Inside out o Minions? Noi ci schieriamo. Così

In Cinema, Weekend

Grande guerra al botteghino per i due film d’animazione ed è già questa la notizia. Ma quale preferire? Scelta difficile, noi l’abbiamo fatta

Fino a qualche anno fa la questione era semplice, simile al manicheismo che aveva spinto le generazioni agli albori del rock&roll a schierarsi tra i Beatles e gli Stones: Pixar o Dreamworks? Alle soglie del nuovo millennio il cinema d’animazione era infatti tornato ad essere terra incognita. Merito della computer grafica che aveva permesso agli studios di smarcarsi (anche se di poco) dal giogo di regina Disney e lanciarsi come novelli conquistadores digitali alla scoperta di un continente cinematografico ancora vergine. Non si trattava solo di giacimenti economici da colonizzare, ma, soprattutto, dell’occasione di rifondare un genere e il suo linguaggio. I tempi erano maturi: i film di Miyazaki e dello Studio Ghibli, tematicamente complessi e graficamente raffinati, approdavano finalmente in occidente (per lo più in home video) con una certa costanza, mentre, dal piccolo schermo, i Simpson scardinavano da oltre un decennio la convinzione che un “cartone” fosse solo “roba per poppanti”.

Fu così che nel 2002, quando lo smaliziato Shrek (Dreamworks) vinse il primo Oscar della neonata categoria “Best Animated Feature contro Monsters & Co. (Pixar) non si poté fare a meno di pensare che parte del merito fosse da attribuire proprio al gusto politically incorrect che la famiglia limoncina aveva diffuso nelle case degli americani. Restava il fatto che il paradigma era cambiato: piccoli e meno piccoli erano finalmente uniti da un prodotto che metteva tutti d’accordo e che, per giunta, rappresentava la piena espressione della tecnocrazia del presente. Non ci voleva un genio per capire che, di lì a poco, insieme alle polpette sarebbero piovuti moltissimi titoli e moltissimi soldi…

Diamo i numeri? $1.153.148.765 vs. $818.969.578. I due campioni del momento si chiamano, rispettivamente, Minions e Inside out e non si contendono semplicemente una categoria, ma dominano i box office di tutto il mondo con incassi che sono destinati a crescere e insidiare il gotha dei film più ricchi di sempre, dove i titoli fantasy/fatascientifici regnavano fino a poco tempo fa incontrastati (tanto che ritrovare il caro vecchio Titanic nella top ten fa un certo effetto). Ma, ancora una volta, la questione non è meramente economica. Le emozioni base della Pixar e i simpatici omuncoli gialli della Universal rappresentano due scuole di pensiero diverse (e non è un caso se uno dei due poli della bipartizione iniziale è rimasto invariato): creatività riflessiva vs. spensieratezza allo stato puro.

Critica della ragione Pixar
Dopo averci educato a una gustosissima audacia narrativa e a una non meno apprezzata originalità visiva (vedi alla voce Wall-e o alla sequenza che raccontava la vita dei coniugi Muntz in Up) la Pixar sceglie di spostare il proprio sperimentalismo sul versante del soggetto. La scommessa è quella di far digerire ai più piccoli una materia ostica come la formazione emotiva e i meccanismi psicologici di una ragazzina. Per farlo cede a qualche stereotipo di troppo (su tutti: nella testa paterna governa la rabbia e in quella materna la tristezza), si affida al meccanismo rodato del viaggio picaresco (Gioia e Tristezza nel paese delle meraviglie) ma alla fine cava dal cilindro il suo film più equilibrato e coeso (anche se non il più bello). Difficile, tuttavia, non rimanere ammirati dalla costanza dello studio californiano nato da una branca della Lucasfilm (portato ai fasti da Steve Jobs ed ora gestito dalla Disney) capace di osare con intelligenza e di piegare il mercato al proprio gusto creativo.

La repubblica (presidenziale) dei Minions
Giunti al cinema trionfalmente con Cattivissimo me, le creature dirette da Pierre Coffin e Kyle Balda si sono guadagnate il proprio spin off a colpi di spassosissime gag. E, in effetti, il film che li vede protagonisti non è altro che una collana di sketch degni della migliore slapstick comedy inanellati da un filo narrativo che, per quanto esile (trattasi anche qui di viaggio avventuroso), fa il suo mestiere. Lo spirito che alberga la pellicola è, grossomodo, lo stesso che animava Shrek: fare di un antieroe il protagonista della fiaba sovvertendo il punto di vista classico in un carnevale di trovate (eversive in potenza ma, a conti fatti, rassicuranti). Interessante constatare come la spasmodica ricerca del cattivo di turno che guida questi esserini gialli (a metà tra gli Oompa loompa e i Puffi) sia passata dalla finzione alla realtà quando si è diffusa sulla rete la leggenda che li voleva ispirati agli esperimenti condotti da Hitler e compagni sui bambini ebrei nei campi di concentramento. “Cartoni… ci cascano sempre!” diceva Eddie Valiant in Chi ha incastrato Roger Rabbit, ma anche molti umani non scherzano affatto.

Bananà o TripleDent Gum?
Prima o poi bisogna schierarsi. È bene che anche i pargoli lo imparino presto. Non si tratta di iscriversi a un partito quanto di sviluppare un senso critico. Certo che anche per noi adulti la scelta non è sempre facile: gli schemi da romanzo di formazione della Pixar ci incantano facendo leva sul lato itellettual-nostalgico (a pensare al povero Bing Bong che molla il colpo mi viene ancora il magone!), ma la semplicità istintuale di una comicità liberatoria ha pur sempre il suo fascino. Poi però ti viene in mente che, in fondo, se si fa un salto nell’isola della stupidera un minion intento a gridare “Bananà!” in preda a furor manducandi, magari lo incontri comunque senza spenderci il tempo di un film intero. E la scelta si fa immediata. Sembra quasi scattare naturale, anche se in realtà è un’oculata operazione logico-selettiva come quando quel jingle pubblicitario che ti ossessiona da mesi compare all’improvviso… TripleDent Gum will make you smile! TripleDent GumCome diavolo hanno fatto quelli della Pixar a dare rilevanza psicologica a un jingle e a rendermelo per giunta simpatico lo sanno soltanto loro.

(Visited 1 times, 1 visits today)