Documentari: i tormenti di Bunuel, la “sporca guerra”, l’arte di Anges Varda

In Cinema

Se tv e device digitali vi raccontano tutto quello che accade nella realtà drammatica di questi giorni, al cinema tocca ricordare con intelligenza alcune grandi figure della sua storia. Ma anche sconosciute “eroine” – per esempio Pippa Bacca – dell’arte impegnata, magari finite male. O immani tragedie del passato, specie se raccontate con stile e passione educativa da un maestro come Peter Jackson

Se la drammatica attualità del Coronavirus ha ridato a tv e device digitali vari il primato come luogo della rappresentazione della macro realtà, dei drammi sociali e umanitari di questi giorni e mesi, il cinema documentario torna nelle sale con una serie di film biografici, declinati in modi vari, dal fumetto al biopic al reportage di viaggio o di attualità, che ruotano intorno a un/una protagonista di spicco. A volte di nome, a volte meno, grandi personalità al centro dello stesso mondo del cinema, o di altri campi come la scienza, il tempo presente e quello passato. Si parla di film in uscita in questi primi giorni di marzo, dove i cinema sono aperti, che meritano una segnalazione per il tema, la realizzazione, la caratura dei personaggi.

Il primo e forse più curioso esperimento si intitola Bunuel nel labirinto delle tartarughe ed è stato il vincitore, nella categoria film d’animazione, agli European Film Awards 2019. Porta la firma di Salvador Sino, che l’ha pure sceneggiato insieme a Eligio Montero, e racconta in chiave cartoon un momento importante nella carriera del grande cineasta spagnolo. Quando, abbastanza agli inizi del suo tragitto di autore, dopo l’alterna accoglienza del provocatorio, stupendo L’age d’or, dovette subire l’ostracismo della Chiesa romana e del mondo conservatore. Trattato da molti come un eretico intellettuale, senza fondi e a corto di proposte di lavoro (anche i progetti già abbozzati furono troncati), accettò l’offerta di quello che diventerà un grande amico, Ramon Acìn, di girare, lui artista sperimentatore ed eccentrico, un documentario assolutamente realistico sulla magra vita degli abitanti di Las Hurdes, nell’Estremadura montagnosa, una “terra senza pane” come recita, per una volta correttamente, il titolo italiano del film. Sino, maestro dell’animazione che ha girato l’Europa lavorando per la Disney, a un film di 007 (Skyfall) e a uno della serie Pirati dei Caraibi, racconta in modo divertente e anche toccante la massacrante lavorazione di Las Hurdes (di cui scorrono anche parecchie immagini), girato in condizioni economiche e ambientali assai precarie e con il grande Luis Bunuel che si mostrava alle prese, oltre che con la rottura con l’ex amico Salvador Dalì, diventato nel frattempo più famoso di lui, con la ricerca di una sua libera espressione artistica: combattuto tra i nodi irrisolti del suo passato, il difficile rapporto con una figura paterna austera, distante, la formazione religiosa e la successiva dissacrazione dei modelli borghesi e clericali. Ispirandosi a una novel graphic, il regista ha cercato con successo di interpretare Bunuel come un giovane artista – non come il famoso regista che sarebbe diventato – che all’inizio della carriera cerca la sua via. Regalando un momento di notorietà anche a Acim, pittore e artista prima che produttore di Las Hurdes, assassinato dall’esercito franchista nel 1936, quasi all’epilogo della tragica Guerra Civile spagnola.

Restando al mondo del cinema, un’altra grande protagonista, scomparsa meno di un anno fa a 90 anni, è ricordata in Varda par Agnes, in cui la cineasta simbolo della Nouvelle vague e dei cinquant’anni successivi del cinema francese, da Cleo dalle 5 alle 7 a Senza tetto né legge (Leone d’oro alla Mostra di Venezia 1985), al recentissimo, delizioso, Visages, villages (nomination all’Oscar 2018). Lei stessa dirige (insieme a Didier Rouget) questa sua confessione/ racconto di una cine-scrittura di cui è testimone una delle sue attrici-simbolo, Sandrine Bonaire. Nel film si vedono poi sequenze delle sue opere, foto e riprese di installazioni, senza un ordine cronologico, mentre la seconda parte mette a fuoco gli anni dal 2000 in poi, e il suo interessante rapporto con le nuove tecnologie. Varda ha saputo far convivere astrazione e realtà, cogliere l’essenza di un sentimento o il peso di un’assenza, ma anche guardare le persone nella loro quotidianità, nel loro disagio esistenziale: da chi cerca tra gli avanzi di un mercato a fine giornata, a chi occupa una casa abbandonata perché non ha dove vivere. 

Show Me The Picture: The Story of Jim Marshall, di Alfred George Bailey è un documentario sul fotografo delle rockstar Jim Marshall, che con i i suoi scatti (da Jimi Hendrix che dà fuoco alla sua chitarra al Monterey Pop Festival a Johnny Cash che mostra il dito medio a San Quentin) è diventato a sua volta una star del panorama musicale, Sono innamorato di Pippa Bacca di Simone Manetti ricostruisce con molta fedeltà la drammatica e impegnata vita dell’artista milanese, violentata e assassinata nel marzo del 2008, a soli 33 anni, durante una performance che metteva in scena sulle strade della Turchia, tappa di un lungo tour intrapreso con l’amica Silvia Moro attraverso i paesaggi sconosciuti di paesi feriti dalla realtà della guerra, (Slovenia, Croazia, Bosnia, Bulgaria, Siria, Libano, Giordania, Cisgiordania, Israele), Marie Curie infine, scritto e diretto da Marie Noëlle e interpretato da Karolina Gruszka, fotografa gli anni più turbolenti della vita della celebre scienziata, quelli compresi tra il 1903, anno in cui Marie e Pierre Curie a Stoccolma ricevono il Premio Nobel per la fisica grazie alla scoperta della radioattività, e il 1911, quando le fu assegnato il suo secondo Nobel, questa volta per la chimica, per la sua scoperta del radio e del polonio. In mezzo, la morte di Pierre e il nuovo, scandaloso amore con il matematico Paul Langevin.

Per chiudere una firma di grande prestigio, quella del regista neozelandese Peter Jackson per un film-documento sulla Prima Guerra Mondiale, They Shall Not Grow Old – Per sempre giovani, realizzato nel 2018 nel centenario della fine del conflitto. Con oltre 600 filmati d’epoca, in parte inediti, originariamente in bianco e nero ma “manipolati” dall’autore e commentati dai reduci stessi, Jackson restituisce al sanguinoso conflitto i colori in tutta la loro vividezza: dal rosso del sangue, che rende le immagini dei cadaveri dei soldati davvero terribili, al verde del gas nervino. La cifra autoriale di Jackson è evidente nella cura maniacale con cui ha colorizzato i filmati, nel doppiaggio e montaggio delle immagini, ma forse più ancora nell’attenzione ai dettagli, prima mostrati in campo lungo. They Shall Not Grow Old parla di un esercito di giovanissimi che mai sarebbero riusciti a invecchiare, partiti per la guerra con entusiasmo patriottico e nello zaino solo cambio di calzini, convinti che “l’Inghilterra non poteva che vincere” e pronti a fare tutto ciò che sarebbe stato loro ordinato. Niente avrebbe potuto preparali agli orrori che avrebbero affrontato, alla dissenteria e al puzzo di cadavere, alle continue esplosioni e ai corpi crivellati. “I miei ideali romantici sulla guerra sono in breve tempo spariti”, ricorda un ex militare. E un altro aggiunge, amaramente: “Era inevitabile che sviluppassimo le caratteristiche dell’animale killer”.