Lo Scenario Mentale di Esther Stocker, tra matematica e caos

In Arte

Fino al 3 marzo 2024, negli spazi della Nuova Sant’Agnese a Padova, la Fondazione Alberto Peruzzo presenta Uno Scenario Mentale, mostra personale dell’artista italo-austriaca Esther Stocker, a cura di Riccardo Caldura, le cui opere – come prevede l’approccio dell’istituzione padovana – vengono messe in dialogo con alcuni lavori parte della collezione, raccolti in un focus dal titolo Orditi della razionalità, a cura dello stesso Caldura. Un occasione per immergersi nelle meccaniche della percezione visiva e, al contempo, in un’ordinata visione del caos cosmico.

L’esposizione Uno scenario mentale dell’artista italo-austriaca Esther Stocker che prende vita negli spazi della Nuova Sant’Agnese, sede espositiva della Fondazione Alberto Peruzzo di Padova, ci accompagna, grazie ad un allestimento sapientemente orchestrato, in un universo dove tradizione e innovazione danzano in un armonioso connubio. Il percorso – curato da Riccardo Caldura, Direttore dell’Accademia di Belle Arti di Venezia – si articola in due sezioni interconnesse. Da queste scaturiscono una serie di traiettorie dialoganti che, partendo dall’oggetto, si estendono nello spazio per poi arrivare ad inglobare il visitatore. In questi luoghi, dove ancora risuona l’eco sacro di epoche passate, prendono forma proiezioni che la mente traduce in una tangibile esperienza, catturando non solo lo sguardo ma stimolando anche la partecipazione fisica.

Esther Stocker, Uno Scenario Mentale, installation view alla Fondazione Alberto Peruzzo, foto © Ugo Carmeni 2023


Ad aprire le danze alla narrazione espositiva è Uno Scenario Mentale, dove le opere di Esther Stocker si impadroniscono con disinvoltura dello spazio che un tempo costituiva la navata della chiesa. Le pareti laterali accolgono tele di medie dimensioni che ci consentono di prendere confidenza con il modus operandi stockeriano, da cui emergono sin da subito i suoi affezionati richiami alla matematica. Le strutture geometriche, fondate su moduli inclini alla ripetizione, compongono un ritmo visivo apparentemente ordinato, nel quale l’artista interviene dando vita a nuovi e suggestivi pattern ritmici. Queste alterazioni, mettendo a repentaglio l’ordine precostituito, creano degli effetti sorprendenti dati da disarticolazioni e slittamenti che, tuttavia, non rinnegano mai l’assetto iniziale. Ci troviamo di fronte all’essenza primordiale dell’immagine pittorica che, in qualche modo, riduce all’osso il modo di rappresentare il mondo esterno. Qui, è come se il nostro occhio, animato da un’entusiasmante euforia, si sforzasse di riconoscere e dare un senso a ciò che vede. Emerge così un reticolo di relazioni formali fondamentali, una coreografia lineare e superficiale, gerarchica, seriale e neutra. Il sistema alla base di tali operazioni è quasi identico: uno sfondo nero su cui si infrange un’esplosione violenta di bianco, configurata attraverso quadri e riquadri la cui alterazione formale, dipanandosi nello spazio, contribuisce a una percezione vertiginosa, cosmica, materiale e quasi inafferrabile. Si tratta di lavori che, per quanto fedeli al supporto bidimensionale, si aprono come delle crisalidi alla terza dimensione. Nel contemplare lo spazio della navata nella sua totalità, piace pensare che questi trovino respiro, sul piano corporeo, nelle altre operazioni qui presenti.

Esther Stocker, Uno Scenario Mentale, installation view alla Fondazione Alberto Peruzzo, foto © Ugo Carmeni 2023


A parete, sospese e sul pavimento spiccano alcune sculture di volume variabile, caratterizzate da superfici in bianco e nero dove ritorna, come un mantra, quel pattern di griglie geometriche. Abbiamo a che fare con opere la cui installazione coopera alla creazione di uno spazio ambientale. La loro presenza, infatti, non coinvolge solo la specificità del suolo occupato ma l’intero spazio ove sono collocate. Viene quindi bandita qualsiasi forma di passività poiché, se le opere a parete richiedono al nostro occhio un processo di decodifica, qui è il corpo nella sua totalità ad essere chiamato in causa. La loro disposizione nello spazio ci mette di fronte ad una scelta; la minima disattenzione rischia di farci inciampare. Stiamo facendo i conti con la materialità pura di uno scenario mentale, quello dell’artista per l’appunto, che cerca di dare un’anima al caos latente nel cosmo delle tele a parete.
Questi volumi appaiono come il frutto di una compressione, dove l’accartocciamento deforma la sacra regolarità della griglia, generando degli agglomerati che ci ricordano la carta appallottolata. Quella a cui affidiamo i nostri tentennamenti, le nostre prove e che, di solito, lasciamo vegetare in un angolo della scrivania.

Esther Stocker, Uno Scenario Mentale, installation view alla Fondazione Alberto Peruzzo, foto © Ugo Carmeni 2023


Ciò che contraddistingue l’esposizione nella sua totalità è un effetto matrioska; dove quel che vediamo è il contenitore di qualcosa che sta sotto. La seconda porzione espositiva, Orditi della razionalità, sembra porsi, in realtà, come il vero scenario mentale che abita la mente dell’artista. È quel serbatoio da cui lei ha attinto per giungere alle operazioni descritte fin qui. L’allestimento è infatti concepito in modo tale da stimolare nello spettatore un processo deduttivo, attraverso un dialogo efficace tra le aree espositive. Ognuno di noi, proprio come la Stocker, è il risultato di un complesso intreccio di figure, incontri e situazioni. Nella porzione concomitante con l’ex sacrestia ritorna quindi la parola dei maestri, che fremono per raccontarci ciò che abbiamo appena attraversato. Si assiste, infatti, alla ricostruzione di quell’ampio bacino storico, dove la componente astratto geometrica ha avuto una grande rilevanza. Riprendo le parole dello stesso Caldura che dice: Emanciparsi dalla descrizione del mondo e concentrarsi invece su quel che compete alla struttura stessa dell’immagine visiva è un lungo processo che ha attraversato l’intero secolo scorso e che non smette di coinvolgere la ricerca artistica più recente. Così il nostro occhio si affaccia su di un orizzonte fatto di esiti che mettono in evidenza gli elementi costitutivi della ricerca artistica: linee, colori e forme. Ciò che pare porsi come un processo di pura astrazione si configura, in realtà, nell’interesse verso gli elementi strutturali dell’opera stessa dove l’attenzione è rivolta all’azione del vedere.

Orditi della razionalità, installation view, Fondazione Alberto Peruzzo, foto © Ugo Carmeni 2023


Il legame delle opere di Stocker al Costruttivismo, all’Op art e alla psicologia della percezione, la inserisce nel solco della tradizione che, a partire da artisti come Malevič, El Lissitzky e Moholy-Nagy, ha dato linfa vitale a quelle ricerche condotte (o forse sarebbe meglio dire riprese?) a partire dagli anni Sessanta. Periodo in cui, proprio la città di Padova si imponeva come uno vero proprio punto di riferimento. Basti pensare al Gruppo N: nucleo trainante di una tendenza internazionale che ha incentrato la propria attività sulle ricerche visive vicine alla psicologia della percezione. 
Il visitatore ha così modo di penetrare tutte quelle trame, fitte e sottilissime, che altro non sono se non il substrato storico e culturale che sta alla base del lavoro di Stocker. In questo spazio è possibile entrare in contatto con opere di artisti come Josef Albers, Victor Vasarely, Alberto Biasi, Dadamaino, Paolo Scheggi, Horacio Garcia Rossi, Franco Costalonga, Edoer Agostini e molti altri.

Alberto Biasi, Va dove ti porta l’occhio, 1991, foto Mauro Magliani


Un dato interessante, che ben si inserisce in quelle traiettorie dialoganti di cui è stata fatta menzione all’inizio, è dato dal fatto che nella zona dell’ex sacrestia non sono presenti solo opere provenienti dalla Fondazione Peruzzo. A queste, infatti si aggiungono anche dei corpus afferibili ad altre collezioni come il Museo Umbro Apollonio di San Martino di Lupari (Padova), il Fondo Verifica 8+1 (Venezia) e la Collezione Agostini. Una scelta che sembra essere funzionale non solo alla comprensione della complessità che sottende i più recenti esiti di Esther Stocker ma che valorizza alcuni momenti che hanno consacrato il territorio veneto che, grazie alle sue piccole e grandi realtà, ha occupato un posto fondamentale nelle ricerche contemporanee del secondo Novecento.