La prova del labirinto: Eliade tra mito, yoga, spirito e vita.

In Letteratura

Modernità e attualità di Mircea Eliade: tra le intelligenze più originali dell’intero Novecento. Dai colloqui di Claude-Henri Rocquet con il celebre storico delle religioni sorge un mondo affascinante: l’infanzia in Romania e l’India, Tagore e Brancusi; la Parigi del 1945, Bachelard e Jung; Chicago e i giovani hippies, Allan Watts e Carlos Castaneda; l’amicizia con Cioran e Ionesco. Il cammino di una vita che non ha mai rinunciato alla sua attenzione per l’immaginario.

Raccontando di sé, in una lunga intervista realizzata nel 1980, a pochi anni dalla morte, ancora una volta Mircea Eliade ci dà la prova della vastità, della profondità e anche delle stranezze delle sue conoscenze e del suo mondo.
Giustamente Jaca Book, che ha in catalogo gran parte dell’opera dello studioso, allievo di Jung e figura chiave del Novecento, ha di recente ristampato quello che è un classico per la conoscenza di una delle intelligenze che hanno interpretato in modo estremamente originale e carismatico lo studio della storia delle religioni.


Con La prova del labirinto, Intervista con Claude-Henri Rocquet, Eliade ripercorre la sua vita, come un labirinto, che lo porta da Bucarest, all’India, a Londra, a Parigi, infine a Chicago, sempre a inseguire le origini del mito, i fondamenti delle religioni, o anzi trasportato, trascinato da esse nel suo amore per la verità, la scienza e insieme muovendosi in un percorso apparentemente irrazionale, caotico.

‘ Il titolo è La prova del labirinto. Da un lato perché per me il fatto di trovarmi costretto a ricordare cose che ho quasi dimenticato, costituisce una prova. E poi il fatto che andiamo e torniamo e torniamo a ripartire, mi ricorda il percorso all’interno di un
labirinto. Bene, a mio avviso il labirinto è per eccellenza l’immagine di un’iniziazione…D’altra parte considero che ogni esperienza umana è costituita da una serie di prove iniziatiche’.

È un segno che Eliade sia nato in Romania, un paese che è una sorta di ponte tra l’Occidente e l’Oriente. Da ragazzo, leggeva i surrealisti, Kierkegaard, insieme alle Upanishad, a Milarepa (“Mago, poeta ed eremita”, come affermano in Tibet), o anche Tagore e Gandhi e pensava che assimilando il patrimonio e l’eredità di queste culture avrebbe trovato il mezzo per esprimere il suo retaggio spirituale e insieme quello dell’uomo moderno per liberarlo dall’angoscia paralizzante della nostra epoca.

Di questa attenzione per il lato nascosto, spirituale, inquieto della natura umana è indice anche il titolo della sua tesi di laurea: sulle correnti ermetiche, ‘occulte’ ( la Kabbala, l’Alchimia) nella filosofia del Rinascimento italiano.
Subito dopo, nel 1948, parte per l’India, non ha ancora ventidue anni. Gli viene assegnato l’incarico di studiare sotto la guida di Surendranath Dasgupta (filosofo e storico indiano della filosofia, studioso determinante per la diffusione e l’interpretazione della filosofia indiana) certi testi sanscriti alla biblioteca della Società teosofica. Ed è proprio il maestro a introdurlo allo yoga: impossibile capire l’India solo attraverso testi scritti, afferma Eliade: occorre la pratica, educare la volontà.


‘ Il corpo desidera il movimento: allora voi lo immobilizzate in un’unica posizione – un asana; vi comportate non più come un corpo umano, bensì come una pietra, una pianta. La respirazione è naturalmente aritmica: ebbene il pranayama vi costringe a
ritmarla. La nostra vita psicomentale è sempre agitata, ebbene la ‘concentrazione’ vi permette di dominare questo flusso…Lo yoga è in qualche sorta un’opposizione all’istinto, alla vita’.

È attraverso questa disciplina che Mircea Eliade scopre quella che definisce la ‘religiosità cosmica’, che vuol dire la manifestazione del sacro attraverso oggetti o ritmi cosmici: un albero, una sorgente, la primavera. Questa religione sempre viva in India è quella che i profeti hanno sempre combattuto in nome di un Dio che interviene nella storia e non si limita a manifestare la sua forza tramite i ritmi della natura. Gli dei pagani, tanto osteggiati dalle religioni rivelate, erano delle figure o delle espressioni del mistero dell’universo,
di questa fonte inesauribile di creazione, di vita.

È a questo punto che Mircea Eliade trova il suo filo di Arianna forse più prezioso per percorrere senza paura il labirinto della storia delle religioni, e per uscirne vittorioso.

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