del cambiamento del primo dopoguerra.

Una di queste voci, che in un primo momento avrebbe fatto rabbrividire gli impiegati alla Scribner’s è quella di un ex studente di Princeton, un ventiquattrenne dalle mani bucate. L’editor incomincia con lui una corrispondenza destinata a diventare amicizia, a tal punto che tempo dopo si assumerà la responsabilità di supervisionare le sue finanze e garantire per lui, nonché di sostenerlo nel difficile rapporto con la moglie Zelda.
Dopo un lungo travaglio di revisione e riscrittura vedrà la luce Di qua dal Paradiso e la voce di Scott Fitzgerald darà coraggio ai giovani autori ancora insicuri dei propri passi. Il libro vende 35.000 copie nei primi sette mesi: la fama di Fitzgerald e del suo editor decollano.

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È il 1924 e Perkins sta lavorando alla pubblicazione del Grande Gatsby quando per la prima volta Fitzgerald gli parla di un giovane scrittore americano molto promettente che vive a Parigi, tutto donne e corrida, del quale Ezra Pound ha pubblicato un volume di racconti. Perkins, immediatamente ipnotizzato dalla voce sconvolgente di questo autore lotta per incaricarsi della sua pubblicazione. Non riesce ad aggiudicarsi il suo primo volume, In our times, già promesso ad un’altra casa editrice, ma saranno pubblicate dalla Scribner’s le sue due opere successive: Torrenti di primavera e Fiesta.
È l’inizio di febbraio 1926 quando Ernest Hemingway entra nello studio di Max Perkins. L’editor ne seguirà per intero la carriera, tanto che questi dedicherà a lui uno dei suoi romanzi più famosi Il vecchio e il mare. Perkins infatti sostiene in una lettera del 1930: “la cosa più importante del lavoro di un editor è occuparsi di uno scrittore fin dal suo esordio, non pubblicarne alcuni libri e altri no, ma la sua intera opera”.
Hemingway è uno di quegli scrittori che Perkins definisce “di razza” che “sanno cosa vogliono e sanno come realizzarlo. Nessuno mai manipolò Hemingway, se si esclude il taglio di una riga o due con lo scopo di evitargli una denuncia per diffamazione”. Il suo lavoro con Hemingway è infatti principalmente quello di convincerlo a mitigare i tratti più ruvidi e potenzialmente offensivi del suo linguaggio.

Perkins riconosce l’eterno bisogno dello scrittore di essere ascoltato. Ascolta anche le voci dell’amica scrittrice Marcia Davenport e di Marjorie Kinnan Rawling, vincitrice del premio Pulitzer nel 1938 con il romanzo Il cucciolo. L’editor riconosce chiaramente la differenza tra un buon libro e un’opera d’arte, tuttavia sostiene queste autrici “cavalli non di razza ma capaci di vincere qualsiasi corsa”, nella convinzione che vada coltivato ogni potenziale talento.

Ma la più grande sfida della carriera di Perkins doveva ancora arrivare.
“La prima volta che sentii il nome di Thomas Wolfe”, ricorda l’editor, “provai un senso di inquietudine (…) ogni volta che capita qualcosa di buono, arriva anche un problema”. Nel 1928 il nome di Wolfe entra per la prima volta alla Scribner’s: l’agente letterario Madelein Boyd, nel proporre all’editor la pubblicazione di alcuni romanzi, non riesce a fare a meno di interrompersi per parlare di un meraviglioso romanzo a proposito di un ragazzo americano. “Perché non me lo porti qui?” chiede Perkins e lei risponde che gli avrebbe fatto avere il manoscritto solo se lui le avesse promesso che ne avrebbe letta ogni singola pagina. L’editor promette e inizia così una collaborazione che segnerà profondamente le vicende di entrambi. Wolfe, scrive Perkins, “è uno spirito turbolento”, uno di quegli “autori che esigono assolutamente aiuto”. Il rapporto con Wolfe è forse il più coinvolgente e controverso della sua carriera. L’editor riesce ad affrontare l’oscura grandezza di questo autore nascente con passione e pazienza. Wolfe è un fiume in piena, un autore torrenziale: è puro cuore, pura emozione, pura ispirazione. C’è bisogno che Perkins sia la testa, il pensiero, l’autocritica. L’editor, come l’argine che permette al fiume di scorrere in una certa direzione, deve fare i conti con la realtà concreta fatta di tempo e spazio che l’autore ignora. Per rendere pubblicabile la sua opera si rendono necessari tagli e revisioni che modificano profondamente la struttura del suo lavoro, sia per quanto riguarda il primo romanzo Angelo, guarda il passato, sia, soprattutto, con l’opera successiva Il fiume e il tempo.

Nel lavoro che Max Perkins porta avanti con Tom Wolfe, si può intuire l’essenza stessa del compito dell’editor. Quest’ultimo deve essere in grado infatti di immergersi totalmente nel ritmo e nella vita del suo autore, sfiorandone la follia ma facendo attenzione a non perdercisi: deve sempre mantenere uno sguardo imparziale cercando di salvaguardare l’integrità della sua fantasia. La creazione artistica è il frutto di uno sforzo comune, di un incontro-scontro tra autore ed editor.

Nel caso di Il fiume e il tempo si tratta di una vera e propria battaglia, combattuta pagina per pagina, parola per parola. È un lavoro incessante portato avanti giorno e notte, dentro e fuori dall’ufficio della casa editrice, per selezionare, sagomare, intagliare la materia del testo e arrivare all’essenza, alla punta dell’iceberg. Questa operazione è dolorosa, comporta l’amputazione di qualcosa di vivo e provoca del risentimento in Wolfe, che arriva ad accusare Perkins di avere modificato troppo nel profondo il suo capolavoro: solo in punto di morte egli mostrerà la sua riconoscenza per quell’editor che fu per lui soprattutto un padre, un fratello, un amico.
Eppure il quesito degli editors rimane: davvero miglioriamo i libri? O li rendiamo solo diversi?
Perkins muore a 62 anni nel 1947, non prima di aver curato la pubblicazione di Da qui all’eternità di James Jones.

Era New York, il secolo era giovane e grazie a Maxwell Perkins molte parole erano state inventate e, di lì a poco, avrebbero avuto la possibilità di essere lette.

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