Cleopatràs: c’è ancora bisogno di Testori?

In Teatro

FOTO © TOMMASO LE PERA

Cleopatràs, produzione TPE e Festival delle Colline Torinesi, ha debuttato al Carignano di Torino con Anna Della Rosa al suo meglio e la regia di Malosti che apre nuovi scenari sulla potenza di Testori

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Varrebbe la pena chiedersi come mai ci sia tanto bisogno di Testori, oggi più che mai. Soprattutto dei suoi monologhi, che sono anche canti, lamenti, confessioni in gramelot, deliri di personaggi sulla ribalta dell’esistenza sospesi tra ironia, oscenità e disperazione. Prendiamo Cleopatràs, produzione TPE e Festival delle Colline Torinesi, che ha debuttato l’altra sera al Carignano di Torino con Anna Della Rosa al suo meglio: elettrica e sensuale, nobile sia nei passaggi al limite del comico sia in quelli più sfacciati, quando sta per allungare le mani sul figurante-psicopompo seminudo Marcos Vinicius Piacentini, o quando inarca la schiena tenendo il microfono un po’ alla Mina di metà anni sessanta. 

Il principio che regge i suoi monologhi è sempre lo stesso: da sdisOrè a Edipus ad Ambleto, Testori riscrive le grandi tragedie classiche e scespiriane come se dovesse affidarli ad attori scampati alla distruzione di un teatro, dimenticati in quel luogo dell’inconscio che è la sua Brianza, dove i fabbriconi diventano piramidi. In pratica l’anima dei personaggi si ridesta per un’ultima scena, facendo sfoggio di una lingua inventata che mette insieme dialetti nordici di ogni tipo, latino maccheronico, termini in inglese o in francese: una lingua mai del tutto comprensibile ma che per qualche motivo si segue senza fatica, indecisa tra la poesia e la prosa, con una metrica interna rigorosissima che conduce il pubblico a zig zag tra ricordi di felicità e di lussuria e premonizioni di morte.

Lo spettacolo è diviso in due. La prima metà si svolge in proscenio, con la regina inquieta davanti a un sipario nero che porta avanti il suo one woman show col microfono in mano. Di tanto in tanto, alle sue spalle, si intravvede qualche premonizione in trasparenza: quel che resta della sua reggia è una specie di stanza d’albergo, di quelle anonime e assurdamente costose. Nella seconda parte lascia l’avanscena ed entra nella stanza per ricongiungersi al suo Antonio, al suo Tugnàs, nell’aldilà, e l’aspide è una dose che si inietta in vena.

L’idea registica di Valter Malosti, suggestiva, è che il canto del cigno della regina si esprima in tutte le modalità consentite a una diva. Nella sua ultima ora di vita, Cleopatràs è sia Wanda Osiris sia la Callas, oscilla tra l’operetta e l’opera, tra la stand-up comedy e il café-chantant (perfetta la cappa pensata da Gianluca Sbicca). Il suo suicidio è allo stesso tempo pucciniano e televisivo: mescola il melodramma e la cronaca senza mai scegliere e, coerentemente, i diversi accenni a Madama Butterfly, Turandot e Manon Lescaut degenerano alla fine in un indistinto elettronico spietato, annuncio della morte della protagonista. 

Sembra che i monologhi di Testori ritrovino proprio oggi nuovi sensi e significati. In una sala dove vige il distanziamento fisico, con le poltrone abbassate a formare una scacchiera, il grido solitario di Cleopatràs, che rimpiange il corpo dell’amato e la fisicità delle sue esperienze, non ci è mai sembrato più vivo e attuale. Testori a un certo punto della sua vita artistica ha trovato nel monologo l’unica forma di teatro possibile: tutto è superfluo eccetto quel nucleo esistenziale originario che porta alla massima concentrazione, alla massima violenza del testo. Solo che oggi la materialità del teatro non rappresenta più uno scandalo, ma una necessità: il viale del tramonto della protagonista, il melodramma distorto del suo suicidio diventa per noi quasi un canto di vita, dove il corpo viene rimesso al centro e anche la solitudine più disperata si ripopola di presenze, di affetti, persino di speranze.