Maddalena Crippa, adorabile Allegra Vedova: l’intervista

In Teatro

Al Menotti va in scena La Vedova Allegra cafè chantant. Protagonista indiscussa l’attrice Maddalena Crippa che si è resa disponibile per un’intervista. Una chiacchierata di un’ora durante la quale abbiamo colto l’occasione anche per ragionare sullo stato dell’arte teatrale in Italia.

Alla domanda di descrivere con poche parole L’Allegra Vedova cafè chantant, Maddalena Crippa non riesce a non essere ironica. «Non è una Vedova Allegra con gli anfibi – ride, poi aggiunge – è un’ora e un quarto di pura gioia».

Lo spettacolo è un adattamento dell’operetta musicata da Franz Lehàr su libretto di Victor Léon e di Leo Stein. La vedova allegra debutta al teatro An-der-Wien nel 1905, per poi approdare nel 1907 a Milano.

L’ambientazione della vicenda è la Parigi della Bella Epoque. Sebbene con all’orizzonte lo scoppio della prima guerra mondiale, i primi anni del Novecento sono anni di grande fervore scientifico e artistico. «Un’epoca frizzante – sottolinea la Crippa – ricca di scoperte e di fermento».

Risale a quel periodo il tempo del futurismo, del gruppo Die Brücke, dei Fauve e della secessione viennese. È con un mix di curiosità, energia e preparazione che l’attrice ha deciso di accettare la proposta di Parmaconcerti di portare sulle scene l’operetta di Lehàr, la più rappresentata al mondo. Il motivo del successo lo si intuisce dal comunicato stampa: «L’Allegra Vedova è una fiaba a tempo di valzer e il valzer, si sa, provoca il rilascio delle endorfine, le molecole della gioia, è un formidabile anti-stress, che non è poco».

Una sfida gioiosa, «una storia improbabile di puro godimento» che l’attrice ha scelto di impersonare vestendo i panni sia di Hanna Glavari sia del principe Danilo. Uno sdoppiamento che ha richiesto grande impegno e costante esercizio vocale. Da attrice di prosa qual è, Maddalena Crippa ha dovuto cimentarsi con un genere che vira verso la lirica.

Non solo, ha dovuto allenare la sua voce per poter interpretare sia il ruolo femminile sia il ruolo maschile. Ad accompagnarla sul palco in questo allestimento diretto da Bruno Stori l’ensemble musicale costituito da Giampaolo Bandini (chitarra), Giovanni Mareggini (flauto e ottavino), Mario Pietrodarchi (fisarmonica), Federico Marchesano (contrabbasso).

Foto Luca A. d’Agostino /Phocus Agency © 2016

«Non conoscevo La Vedova Allegra in maniera approfondita – afferma Maddalena Crippa – Con interesse mi sono documentata, ho guardato la versione con Macario e il film di Lubitsch, mi è piaciuta e ho scelto di lavorare a questo progetto». Uno spettacolo rispettoso dell’epoca in cui è stato scritto e fedele ai suoi autori. Un viaggio di musica e parole «all’antica».

Una locuzione aggettivale molto amata dall’attrice che non esita a definirsi «un’ancella dell’autore . Una servitrice del testo e di chi ha scritto opere che ci si tramanda da millenni. Il riferimento è ai classici. In fondo si sa, i grandi drammaturghi restano immortali perché hanno avuto la straordinaria capacità di saper scandagliare l’animo umano (e le sue passioni) e di raccontarlo attraverso le parole.

Versi e battute che parlano degli uomini agli uomini. Contemporanei e moderni da sempre.  «Perché, come sostenuto da Proust – ricorda l’attrice – il lettore in fondo non legge altro che sé stesso e lo scrittore offre gli occhiali per cogliere quelle verità che forse gli sarebbero sfuggite».

S’interrompe Maddalena Crippa e poi incalza con una domanda retorica: «Ma secondo lei si modernizza con gli anfibi? Io mi incazzo. Parlo un po’ così. Mi dica lei che cosa c’è da modernizzare? Si vuol fare del nuovo? Bene. Chi volesse fare del nuovo abbia almeno il coraggio di scrivere cose nuove».

La metafora è pertinente per osservare con spirito critico quanto accade con sempre più frequenza nei teatri. Di fronte ad alcune messinscene alcuni spettatori insieme ad alcuni addetti ai lavori non possono fare a meno di interrogarsi sul senso di certe scelte registiche.  «Si offre l’effetto – continua Maddalena Crippa – perché è più facile, ma in realtà si banalizza la poetica di un autore».

È innegabile che ci sia una certa qual tendenza a puntare su allestimenti dal forte impatto visivo e sonoro, volo pindarico che finisce con il dare l’impressione che i testi vengano strapazzati da registi più al servizio di sé stessi (e del proprio ego) che non dell’autore.

Tesi condivisa anche da Peter Stein, marito di Maddalena Crippa e regista che ha inventato quel modello unico di far teatro che fu la Schaubühne negli anni Settanta. «Peter mi fu presentato da Fabio Sartor, lo vidi, ci parlai, mi piacque subito – ripete gentile l’attrice a chi Le chiede per l’ennesima volta del suo sodalizio artistico e coniugale con un uomo di teatro dalle regie leggendarie – mi dissi questo uomo è mio».

Il loro sodalizio fu destino, ma anche costanza. «Peter era impegnato e non è quel tipo di uomo che si fa incantare da una bella donna. Dopo quell’incontro, dopo un po’, capitò l’occasione di un provino. Volai a Berlino. Feci il mio provino. Fui presa. E poi da quel momento siamo ancora qui. Trent’anni insieme». La tenacia, forse la resilienza come oggi si direbbe, risuona nelle parole e nella voce di un’attrice che si è presa quel che voleva.

L’uomo dei sogni in primis, nonostante le difficoltà. L’uomo che l’attrice ha temuto di deludere e di inficiare nel lavoro quando accadde che alcune persone che pensava fossero amiche non si fecero scrupolo nel pubblicare alcune foto di lei nuda sulla rivista erotica Excelsior. «Sono stata ingannata, ho scelto di fare foto di nudo (certo), ma come, dove e in quale modo dovevo deciderlo io – specifica l’attrice – Ad ogni modo, provo molta rabbia anche perché il fatto fu riportato sulle prime pagine dei giornali non tanto italiani, dove non sono così famosa, ma austriaci. Lì, gli attori di teatro vengono considerati. Fu il mio tallone di Achille davanti agli occhi di Peter (che non fece una piega). Lui prossimo alla direzione del Festival di Salisburgo».

Il racconto è anche l’occasione per parlare della forza delle donne che possono difendersi. Innanzitutto portandosi rispetto. «In alcune culture, penso a quelle dove ancora vige l’infibulazione, c’è la paura della forza erotica delle donne. Ma quello su cui più mi interrogo è perché le donne che sono anche madri non instillino nei propri figli il senso del rispetto per la figura femminile».

Una vita fatta di alti e bassi, di errori, di sfide, spesso vinte, quella di Maddalena Crippa. << Se non ci fosse il dolore, non assaporeremmo la gioia – ammonisce l’attrice – basterebbe ricordarci che siamo nati per morire. La vita è breve. Bisogna combattere per ciò che ha un valore. Deve valerne la pena».

E lei ha combattuto nell’amore e nel lavoro. E per un teatro di parola. Cresciuta con Giorgio Strehler, non può fare a meno di suggerire ai giovani che volessero occuparsi di recitazione, di unirsi, di costituire un gruppo e di fare un teatro che sia d’arte, nel rispetto degli autori. O di mettersi a scrivere. Di non lasciare tutto alla prima difficoltà. Anche se mancano uomini d’arte a gestire i teatri. Il riferimento è a Paolo Grassi.

«Viviamo in un’epoca consumistica – chiosa Maddalena Crippa – ormai noi attori siamo intercambiabili, c’è una disperante frammentarietà. Un spettacolo resta in cartellone, in genere, per qualche giorno. Non c’è il tempo di farsi un nuovo pubblico, il pubblico è stressato dalla troppa offerta. Poi mancano organizzatori che si assumano il rischio, non solo di scoprire, ma di sostenere i talenti. Senza Grassi, Gaber non avrebbe fatto il teatro-canzone come lo conosciamo, un genere nuovo. Lo ricordo sempre».

Un monito rivolto alla società <<un po’ obnubilata» orfana di personaggi dello spessore di Grassi e di Strehler. Due giovani che, in pieno dopoguerra, non ancora trentenni hanno saputo rivoluzionare il mondo teatrale. Due persone che si sono sempre battute per cercare di difendere l’autonomia artistica delle scelte registiche dalla politica. Due uomini che si sono inventati e hanno saputo creare il Piccolo Teatro, primo stabile pubblico d’Italia. Una realtà, quella degli Stabili, viva in Germania.

In quel pezzo di Europa, ogni città ha il suo teatro stabile che garantisce continuità lavorativa (ed economica) agli attori. «Ormai il teatro sembra essere in mano sempre più a burocrati. A proposito non so se sia passata, ma ho letto di una nuova legge sul Fus. I fondi del Fus verrebbero spartiti anche per rievocazioni storiche, carnevalesche e pratiche amatoriali– conclude Maddalena Crippa – Non dico che queste realtà non vadano sostenute, ma non si potrebbero sostenere attraverso il settore del turismo?»

Per dovere di cronaca bisogna ricordare che Mibact sta per Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo e che rievocazioni storiche, carnevali storici, pratiche amatoriali rientrano nella voce nuovi settori dello spettacolo dal vivo che lo Stato si impegna a sostenere insieme a musica popolare contemporanea, espressioni artistiche della canzone popolare d’autore, teatro di figura e artisti di strada.

Sul sito web del Mibact si può aprire un link sui contributi extra FUS. Pagina on-line dove si può leggere “questa sezione dà notizie su Avvisi e procedimenti relativi contributi a valere su fondi straordinari, ovvero diversi da quelli a valere sul Fondo Unico per lo Spettacolo”. Sembrerebbero rientrare in questa sezione le rievocazioni storiche, ma al contempo in una voce a parte si coglie con gli occhi “autorizzazioni di spesa in favore del teatro di rilevante interesse culturale Teatro Eliseo” (per saperne di più http://www.spettacolodalvivo.beniculturali.it/index.php/contributi-extra-fus). Un accostamento, innanzitutto linguistico, di terminologie e di generi che può non convincere alcuni attori professionisti. Chi se la sente di biasimarli?

L’intervista finisce, dopo qualche ora, arriva un messaggio di Maddalena Crippa. Ci tiene a citare bene Proust in cui si ritrova. Molto. Lo riporta corretto: “Se non si fosse stati felici, le nostre infelicità sarebbero senza strazio e dunque senza frutto. Ogni lettore quando legge non è che il lettore di sé stesso. L’opera dello scrittore non è che una sorta di occhiale da lui offerto al lettore allo scopo di permettergli di scorgere ciò che forse, senza il libro, non avrebbe veduto in sé stesso. Il riconoscere entro di sé, da parte del lettore, quanto dice il libro è la prova della sua verità”. Poi ringrazia. Grazie Maddalena.

Foto copertina tratta da www.lastampa.it foto in articolo di Luca d’Agostino

L’Allegra Vedova, al Teatro Menotti fino al 18 marzo 

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