Mattia Moreni e la Romagna, tra tenera ruvidezza e inquietudine feroce

In Arte

Fino all’11 gennaio 2026 prende forma la più grande antologica mai dedicata a Mattia Moreni, figura centrale e inquieta dell’arte italiana del secondo dopoguerra. Il progetto ‘Mattia Moreni. Dalla formazione a L’ultimo sussulto prima della grande mutazione’, a cura di Claudio Spadoni, è un percorso che coinvolge cinque musei della Romagna tra Bagnacavallo, Forlì, Santa Sofia, Bologna e Ravenna. Un omaggio corale a un artista che ha attraversato le principali correnti del Novecento senza mai aderire passivamente a nessuna, grazie a un’identità umana e artistica debordante e fuori dalle righe.

Un viaggio in cinque tappe attraverso l’opera e i luoghi di un artista irrequieto Ci sono luoghi che sembrano riconoscere chi li abita, e artisti che finiscono per assomigliare ai luoghi in cui scelgono di nascondersi. Per Mattia Moreni la Romagna fu più che un rifugio: fu una condizione dello sguardo, un paesaggio mentale in cui la pittura poteva tornare a farsi materia, respiro, linguaggio primordiale.
A venticinque anni dalla sua scomparsa, il progetto “Mattia Moreni. Dalla formazione a L’ultimo sussulto prima della grande mutazione”, a cura di Claudio Spadoni, restituisce la complessità di questa appartenenza. Cinque mostre, cinque città — Bagnacavallo, Forlì, Santa Sofia, Bologna, Ravenna — raccontano il percorso di un artista che attraversò il Novecento come un corpo in tensione, attraversando correnti e linguaggi senza mai farsi imprigionare da nessuno di essi. Realizzata con il sostegno dell’Associazione Mattia, della Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì e grazie ai fondi del PNRR Borghi, l’iniziativa non ricostruisce soltanto un itinerario artistico, ma un modo di abitare la pittura e il territorio: come se ogni tela fosse un frammento di terra, un paesaggio che continua a interrogare chi lo guarda.

Mattia Moreni, In morte di De Pisis (1956; 120×120 cm; Collezione privata)

Tutto comincia all’Ex Convento di San Francesco di Bagnacavallo, dove la mostra Dagli esordi ai cartelli (a cura di Davide Caroli e Claudio Spadoni) apre il ciclo espositivo. Tra volte e corridoi di pietra, la pittura di Moreni si confronta con il silenzio e con la storia, trovando nel chiostro la sua eco naturale. Le prime opere torinesi, ancora segnate da un rigore neocubista, lasciano presto spazio a un linguaggio più viscerale: la pennellata si allarga, il colore si addensa, la parola compare come segno inciso, ferita o appunto di pensiero. Moreni non cerca la composizione, ma la rivelazione. Ogni tela sembra nascere da una tensione fisica e mentale, come se la pittura fosse per lui un modo di pensare con le mani. Nei Cartelli della metà degli anni Sessanta, il segno diventa scrittura, l’immagine si fa linguaggio, la superficie un campo di conflitto tra il visivo e il verbale. In questo dialogo con l’architettura sacra, le opere acquistano una qualità quasi liturgica: le pareti chiare e porose riflettono la densità della materia pittorica, i colori si dilatano come respiri. Bagnacavallo diventa così la soglia della metamorfosi: il luogo in cui il pensiero prende forma, in cui la pittura si fa domanda.

Mattia Moreni, Autoritratto n.3 (1986; 260×190 cm; Collezione privata)

Da Bagnacavallo il viaggio prosegue a Forlì, nelle sale monumentali del Museo Civico San Domenico, dove si apre il secondo capitolo, dedicato al periodo delle Angurie (a cura di Rocco Ronchi). Qui la pittura di Moreni esplode in una dimensione carnale, piena, quasi organica. I rossi e i verdi si scontrano come cellule in espansione; la superficie diventa pelle, membrana, materia viva. Le Angurie non sono nature morte, ma corpi. Sono ferite e simboli, icone di una fecondità che si consuma. In esse la vitalità si confonde con la decomposizione, l’eros con la fine. Moreni dipinge una natura che muta, un’umanità che si trasforma: anticipa con la pittura quella che definirà “la regressione della specie”, l’idea di un passaggio dall’uomo al post-umano, dove la tecnica sostituisce la biologia e la creazione diventa artificiale. Come ricorda Ronchi, la sua è una pittura “perturbante”, che non consola né spiega: lascia allo spettatore l’inquietudine di doversi misurare con il proprio tempo. Nei titoli delle opere, brevi come haiku, nella scrittura incisa sulla tela, Moreni costruisce una grammatica interiore fatta di contrasti, di ironia e di pensiero. Ogni quadro sembra dirci che la fine non è catastrofe, ma condizione del divenire: “l’ultimo sussulto prima della grande mutazione”, come lui stesso la chiamava. L’allestimento del San Domenico esalta questa tensione. La razionalità rinascimentale delle sale dialoga con la forza istintiva dei dipinti: l’ordine e il caos si sfiorano, creando un equilibrio precario, quasi fisico, che traduce l’essenza stessa dell’artista. È la pittura come corpo e pensiero, come campo di forze. Bagnacavallo e Forlì sono i primi due capitoli di un racconto che continuerà a Santa Sofia, Bologna e Ravenna. Un racconto che non procede per cronologia ma per necessità: ogni tappa è una parte del corpo di Moreni, un organo che respira, una ferita che si riapre.

Mattia Moreni, Un’anguria della bassa nel campo (1965; 130×162 cm; Collezione privata)

La sua opera — attraversata da filosofia, ironia e disperazione — è ancora oggi una forma di resistenza. Nella Romagna che lo accolse, tra le colline e le paludi, la pittura ritrova la sua origine terrestre: la materia che pensa, l’immagine che vive. Moreni resta un artista divisivo e necessario, capace di anticipare con la sua visione la crisi dell’umanesimo, ma anche la possibilità di un nuovo inizio. Nel silenzio dei conventi e nei saloni dei musei, le sue tele non smettono di respirare. Vibrano come presenze ostinate, testarde, e ricordano che l’arte, per essere viva, deve ancora ferire Come amava ripetere lui stesso: «Chi non rompe è perché non ha niente da dire.» E Mattia Moreni, anche oggi, rompe ancora, con la stessa furia, la stessa lucidità, la stessa tenerezza ruvida del suo tempo.

“Mattia Moreni. Dalla formazione a L’ultimo sussulto prima della grande mutazione”, varie sedi, fino all’11 gennaio 2026

In copertina: Mattia Moreni, Cartello per caccia vietata (1964; 75×110 cm; Collezione privata)

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