Progettando cultura

In Interviste, Weekend

Guardando ad Expo e facendo i conti con magre risorse: il punto e le strategie di Filippo Del Corno, assessore-musicista

Fare l’assessore alla cultura a Milano? «Come guidare una portaerei». Tre obiettivi prioritari? «Moltiplicare le occasioni culturali, riportare Milano al suo profilo di grande capitale del pensiero creativo; fare rete e stabilire una forte alleanza tra pubblico e privato, necessaria in tempi di contrazione di spesa. Non nella logica dell’evento che fa visibilità per lo sponsor, ma della coprogettazione costante». Filippo Del Corno, musicista di fama, fondatore con Carlo Boccadoro e Angelo Miotto dell’ensemble Sentieri selvaggi, è dal marzo del 2013 l’assessore alla cultura della giunta arancione guidata da Giuliano Pisapia. Qui racconta: dello stato della musica a Milano, della piattaforma per Expo, delle scelte dell’amministrazione. E risponde alla critica che Giovanni Agosti ha mosso dalle colonne di Cultweek sulle mostre dei soliti big.

L’offerta musicale è in un crescendo quasi rossiniano, in quantità e qualità (MiTo, MilanoMusica, ecc.), anche stimolata dall’incombere di Expo. Forse però manca un grande festival di musiche dal vivo, o un progetto abbadiano a vasto spettro culturale.

Il vero compito che ci aspetta è quello di fare emergere ancor di più il desiderio di ascoltare la musica in maniera consapevole e responsabile, il che vuol dire armonizzare le strategie delle singole istituzioni. Stiamo facendo, per esempio, un ottimo lavoro rivolto ai bambini: le orchestre di questa città hanno ciascuna un programma specifico pensato per loro. Molte iniziative sono nate ben prima che io diventassi assessore: quello che stiamo cercando di fare è metterle in rete, non pensarle in competizione. Credo invece che manchi a Milano una grande manifestazione legata al mondo del jazz, che fatica a trovare emersioni di eccellenza che invece esistono nella musica classica, antica e pop: questo è per me un tema di riflessione e di ricerca, sul quale non ho ancora trovato un’idea positiva. Una cosa che invece stiamo facendo è creare occasioni fortemente rappresentative e simboliche: siamo tornati ad aprire piazza del Duomo alla grande musica, Piano City continua a diffondere in tutta l’area urbana – l’anno prossimo area metropolitana- quelle che chiamo le “occasioni di inciampo”, ovvero momenti in cui in un contesto inaspettato qualcuno inciampa nella musica, in una musica diversa rispetto ai circuiti commerciali .

E gli spazi? A che punto siamo, partendo dalla situazione del Lirico? E cosa c’è oltre l’Ansaldo, nel mondo della start up culturali?

Mancano solo gli ultimi aspetti del capitolato per bandire poi i lavori per il Lirico: un processo lungo ma causato dall’abbandono colpevole di precedenti amministrazioni. Ci sono spazi che chiudono, ma anche che aprono e le abitudini musicali si stanno molto diversificando. L’esempio è MilanoMusica, cartellone stupendo nel nome di Fausto Romitelli, ma anche diversificazione dei luoghi per incontrare pubblici diversi. Una scelta da perseguire, perché conduce all’idea che la musica colta non sia più un fenomeno elitario. Quella delle ex Officine Creative Ansaldo è un progetto importante iniziato da Stefano Boeri che mi ha preceduto in questo ruolo e che poi ha germinato, attraverso un bando di evidenza pubblica, un soggetto formato da più associazioni che abiterà quel luogo in maniera creativa e di start-up musicali. C’è anche viale Toscana, anche lì uno spazio assegnato con un bando pubblico. Abbiamo fatto un enorme lavoro sulle assegnazioni pubbliche che avrà il suo coronamento nella primavera del 2016 quando potremo finalmente mettere a bando i nuovi spazi della Fabbrica del Vapore. Poi, e vale la pena segnalarlo, ci sono anche progetti curiosi e significativi per abitare con la musica luoghi e momenti altrimenti non destinati ad essa, come la Primavera di Baggio.

Venendo all’arte: su Cultweek lo storico dell’arte Giovanni Agosti ha criticato l’affido a società di servizi di mostre che a suo avviso non sempre rispondono a requisiti di qualità. C’è questo rischio?

È un tema molto delicato e credo si debba trovare un terreno di mediazione, perché quelle definite “società di servizi” sono per me coproduttori dell’attività espositiva di Milano e l’equilibrio difficile sta tra una garanzia di scientificità e di autorevolezza del piano curatoriale e il fatto che questi privati si assumano un rischio d’impresa considerevole nel momento in cui suppliscono alla carenza di risorse pubbliche. Per capirci: in tre anni la mia direzione centrale ha perso un terzo della capacità di spesa corrente e dunque occorre mettere in campo nuove stategie. Io sto operando con la massima condivisione, con un tavolo costante di dialogo per individuare insieme gli argomenti e i soggetti delle mostre e partecipare ad ogni fase: progettazione scientifica, allestimento, comunicazione. Su questo la mia esperienza è stata abbastanza felice, anche se con momenti difficili e di grande scontro. Rispetto a coloro che vedono nel successo di pubblico un elemento “pericoloso”, rispondo che può esserci pericolo quando c’è uno sfruttamento commerciale che appiattisce la consistenza scientifica: quando il livello resta alto, il successo è una positiva risposta ad una volontà divulgativa. Non dobbiamo chiuderci la possibilità di raccontare la bellezza del mondo artistico rappresentato da Chagall o da Segantini a un pubblico che sia il più vasto possibile. Ritengo che si debba parlare a tutti.

Per finire, Expo: siamo nella direzione giusta?

Direi di sì: Expo Città è un progetto che sta crescendo, è una grande piattaforma e un grande palinsesto inclusivo di quanto la città saprà dare nei termini di offerta culturale – ma non solo – nei sei mesi di Expo. La piattaforma è aperta, c’è un sito con una call pubblica cui tutti possono partecipare. Da una prima lettura posso dire che l’offerta di Milano sarà qualcosa di straordinario, un fiorire di attività che non saranno solo un punto di arrivo ma anche un nuovo punto di partenza: la piattaforma che stiamo costruendo per Expo deve essere quella della Milano del 2020, cioè la capitale europea permanente dello spettacolo dal vivo.

Foto di Marco Pieri