Qualche volta degli uomini rimangono le loro storie

In Letteratura

Un percorso vario, quello di Vassalli, avanti e indietro per la storia e la geografia di un’Italia difficile e criticabile, meschina ma anche amata

 

“Anche se non credo nella religione del lavoro e meno ancora nella religione dei preti, queste sono le coordinate della mia vita. Io sono vissuto lì, nel punto dove si intersecano i due sogni che accompagnano e guidano, da sempre, le vicende umane. Il sogno di giustizia rappresentato dall’Internazionale. Il sogno d’amore rappresentato dal dialogo con il padre (Con un padre). Senza quei due sogni, secondo ciò che scrive Góngora, l’uomo è “terra, polvere, fumo, ombra, nulla”. Con quei due sogni è un nulla che ha sognato. Io sono un nulla che ha sognato molto: un nulla pieno di storie…”

(VASSALLI – TESIO, Un nulla pieno di storie, Interlinea 2010)

 

Prima di cominciare a scrivere devo fare una confessione. La chimera di Sebastiano Vassalli (premio Strega e finalista al Campiello e quant’altro nel 1990) è forse l’unica lettura estiva consigliata dai miei professori del liceo che ho deciso deliberatamente di ignorare. Ebbene sì, ero una studentessa modello. Ma soprattutto, fino alla sua morte, avvenuta il 26 luglio scorso, non ho avuto il minimo desiderio di leggere nessuna delle opere di Vassalli (che questa settimana avrebbe compiuto 74 anni). Nella mia testa, mi ero immaginata dei noiosi romanzi storici, consigliati agli studenti delle scuole per completare la loro visione sul Seicento, per raccontar loro una storia uguale e diversa a quella dei Promessi sposi.

Poi si sa come vanno queste cose: senti in giro la notizia della morte, apri qualche link, cominci a informarti… e improvvisamente ti accorgi che ti sei persa un pezzo, che devi assolutamente recuperare. E cominci a leggere, disordinatamente, cose su questo scrittore ombroso, che fino a ieri hai trascurato.

Cosa ho scoperto? Direi Un nulla pieno di storie, per riprendere la citazione in apertura. Un carattere burbero, ma anche delicato; una storia di solitudine da cui però, nonostante la durezza dei toni, non è esclusa la speranza.

Figlio non voluto di una diciannovenne “impulsiva e forte di carattere: una forsennata”, e di un uomo “senza arte né parte”, che egli semplicemente definisce “il Merda”, Vassalli si sente prima di tutto “figlio della guerra”. Nasce infatti a Genova nel 1941, e i suoi primi ricordi sono ricordi di violenza, bombardamenti, esecuzioni. Dopo la separazione dei genitori, si trasferisce a Novara, presso le sorelle del padre, che lo considerano “il loro fondo pensione per la vecchiaia” (Un nulla pieno di storie, pp. 9-17 passim).
Studente di Lettere alla Statale nella Milano degli anni Sessanta, si avvicina all’arte perché “a vent’anni io ero queste tre cose: una disperata vitalità che doveva provare a se stessa di esistere, non per vanità ma per necessità” (Un nulla pieno di storie, p.47).

Dopo un esordio come pittore, si dedica alla scrittura sperimentale, nell’alveo dell’euforica bisboccia verbale promossa dal Gruppo ‘63. Sono questi gli anni di Narcisso (1968), Tempo di màssacro (1970) e L’arrivo della lozione (1976). Vira poi verso la satira in chiave socio-politica (Arkadia, 1980), poi verso l’inchiesta (Sangue e suolo, 1985) e, alla ricerca del carattere nazionale degli italiani (Il neoitaliano, 1985), attraversa a suo modo il romanzo storico, scrivendo intrecci in cui tante storie individuali inciampano nella grande Storia (è il caso di La chimera, Marco e Màttio, Il cigno, Cuore di Pietra). Senza mai dimenticare le incursioni nella contemporaneità, che sempre rimane la vera preoccupazione di Vassalli anche quando si proietta, con 3012, verso il “futuro remoto”. In generale, infatti, secondo l’autore “La letteratura, […], deve aiutarci a capire il presente. […] Forse ci sono dei periodi, nella nostra storia, in cui per guardare avanti bisogna voltarsi. Come ai tempi di Omero e come oggi”.

Negli ultimi anni, alle forme lunghe preferisce quelle brevi, come la raccolta La morte di Marx e altri racconti, del 2006,  o L’italiano, dodici storie esemplificative del carattere degli italiani, del 2007. “Come se, anche per un narratore ostinato e felice come lui, il mondo non fosse più raccontabile nella sua totalità ma per frammenti che eventualmente si ricompongono a posteriori” (Paolo di Stefano, Corriere della Sera, 9 giugno 2008 – p. 25).

Le sue ultime opere, Terre selvagge (2014), e il postumo Io, Partenope –  vero e proprio testamento morale dell’autore – segnano infine un ritorno al romanzo storico, ancora una volta ambientato in terra novarese.

Un percorso vario, come si vede. Avanti e indietro per la storia e la geografia di un’Italia difficile e criticabile, meschina ma anche amata (“È un paese al quale non riesco a voler male. Dove è difficile vivere e fare lo scrittore. Ma qui non si resterà mai a corto di storie “).

Un percorso che non esclude cambi di rotta, sofferenze personali (oltre alla sostanziale assenza delle figure genitoriali, la depressione, malattia e morte della prima moglie, il rapporto conflittuale con il figlio adottivo), né posizioni scomode, come quella sulla democrazia (“Ciò che vuole la maggioranza – dice la democrazia – è sempre la cosa migliore. E un burlone delle mie parti si è inventato lo slogan della merda come cibo perfetto. Mangiate merda, diceva quello slogan. Un miliardo di miliardi di mosche non possono sbagliare”).
Ma un percorso in cui un’ultima parola di speranza è lasciata alla potenza delle storie.

Paradigmatica in questo senso la parabola di La chimera, la storia seicentesca della strega Antonia e delle trame piccole e grandi che la circondano: nonostante il romanzo si apra e si chiuda con due capitoli dedicati a il nulla, che inghiottisce i luoghi stessi della vicenda, infatti:

“Sono convinto – afferma l’autore in un’intervista raccolta nel volume: La chimera. Storia e fortuna del romanzo di Sebastiano Vassalli, Interlinea 2003  – che il finale sia un finale ottimista. Mi pongo la stessa domanda che si pone Luis de Góngora Y Argote, che in uno dei suoi Sonetti funebri si chiede che cosa rimanga dell’uomo dopo la morte, rispondendosi con un verso fatto di cinque parole: Terra, polvere, fumo, ombra, nulla. Ciò rappresenta in effetti il massimo di pessimismo, ma nell’ultima pagina della Chimera dico che ciò che rimane dell’uomo non sono solo queste cinque cose ma possono essere sei. Qualche volta di un uomo rimane anche la sua storia. E questo è quel poco o tanto di eternità che ci viene dato. Occorre perciò fare questo credo non nella Storia ma nelle storie. Qualche volta degli uomini rimangono le loro storie. Se c’è qualcuno che le racconta”.