Cosa vuol diventare il multiforme potere delle donne?

In Teatro

Dall’Inghilterra della Lady di Ferro all’attualità più stringente, con Top Girls Caryl Churchill chiama le donne a scegliere la strada per il potere. Lo fa attraverso una efficace compagnia di attrici, dirette da Monica Nappo, in una pièce ricchissima di interrogativi che rifiuta la semplificazione di una sola risposta. Al Carcano fino al 4 febbraio

Un pantheon – in forma di banchetto – di declinazioni femminili del potere lungo la storia, per festeggiare la direzione del centro di collocamento dove lavora, scalzando un uomo. Marlene, emblema dell’Inghilterra tatcheriana, sceglie La papessa Giovanna, Dulle Griet, direttamente dal quadro di Bruegel, Lady Nijo, concubina dell’imperatore e poetessa giapponese del XIII secolo, Isabella Bird, esploratrice del XIX secolo, e Griselda, come la racconta Chaucer. Lo si coglie però, soltanto dopo molti minuti di abiti sfarzosi, fiumi di vino, torrenziali profluvi verbali su religione, politica, e filosofia, dove aumenta il rumore e nessuno si ascolta. Top Girls, storica punta di diamante di Caryl Churchill, dell’autrice inglese conferma l’acume del ritratto, l’urgenza della militanza, e d’altro canto la densità della scrittura e la qualità di sfida per le interpreti, pur senza (nonostante le prime apparenze) i picchi di astrazione di altri testi.

La versione portata in scena al Teatro Carcano con la regia di Monica Nappo, infatti, sceglierà poi una sostanziale asciuttezza scenica, per chiarire ed approfondire quel che l’eccentricità stordente della prima scena suggerisce. C’è già tutto, infatti, nella metafora di una donna “che conosce solo quello che crea perché crea solo quello che conosce”. Al tavolo della festa, infatti, ci sono le possibilità del potere femminile: quando sceglie di vestire il ruolo del maschile per consacrarsi agli studi, quando decide di fare da sé e cambia quello che è stato deciso per lei ma anche quando – al richiamo violento della biologia che le forza alla maternità – il potere maschile richiama il suo posto, ma si rifiuta di percorrere di nuovo la strada su cui ha camminato il cambiamento costretto a svelarsi. Ma c’è, il potere, nella forma di chi accetta quello altrui, forse per compiacerlo, o invece per avere quel che è stato tolto alla donna rifiutata. E c’è, infine, il potere rabbioso dell’aggressione e della vendetta.

L’immagine onirica distilla tracce per il reale, per un mondo a cui a quelle come Marlene ci si aspetta che insegnino alle altre donne ad essere adeguate in società, a dimostrare al mondo (del lavoro, e quindi dell’acquisizione del potere, se non altro per se stesse) di essere le migliori possibili e – al contempo – che sia quel posto di lavoro e il suo contesto a meritare la loro indipendenza.
Tratteggiato l’ideale, però, l’intelligenza drammaturgica di Chirchill non si fa bastare la descrizione del rapporto tra donne e potere. Ne esplode tutte le problematizzazioni, in un’abbondanza di spunti che su questo fronte non eccede mai, e cui fa da contraltare – nel reale – un minimalismo scenografico. C’è già abbastanza nella dipendenza nutrita di odio tra due amiche che si cercano senza mai capirsi davvero, e nella vergogna mascherata da aggressività di chi chiede a un’altra donna di rinunciare al proprio potere perché l’incapacità del proprio marito – e dunque del maschile – di averlo perso, non si rivalga su di lei.
E, infine, del rovescio della medaglia del potere. Per ogni Marlene, una convincente Sara Putignano, c’è una Joyce, l’intenza Valentina Banci: la rabbia e il senso di fallimento di chi rimane, di chi si è preso cura di chi (come una figlia) all’acquisizione del potere sarebbe stato di ostacolo.


Senza mai essere didascalica, Churchill porta in scena una cesura propria non solo delle famiglie, dove si rende vistosa, scindendola, la liminarietà tra odio e a amore di chi ha fatto opposte scelte. Non si tratta, però, che delle opposte anime di ognuno, dell’ambivalenza tra il proprio desiderio e quello che la società patriarcale pretenderebbe. La biografia individuale, però, fa presto a diventare postura politica. Nella contrapposizione tra il violento individualismo tatcheriano – “se sono stupidi, pigri e vigliacchi non li aiuterò a trovare lavoro”, e l’orgogliosa rivendicazione di un proletariato abituato al pianto, che non romanticizza la fatica ma – al contempo – rifiuta la retorica di un potere femminile purchessia; il potere, insomma, di chi è pronto ad armarsi a difesa del proprio privilegio, senza desiderare portare alcun privilegio alle altre. Parole scritte nel 1982 pensando senza dubbio alla lady di Ferro, ma capaci di parlare al presente italiano con perfetta aderenza, e di dimostrare quanto, a quarant’anni di distanza, si ripropongano identiche le stesse domande e le stesse dicotomie. Su famiglia e potere, senz’altro, ma molto oltre, su cosa le donne vogliano, davvero, essere.

Infatti, il precipitato di un esercizio di complessità di questo livello è forse quello di un femminile alla ricerca di se stesso, sempre più all’orlo dell’abisso della consapevolezza di aver parodiato il maschile nei suoi tratti peggiori, e d’altra parte ferma a rivendicare di voler guardare avanti, non tornare indietro a obblighi in cui non è più disposta a riconoscersi.
L’incalzante e ritmato apporto di Monica Nappo, anche in scena, Cristina Cattellani, Laura Cleri, Paola De Crescenzo, Martina De Santis, Corinna Andreutti, Simona De Sarno, sembra via via stringersi intorno a donne archetipo, che la vita diversa cui aspirano sanno forse sognarla nel tripudio di colori di una festa, ma non ancora trasportarla nel reale. A chi guarda, dunque, la sfida più difficile: saper riconoscere quale dei personaggi sta interpretando, e scegliere, senza possibilità di delegare ad altri un giudizio univoco su quel che avviene in scena, e dunque per sé.

Credito fotografico: Andrea Morgillo

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