Fingere di amare: ma che scoperta quella di Stradella

In Musica

Rappresentata in forma semiscenica alle Scuderie Farnese di Caprarola con i giovani dello Stradella Young Project, “Amare e fingere”, opera riscoperta di recente del compositore barocco, ha una trama i cui giochi amorosi fanno impallidire qualsiasi sogno scespiriano. Direzione ricca di pathos di Andrea De Carlo

Secondo Andrea De Carlo, Stradella è il Charlie Parker del Seicento. Certo, se sei il direttore artistico del Festival Stradella e per di più sei un ex jazzista il paragone ti viene facilmente. Ma a un ascolto attento di questo compositore, più noto per la sua vita avventurosa in slalom tra i sicari che per il suo lavoro, ci si rende subito conto delle continue sorprese che la sua musica riserva, della sua originalità quasi ostinata, oltre che delle “ondosità ritmiche” contenute in ogni pagina, davvero uno swing che cattura e incanta il pubblico. Come in effetti è avvenuto alla prima di Amare e fingere, opera appena riscoperta ed eseguita in forma semiscenica alle Scuderie Farnese di Caprarola lo scorso 14 settembre con i giovani dello Stradella Young Project diretti dallo stesso De Carlo: uno degli appuntamenti più importanti di questo festival giunto alla terza edizione dopo la fusione tra lo storico Festival Barocco di Viterbo e il Festival Stradella creato da De Carlo a Nepi nel 2013.

Ma cosa vuol dire scoprire un’opera? Lo ha spiegato prima del concerto Arnaldo Morelli, lo studioso cui si deve l’identificazione della partitura, ormai ufficialmente entrata nel catalogo stradelliano. A dire il vero, più che di scoperta bisognerebbe parlare di attribuzione: perché Amare e fingere era un’opera già nota agli studiosi, solo che la partitura, anonima, era stata dimenticata in qualche scaffale della Biblioteca Apostolica Vaticana. Ma un ardito incrocio di dati ha permesso di identificarla, dopo che la musicologa Eleonora Simi Bonini ha trovato l’inventario dei “libri di musica” di un famoso cantore papale amico di Stradella, Giovanni Battista Vulpio. A quel punto, per risolvere il caso, bisognava rendersi conto che tra gli oltre duecento volumi in elenco, cinquanta dei quali di Stradella, uno era proprio Amare e fingere.

Rappresentata la prima volta a Siena nel 1676, quest’opera ha una trama tutta dissimulazioni e doppi giochi amorosi da far impallidire qualsiasi sogno scespiriano di mezza estate. Basti pensare che i quattro protagonisti compaiono nel libretto con due nomi ciascuno: quello ufficiale e quello di finzione per le loro scorribande, cavalleresche in senso malizioso, attraverso le immaginarie “campagne d’Arabia” del libretto di Giovanni Filippo Apolloni – l’attribuzione si deve sempre a Morelli. La fonte è una commedia spagnola di Agustín Moreto, Fingir y amar, con la non casuale inversione dei termini e, di conseguenza, dei pesi drammaturgici: se la commedia “di cappa e spada” del Siglo de Oro spagnolo vive più di ragioni politiche e sociali, con moniti moralistici e nobili che non sono abbastanza nobili per le dame che hanno puntato, la sua versione musicale italiana sposta il baricentro tra intrighi e ambiguità amorose.

La direzione appassionata e appassionante di De Carlo segue, grazie al buon ensemble di giovani musicisti, le diverse dimensioni dell’assetto drammatico dell’opera, a volte comica, altre drammatica o sentimentale fino allo struggimento. Ad esempio la commovente, brevissima frase di Clori del secondo atto: “Speranze, libertà, Rosalbo, addio”, ripetuta subito dopo quasi a volerne sottolineare la bellezza. Perché queste opere barocche “di area romana” sono così: sempre uguali e sempre diverse, e vanno seguite con cieca fiducia nelle loro assurdità a prima vista un po’ ridicole – vedi la scena con la carcassa dell’enorme cinghiale abbattuto nel primo atto, motivo ricorrente dell’opera del Seicento che dovrebbe chiamare a raccolta i migliori registi di oggi –, ma che si rivelano di grande effetto quando se ne scorge l’architettura complessiva. Insomma “oltre la ragione si stende la musica”, come si legge nel libretto di  Ti vedo, ti sento, mi perdo, l’opera stradelliana di Salvatore Sciarrino presentata due anni fa alla Scala con il sottotitolo beckettiano “Aspettando Stradella”.

Bravi e volenterosi i sei cantanti: Beatriz Arenas Lago, Nikolay Statsyuk, Sofie Garcia, Yuri Miscante Guerra, Antonia Fino, Magdalena Pikuła. De Carlo ha promesso anche il disco di  Amare e fingere, che ha registrato dal vivo lo scorso anno in Germania per la WDR con l’ensemble Mare Nostrum, in occasione del festival di musica antica di Herne, ulteriore passo di un ambizioso progetto discografico sulle opere di Stradella avviato con l’etichetta discografica Arcana – notevole ad esempio La Doriclea, per quanto ne sappiamo prima opera completa di Stradella, registrata con l’ensemble Il Pomo d’Oro diretto da De Carlo.

 

Immagine di copertina © Famiano Crispi

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