Chiusi all’ufficio immigrazione, tra passati segreti e un futuro in bilico

In Cinema

Diego, architetto venezuelano arriva in America con Elena, ballerina moderna spagnola. Vogliono costruirsi un futuro, ma all’aeroporto la polizia li blocca, distruggendo il loro sogno. E forse anche il loro amore. Con un ottimo quartetto di attori protagonisti nel claustrofobico ufficio degli interrogatori, “Upon Entry – L’arrivo” è opera di due registi esordienti di Caracas, Alejandro Rojas e Juan Sebastian Vasquez. Che costruiscono, con ritmo e scrittura serrati, un (quasi) thriller politico-sentimentale

Diego è un architetto venezuelano scappato dal suo turbolento paese, direzione Barcellona, da dove però sta partendo con Elena, ballerina moderna decisa a lasciare con lui la Spagna per costruirsi un futuro migliore, forse a Miami, dove sono diretti. Negli Usa entrano con permessi e documenti regolari, ma a sorpresa, e all’apparenza senza motivo, due agenti dell’ufficio immigrazione di un aeroporto di New York li fermano. Lunga attesa per essere interrogati, poi lo sgradevole colloquio, che prende gran parte del film, spietato nell’entrare nei loro più intimi segreti. Il tentativo, in mancanza di accuse reali, è di rompere questa coppia innamorata mettendo in evidenza qualche inquietante particolare della vita di lui, che già una volta aveva tentato l’ingresso negli States, grazie a un matrimonio poi fallito, e non proprio 20 anni prima. Lei lo scopre lì, e probabilmente, nonostante una sorta di originale happy end, il loro sogno americano andrà in pezzi.

Il plot di Upon entry – L’arrivo è abbastanza semplice ma il film a modo suo complesso, perché con abilità entra nelle pieghe delle psicologie dei quattro personaggi (non solo i due giovani, anche i due poliziotti, che non sono caratteri banali), A tutti gli effetti si può catalogarlo come un thriller sentimentale, e anche parecchio socio-politico, soprattutto per la tensione che riesce a creare senza che accada davvero nulla, solo con gli sguardi e i dialoghi dei quattro protagonisti, dosando con equilibrio drammatico la cinica ambiguità dei poliziotti, ultimo tassello di una politica dell’immigrazione che sfrutta senza ritegno la legge del più forte. Grazie a un montaggio serrato prende forma la suspense che accompagna l’evoluzione incerta del destino e della relazione sentimentale tra Diego e Elena, progressivamente sempre più verso la crisi, in un’atmosfera tesa abilmente giocata sulla pressione che i due subiscono, in interrogatori per lo più separati, giocati sulle molte cose che non sanno delle loro vite precedenti.

In gran parte girato in una spoglia stanza federale dove tutto trasmette gelo, pericolo, incertezza, il film punta molto sulla credibilissima recitazione di tutti gli attori: la spagnola Bruna Cusì, e l’argentino Alberto Ammann, che hanno entrambi alle spalle già un premio Goya, sono la sfortunata coppia inquisita, e passano quasi senza rotture dall’incredulità alla paura, alla rabbia. L’ispano-americano Ben Temple e la dominicana Laura Gomez tengono a loro volta, con determinazione impietosa e senza un briciolo di umanità, i ruoli piuttosto ingrati degli agenti. 

Girato in soli 17 giorni, Upon entry – L’arrivo, passato e premiato in vari festival, da Roma e Malaga, da Tallin a Los Angeles, si giova soprattutto dell’ottima scrittura e del brillante ritmo registico di una coppia di autori esordienti, nati entrambi a Caracas (e nel film ci hanno messo anche le loro esperienze di venezuelani emigrati), riuniti per anni dal comune lavoro per Hbo America Latina Group: Alejandro Rojas, giornalista e autore di documentari tv e Juan Sebastian Vasquez, producer e fotografo. Che con efficacia collocano la loro storia “in un limbo intermedio e nebuloso, dove non si è né dentro né fuori dalla propria destinazione e dove una decisione, a volte arbitraria, può cambiare il senso della propria vita”.

Upon Entry – L’arrivo di Juan Sebastian Vasquez e Alejandro Rojas, con Bruna Cusì, Alberto Ammann, Ben Temple, Laura Gomez