Ammettete che ho la vocazione

In Letteratura

Guanda ripropone le più emblematiche lettere che Sylvia Plath scrisse alla madre durante i tredici anni precedenti al suo suicidio

Morire
È un’arte, come ogni altra cosa.
Io lo faccio in un modo eccezionale.

Io lo faccio che sembra come inferno.
Io lo faccio che sembra reale.
Ammetterete che ho la vocazione.

Questi bellissimi versi, tratti da Lady Lazarus, rappresentano il ritratto più fedele e noto di Sylvia Plath. La loro eco percorre tutte le poesie, pervade le pagine dell’unica opera in prosa – il romanzo del 1963 La campana di vetro – e trova il suo complemento indispensabile nei Diari.

Nell’ambito del filone più autobiografico della sua produzione, il vasto corpus di lettere alla madre Aurelia Schoeber rappresenta indubbiamente un tassello significativo: la casa editrice Guanda ripropone in una seconda edizione le parti più emblematiche di un epistolario di oltre 700 lettere alimentatosi nell’arco di tredici anni (1950-1963) e conclusosi solo a pochi giorni di distanza dal suicidio.

In esso ci ritroviamo a seguire passo dopo passo l’evoluzione emotiva della Plath in corrispondenza delle tappe più importanti della sua maturazione intellettuale – dagli anni del college, trascorsi a inseguire borse di studio con la  prospettiva fissa di una formazione all’altezza del merito, tra i divertimenti giovanili in cui grande spazio è riservato alla ricerca di una sensibilità maschile affine; al trasferimento a Cambridge, con le sue contraddizioni accademiche riflesso della società degli anni Cinquanta («io vedo, particolarmente tra le illustri cattedratiche, una tale serie di personaggi grotteschi! La nostra tavola d’onore di Newnham, a vederla, sembra una serie di caricature di Dickens.»); e ovviamente i primi viaggi, l’incontro con Ted Hughes, l’esperienza dall’altra parte della cattedra, la maternità.

Una parabola che oltrepassa l’intimità del genere e il tono confidenziale legato al destinatario privilegiato facendosi racconto di una vita e, esattamente come per i Diari, riflessione metaletteraria.
Protagonista assoluta delle conversazioni con la madre è infatti la scrittura, che si impone come necessità totalizzante e viene sviscerata in tutte le sue sfaccettature, siano queste gli idilli dell’ispirazione poetica o la ricerca di un riconoscimento da parte della critica (testimoniato dall’abbondante apparato di note esplicative a premi, testate, personalità cui gli scritti fanno insistentemente riferimento). Lo stato di continua eccitazione creativa della giovanissima Sylvia viene così spiegato da Aurelia:

Le lettere di Sylvia dallo Smith mostrano gli sforzi di una studentessa coscienziosa che sgobba per ottenere buoni voti, in parte per soddisfare se stessa e rafforzare la propria immagine, e in parte per dimostrarsi meritevole dei generosi aiuti finanziari ricevuti da varie fonti […] In aggiunta a questi sforzi c’era il suo bisogno di proiettare l’immagine di una persona “completa”; cioè, la studentessa che non fosse solo brava a scuola ma anche socialmente accettabile da ambo i sessi, e la persona socialmente orientata  che portasse il suo contributo al gruppo dei suoi simili e della comunità. A tutto ciò Sylvia aggiungeva il suo ardente desiderio: maturare creativamente nel suo campo d’elezione, lo scrivere, e guadagnarsi la notorietà. La tensione derivante dal suo impegno in tutti questi campi risultava periodicamente eccessiva dal punto di vista fisico e psichico.

Scandito in tappe precise che si fondono nella continuità del flusso emotivo, il percorso privato di Sylvia Plath si snoda sotto il segno di una costante che, ciclicamente seppur in forme differenti, è posta come fonte primaria di turbamento: la sua intera esistenza, creativa e femminile, è una lotta per la conciliazione degli opposti. La dualità che ne consegue si configura come frutto di una concezione della vita – retaggio della società del suo tempo – strutturata su poli antitetici che solo apparentemente sembrano poter coesistere nell’aspirazione alla pienezza esistenziale, ma generano in profondità quella lacerazione schizofrenica che i lettori della Plath conoscono bene.

Ogni evento della vita dell’autrice è costantemente rapportato all’ispirazione letteraria, interpretato alla luce del suo esserne coadiuvante o ostacolo: è il caso apparentemente trascurabile della difficoltà del corso di fisica, che la paralizza gettandola in una crisi depressiva, come più avanti farà la sua esperienza da insegnante, vissuta come una sottrazione di energie al proprio lavoro a vantaggio di quello altrui, con scarse gratificazioni – «Posso essere una buona scrittrice e una moglie intelligente senza essere una buona insegnante. Ma l’ironia dell’insegnamento è che non ho il tempo per essere intelligente in senso fluido, versatile. Sono troppo al torchio per far lavorare gli altri».

Persino la portata dell’incontro con il futuro marito, «quest’uomo, questo poeta, questo Ted Hughes» viene decodificata in termini di impulso alla creazione: «Per la prima volta in vita mia posso fare uso di tutta la conoscenza e la capacità di ridere e la forza che ho, e posso scrivere di tutto, fino in fondo». E allo stesso modo, il crollo del mito del “matrimonio letterario” diventa un dramma che investe non solo il piano emotivo, ma anche quello espressivo: «Non credo nel divorzio e non ci penserei mai, ma solo non posso continuare a condurre la vita degradante e agonizzante che ho condotto finora, che mi ha impedito di scrivere e mi ha quasi rovinato il sonno e la salute […] La posta in gioco è troppo alta, e io sono una persona troppo ricca dentro per vivere come una martire…».

Se la vita coincide con la scrittura, la poesia diventa una vocazione – ricorrente il parallelo religioso: «L’importante è dare forma estetica alla mia caotica esperienza, ciò che è per me, com’era per James Joyce, una sorta di religione,  così necessaria… come la confessione e l’assoluzione per un cattolico in chiesa» – che non ammette deroghe né distrazioni materiali: è qui che si genera il cortocircuito tra la Sylvia moglie e madre e la Sylvia artista, scrittrice «senza ruolo costituito» che mal tollera impieghi di routine o attività professionali che lasciano poco spazio a tutto ciò che non sia scrivere e pensare.

Non c’è una sola riga delle lettere alla madre che non trasudi avidità intellettuale e consapevolezza del proprio talento, manifestazioni tangibili di quella sensibilità straordinaria e ostentata con coraggio che ha reso Sylvia Plath una delle più grandi voci femminili della poesia novecentesca. Persino nella desolazione e nella solitudine delle settimane antecedenti la morte, in lotta contro gli elementi avversi, Lady Lazarus si impone con veemenza: «Sto scrivendo le poesie migliori della mia vita: mi daranno la fama».

Nonostante questo, la mattina dell’11 febbraio 1963 la vocazione poetica soccombe a quella citata nell’omonimo componimento. Di lei rimane quel canto a cui l’epistolario fa da cornice:

Non ho bisogno di angoscia per scrivere; ne ho già avuta e senz’altro ne avrò abbastanza. Voglio che le mie poesie e le mie novelle siano il più forte peana femminile che mai si sia sentito in onore alle forze creatrici della natura e alla gioia di essere una donna che ama ed è amata; questo è il mio canto.

Quanto lontani siamo giunti. Lettere alla madre di Sylvia Plath (Guanda, 2015, pp. 317, 22 euro)

Immagine: Bert Hardy, Street scene of Leicester

(Visited 1 times, 1 visits today)