Niente più rose per Jennifer

In Teatro

Foto © Mario Spada

Fino a domenica 26 novembre, al Teatro dell’Elfo, Daniele Russo sarà Jennifer, il personaggio-simbolo nato dalla penna drammaturgica di Annibale Ruccello. Un allestimento malinconico a tinte thriller che merita la visita del pubblico già solo per il suo inatteso ritorno

Quartiere dei femminielli di Napoli, anni ’80. Alla radio passano Mina, Patty Pravo, Ornella Vanoni e altri “castoni” musicali che omaggiano le grandi dive rosa dell’Italia nazionalpopolare. Una camera oscura, fatiscente e disordinata che ospita un uomo, il suo dolore e il pathos psicotico di una chiara ed espressiva descrizione della solitudine: ecco che cosa sono le Cinque rose di Jennifer nella regia di Gabriele Russo.

La Jennifer di Daniele Russo è incredibile; da attempata macchietta gay, dai tratti opulenti e giunonici, a una Marisa Laurito “disegnata” da Almodovar, il tutto arricchito da gag ironiche e imprecazioni di marcato sapore partenopeo.  Ma il vero drammatico capolavoro sta tutto nell’istrionica alternanza degli stati d’animo: Russo si scolpisce il ruolo di romantico sognatore, perennemente in attesa di una telefonata che possa cambiargli la giornata (o la vita), quella di Franco, un cliente che ha finto – invano – di promettergli il suo amore.  

Il vero travestimento a cui si assiste non è quello delle calze a rete lise o delle vestaglie in organza, ma il rifugio fragile e vitale di esprimere l’autenticità nascosta di essere se stessi. Il dolore di sentirsi incompresi, sotto il peso di stereotipi e pregiudizi, è straziante. Tra le strade vibranti e le tensioni sociali, Jeniffer sperimenta una solitudine intensa, desiderando un’accettazione comune e la comprensione di un mondo spesso privo di compassione.

La naturalezza con la quale si esibiscono Daniele Russo e Sergio Del Prete sono la rappresentazione fortemente impattante un messaggio sociale veicolato da un finale tragico, non privo però di momenti di leggerezza e di amara ironia.

La scenografia, traboccante di kitsch e di polvere, trasmette l’ansia e i turbamenti dei protagonisti, dove gli oggetti diventano costumi e i costumi diventano oggetti.

Attraverso una storia di coraggio e disillusione, identità ribelli e desideri repressi, questo spettacolo abbraccia il cuore della diversità umana, scavando nei labirinti delle emozioni e delle sfide di chi osa sfidare le convenzioni e di chi ne rimane una vittima. Un’esperienza che non solo commuove, ma che lascia un’impronta indelebile nella coscienza, un amaro in bocca che trasforma il palcoscenico in un riflettore della lotta per la comprensione e l’accettazione di ogni individuo, oltre che al sostegno che può fare la differenza tra il peso insostenibile della solitudine e la speranza che qualcuno si prenda – infine – cura di noi.

Le cinque rose di Jennifer sono state recise, colte a mani nude con le loro spine, fatte essiccare, grondanti di sangue, come una reliquia drammaturgica di imprescindibile umanità. Da vedere assolutamente!