ECM, la cura del suono

In Musica

Storia di un’etichetta discografica di peso. Che Manfred Eicher ha creato con caparbia intuizione attorno a compositori e musicisti del calibro di Keith Jarret, Arvo Pärt, Jan Garbareck, Andras Schiff e Gidon Kremer per citarne solo alcuni. Cinquant’anni di dischi prodotti con una cura del suono divenuta uno standard difficile da raggiungere

Cinquant’anni. Sono molti? Per gli umani, non più. Per una nazione, pochi. Per le musiche del mondo, un’eternità. Per un’etichetta discografica, di quelle che producono i rari e adorabili oggetti, cd e vinili, che ancora ci giriamo fra le mani, un infinito. 

La Ecm compie cinquant’anni, ma il tempo dice una parte della verità, forse la più trascurabile: conta quel che in mezzo secolo forsennato, nella corsa dei media, la Ecm è riuscita a creare. Una formula per sunteggiarlo? Funziona ancora il titolo di un festival che Ferrara organizzò per i trent’anni: “suoni dall’utopia”.

Dietro al non piccolo miracolo chiamato Ecm si nasconde un nome ch’è anche la firma di un grande capitolo della Nuova Musica.

Manfred Eicher, tedesco di Monaco, un giorno del 1969 prese l’avventurosa decisione di creare una etichetta che agli inizi, solo agli inizi, utilizzò la tastiera di Keith Jarrett come tappeto volante per un viaggio destinato a centinaia di  incontri,  allora imprevedibili, fra artisti mossi da una stessa “luce”. Li sorvegliava con fermezza un produttore, musicista egli stesso, il cui primo  avvertimento suonava chiaro e inattaccabile: “Attento, il tuo strumento non è intonato”. Chi mai se ne preoccupava, nel jazz?

 

Eicher e l’Ecm sono 50 anni di dischi prodotti con cura del suono divenuta uno standard difficile da raggiungere. Ma soprattutto sono cinquant’anni di percorsi che hanno davvero fatto quadrare il cerchio dell’utopia: mettere in dialogo la musica improvvisata, di origine afroamericana, con quella scritta, di origine bianca. Senza dimenticare la Grecia (Eleni Karaindrou), la tradizione araba (Anouar Brahem), le fiabe nordiche, l’indagine del suono nello spazio (Stephan Micus), la meditazione e molto altro ancora.

A questo cinquantesimo giro di boa, celebrato con la rocciosa coerenza e la sobrietà di grafiche sorvegliatissime, di copertine in poetico bianco e nero, ci ritroviamo a sfogliare un catalogo impressionante.

“Sono europeo, sì – diceva Eicher di sé, esibendo un  orgoglio che fa lezione a molti – con tutto quello che ciò comporta anche in musica. Fin da bambino, i genitori mi hanno dato saldi riferimenti classici: Schubert… Ma d’altra parte ho subìto presto l’influenza di jazzisti come Miles Davis. Ecco, posso dire che ho sempre ondeggiato fra questi due poli senza mai decidere se andare più da una parte o dall’altra”. Diverse generazioni di musicisti, di musicofili, di semplici ascoltatori, devono molto alla consapevole incertezza di questo tedesco classe 1943, che ha sfidato la sorte, il mercato, le multinazionali, fondando nella Gleichmannstrasse di Monaco una vera “fabbrica” di musica contemporanea.

Tutta la cosiddetta post-avanguardia – la musica che si è liberata dal dominio di una ideologica  accademia – sarebbe una storia monca senza il capitolo Ecm. Ogni album nasceva “dal vero”, in studi di registrazione selezionati per ceppo e cultura del suono, ma anche fra le pietre antiche delle chiese e dei monasteri, sotto lo sguardo di un produttore ch’è sempre stato amico, guida, “sorvegliante”, ma soprattutto direttore artistico di un enorme festival permanente che la musica d’oggi l’ha scritta, non assemblata.

La Ecm prende il volo conquistando la stella nascente Keith Jarrett all’uscita dalla bottega del Miles Davis elettrico di Bitches Brew. Con Eicher, Jarrett entra in una dimensione nuova, fatta di libertà e disciplina, nel corpo di un pianoforte ch’è già sintesi fra Europa e America, fra il gran coda dei Backhaus, dei Rubinstein, dei Richter, e il pensiero afroamericano, il blues, il jazz, il song. Nascono gioielli in sequenza: il piano solo di Facing You, il duetto tastiere-batteria di Ruta & Daytia con Jack DeJohnette, il live Köln Concert, e il primo album col quartetto europeo, Belongings, in cui la seconda voce, il sax di Jan Garbarek, segna già la nuova strada contemporanea fuori dalle aule dei conservatori.

Di lì, altre sintesi si moltiplicano ad allargare i confini del mondo Ecm: cinquant’anni di incroci fra culture lontane, di stili messi a confronto, di nuovi modelli offerti al piacere e alla riflessione.

 

 

Arvo Pärt non sarebbe uscito alla luce, con l’attenzione che meritava, senza la Ecm; che non è più solo etichetta ma filosofia del far musica. Insieme a Pärt trovano voce autori e interpreti rimasti a soffrire in silenzio negli anni della cultura sovietica di regime (Giya Kancheli, Valentin Silvestrov).

Anche muovendo il grande passo nel Repertorio classico dell’Occidente, Eicher cerca negli interpreti quella “luce nel cuore” di cui parlava Schiller. Di qui le scelte: Andras Schiff, Gidon Kremer, Hilliard Ensemble (coautore, insieme a Jan Garbareck, di un vero capolavoro contemporaneo come Officium Novum), i violini di Kim Kashkashian, Thomas Zehetmair, Lisa Batiashvili, il pianoforte sensitivo di Till Fellner, l’intonazione e la precisione immacolate dei gruppi estoni di Tönu Kaljuste (primo interprete autentico di Pärt), quartetti come Diotima, Keller e il giovane Danish String Quartet, senza risparmiarsi l’eccellenza assoluta di Esa-Pekka Salonen con la Los Angeles Philharmonic.

E non è che Manfred Eicher si sia dimenticato del Bel Paese, al contrario, i fiori italiani nel catalogo Ecm sono molti, di ogni linguaggio e stile, di ogni età ed esperienza: Enrico Rava (80 anni compiuti il 20 agosto) e Paolo Fresu, i fiati di Gianluigi Trovesi, l’accordeon di Gianni Coscia,  la vena di autori come Stefano Scodanibbio (1956-2012), Marco Ambrosini, Giovanni Guidi, i pianoforti di  Glauco Venier, delle due giovani Gazzana, di Stefano Battaglia; e Michele Rabbia, Gianluca Petrella, Maria Pia de Vito.

L’Italia, insieme al resto del mondo, ricambia: in ottobre la 14° rassegna che Bergamo dedica alla musica d’oggi, ritaglia un piccolo festival Ecm nel festival Contaminazioni Contemporanee, ambientato in Santa Maria Maggiore e altri spazi: il 5 ottobre con Thomas Zehetmair (violino solo), l’11 con il Louis Sclavis Quartet, il 13 con Avishai Cohen & Jonathan Avishai Duo, il 19 con Anna Gourari (pianoforte).

In novembre sarà Milano, con JazzMi, a scontornare i 50 anni di Ecm in un nuovo festival nel festival: l’1 con Florian Weber, il 2 con Glauco Venier, il 3 con Trovesi-Coscia e il loro omaggio a Umberto Eco; il 5 con il dovuto onore a Enrico Rava (e il polacco Marcin Wasilewski nello stesso giorno), il 10 con Nik BärtschRonin. Più incontri, molti, e proiezioni.

Insomma Schubert e Miles Davis. E tutto quel che si estende fra loro a vista d’occhio. Magari oltre.

 

Immagine di copertina: Arvo Pärt © Luciano Rossetti/ECM Records